Un viaggio nella storia delle “maestà” tra arte, devozione e identità lunigianese: Piero Donati racconta origini, rinascite e protagonisti di un patrimonio unico, in vista della conferenza ANPI del 18 novembre alla Spezia nel Salone del Centro anziani di piazza Brin della Spezia, in via Filippo Corridoni 7, alle 17.
La Sezione ANPI Centro La Spezia e il Centro anziani di piazza Brin organizzano la tua conferenza con la collaborazione di Roberto Casotti e Giorgio Pagano, quest’ultimo in qualità di storico e co-presidente del Comitato Provinciale Unitario della Resistenza. Il titolo è composto dalla parola “Maestà” e dalla collocazione temporale “in tempo di guerra”. Puoi spiegarcelo?

A partire dalla fine del secolo XVI, in sintonia con la graduale diffusione dei precetti del Concilio di Trento e con la definitiva affermazione del mito del marmo bianco, le botteghe dei lapicidi di Carrara iniziano a produrre immagini devozionali a rilievo le quali, a dorso di mulo, raggiungono capillarmente tutte le zone che gravitano attorno alla vallata del Magra e le zone dell’Emilia, della Toscana connesse alla cosiddetta Lunigiana storica, coincidente allora, in larga misura, col territorio dell’antica diocesi lunense. Alcune lastre, via mare, arrivano a Lerici, nel Golfo della Spezia e nella Corsica settentrionale. Queste immagini erano chiamate maestà – vocabolo che ha una lunga storia e che sul versante toscano è sostituito da marginette – ed erano incaricate di attestare l’adesione del committente all’ortodossia cattolica e, nello stesso tempo, erano chiamate a testimoniare il raggiungimento di uno status sociale degno di riguardo. Chi erano questi committenti? Erano gli artigiani, i mercanti, i piccoli proprietari terrieri, gli esponenti del basso clero: ognuno di essi agiva per conto proprio, e non come rappresentante di una corporazione o, nel caso dei sacerdoti, di una parrocchia: l’acronimo PSD (Per Sua Devozione) accompagna ossessivamente le iscrizioni che sono parte integrante delle maestà.

Questi manufatti appartengono di diritto alla storia della scultura e, attraverso l’analisi stilistica, un buon numero di essi può essere attribuito a maestri riconoscibili, che abbiamo chiamato con nomi provvisori (Maestro del 1659, Maestro del ramo di giglio etc.). All’anonimato per ora sono stati sottratti soltanto due maestri: il carrarese Giovanni Carusi e il versiliese Anastasio Iacomini, intrigante figura di pastore analfabeta che si emancipa e comincia a scolpire marginette. Il fenomeno, che ha avuto la sua golden age nei secoli XVI e XVII, all’inizio del secolo scorso è in via di esaurimento. Infatti, la tragedia della Prima Guerra Mondiale, nonostante la strage di tante giovani vite lunigianesi, ha scarsi riflessi nell’ambito delle maestà; al contrario, gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, il crollo del regime fascista, l’occupazione tedesca, provocano, negli anni 1943-1946, un improvviso e potente revival del fenomeno. La qualità artistica di queste lastre è trascurabile ma la testimonianza che esse forniscono è preziosa e degna di approfondimento.
“I MAESTRI DELLE MAESTÀ”, il libro del 2021 che mi hai cortesemente consentito di consultare, apre con il saluto del Presidente del Club Alpino Italiano, sezione di Sarzana Michele Sarcinelli. Dice anche che l’idea del loro progetto di un censimento delle Maestà è nato da un loro socio, Luciano Callegari, e che molto presto hanno sentito l’esigenza dell’aiuto di un consulente artistico esperto. Si sono rivolti a te, che avevi già scritto “Sulle maestà di Castelnuovo Magra”, Castelnuovo Magra 2020. Ci puoi parlare del ruolo dei soci del C.A.I. e del tuo?

Fra il 2018 e il 2019 nasce, all’interno della sezione sarzanese del Club Alpino Italiano (la seconda in Liguria per numero di soci), il primo nucleo del futuro Gruppo di Ricerca sulle maestà; nel 2019 vengo cooptato come consulente in virtù del fatto che avevo cominciato ad occuparmi fattivamente della tutela di questi manufatti fin dall’inizio della mia attività come funzionario della Soprintendenza di Pisa, incaricato della cura del patrimonio storico-artistico della provincia di Massa-Carrara. Nel 1981, infatti, avevo affidato alla pontremolese Caterina Rapetti la schedatura delle maestà dei territori di Filattiera, Mulazzo e Zeri e, nello stesso anno, avevo pubblicato sul numero 4/5 dei Quaderni del Centro Studi Lunensi un pionieristico contributo sull’argomento al quale faranno seguito altri contributi fino a quello che tu hai ricordato sulle maestà di Castelnuovo Magra (2020) e quello apparso nel Bollettino del C.A.I. nazionale (2022).
Ai tre soci del nucleo iniziale (Callegari, Corsi, Lombardi) si sono poi aggiunti altri componenti, che spesso si avvalgono delle preziose segnalazioni di persone che percorrono i sentieri o di residenti che, superata l’iniziale e comprensibile diffidenza, comprendono l’importanza del nostro lavoro. Nel 2021 il C.A.I. sarzanese ha supportato la pubblicazione del libro al quale alludi (I maestri delle maestà. Protagonisti e comprimari), il quale, senza falsa modestia, costituisce il punto di partenza per ogni nuova ricerca sull’argomento. Sono peraltro maturi i tempi per una nuova edizione di questo libro, nella quale avrà il debito spazio l’argomento dell’incontro del 18 novembre.
Giorgio Pagano è uno storico molto conosciuto nella nostra provincia, chi è per te Roberto Casotti?

Nel 1984, allorché ero ancora presso la Soprintendenza di Pisa, lessi sul giornale di una mostra fotografica sulle maestà del territorio di Casola Lunigiana organizzata da un giovane studioso del luogo, di nome Roberto Casotti. Ci fu un incontro nel mio ufficio da cui scaturì l’incarico al giovanotto per la redazione delle schede ministeriali – le cosiddette schede OA – dei manufatti e, dato che ho sempre considerato la conoscenza diretta delle opere la premessa indispensabile per la loro tutela, organizzai un sopralluogo con Casotti per esaminare le maestà di quella zona. Quel giorno però pioveva forte e m’inzuppai fino al midollo. Per fortuna la mamma di Casotti, oltre ad invitarmi a pranzo, aveva acceso un bel fuoco nel camino e quindi potei spogliarmi e asciugarmi. Il calore di quel fuoco – che ricordo come fosse ieri – suggellò il nostro cordiale rapporto, che poi divenne vera e propria amicizia, ulteriormente corroborata dalla partecipazione di Roberto alla mostra che organizzai nel 1986 a Castelnuovo Magra nell’antico Palazzo Cornelio Ingolotti, da poco acquisito dal Comune. Fu Roberto a segnalarmi la presenza, a Luscignano di Casola, di una maestà recante la data 23 aprile 1945, realizzata nell’immediato dopoguerra per ricordare la liberazione del borgo; venni così stimolato ad occuparmi non superficialmente delle maestà “del tempo di guerra”.
Puoi dirci qualcosa di te, ora?

Sono nato nel 1948 in una delle “case operaie” della zona di Piazza Brin quando la città era ancora tutta sottosopra per le conseguenze dell’attentato a Togliatti. Mio padre era stato costretto ad interrompere gli studi a sedici anni a causa della morte di mio nonno; aveva frequentato la Scuola Allievi Operai dell’Arsenale e nel 1941 era stato arruolato; nel 1942, durante una licenza, aveva conosciuto mia madre, che dall’età di 14 anni lavorava presso le Fornaci Filippi di Castelnuovo Magra. L’8 settembre del 1943 lo sorprese a Fiume, in Istria, e assieme ad altri commilitoni si mise in mare su una scialuppa che, esaurito il carburante, fu trascinata dalle correnti sulla costa marchigiana; mio padre si nascose a Montegranaro, da dove in seguito riuscì a raggiungere La Spezia, dove fu assunto allo spolettificio di Valdilocchi, evitando così l’arruolamento forzato nelle milizie della RSI.
Sono dunque cresciuto in un ambiente modesto, ho conosciuto la coabitazione (non conflittuale, per fortuna), ho sempre visto mio padre praticare un secondo lavoro per mantenere i tre figli, sono stato il primo, in tutto il mio parentado, ad andare al liceo. Il primo impatto col Costa fu disastroso ma riuscii a risollevarmi con le mie sole forze e fui promosso a giugno. Cominciai a crearmi una piccola biblioteca e investivo buona parte della mia paghetta settimanale nell’acquisto in edicola dei fascicoli dei Maestri del Colore dei Fratelli Fabbri. Non sarei mai diventato uno storico dell’arte senza questo training decisivo nell’universo pittorico e non avrei mai osato andare all’università a Milano se non avessi conquistato, raggiungendo la media del sette alla maturità, il diritto all’assegno di studio, più noto come presalario. Con l’assegno di studio – che da 350.000 lire era passato, per i non residenti, a 500.000 – riuscivo a pagare la retta del collegio della Cattolica per il periodo dell’anno accademico e, facendo vari lavoretti (ho anche spalato la neve di domenica), riuscivo a mettere insieme i soldi necessari ai viaggi estivi. Non gravavo sul bilancio familiare e ne ero orgoglioso. Nel 1971 mi sono laureato con una tesi su Domenico Fiasella e nel 1973 mi sono perfezionato in storia dell’arte con una tesi sul pittore Orazio De Ferrari, sul quale ho pubblicato una monografia nel 1997. Dopo alcuni anni d’insegnamento, che mi hanno portato, fra l’altro, ad insegnare agli adulti di Sesto S. Giovanni (un’esperienza formidabile in ‘anni formidabili’), sono entrato come vincitore di concorso nella Soprintendenza di Pisa, dalla quale sono passato nel 1985 a quella di Genova. I miei interessi di studioso si sono allargati dalla pittura alla scultura, litica e lignea, e ho curato, assieme ad un collega, la mostra La Sacra Selva (Genova, 2004/2005), che si apriva col Volto Santo di Bocca di Magra, al quale ho dedicato un ampio contributo nel 2019. Ho pubblicato saggi sulle riviste specializzate (Prospettiva, Arte Lombarda, Arte Sacra) e ho curato per dieci anni la rubrica Materia Facoltativa nel sito Città della Spezia, presentando materiali inediti presenti nella Lunigiana storica.
Foto di copertina: Vallecchia di Castelnuovo Magra, maestà del 1944 posta da Fedele Ambrosini fu Michele, Pietà “Invocando la Pace”.
Foto 1: Altorilievo posto da Andrea Raggi a Nazzano (Carrara) nel 1598. È il più antico esemplare di una serie fino alla metà del sec.XVII.
Foto 2 L’annuncio maternità a Maria è l’episodio evangelico più rappresentato nelle maestà.
Foto 3 Lastra del 1662 attualmente conservata nel territorio di Levanto, attribuibile a Giovanni Carusi.
Foto 4 Lastra conservata a Calice al Cornoviglio, attribuibile al Maestro del 1659.
By Paolo Luporini
Paolo Luporini (1955) scrive dal 1992. Ha pubblicato circa 90 opere, in vendita su Amazon. Alcune finanziano associazioni benefiche. A gennaio 2020 presenta per la prima volta i suoi libri; durante il lockdown crea il gruppo Facebook IL DONO SOSPESO, avvia 4 blog, di cui uno, ‘cuoriinfiamme’, sugli anni 70 alla Spezia e inizia nel 2021 la composizione dei ‘pensierini’ e la produzione di video per YouTube. Ora dona ogni suo scritto. Organizza eventi letterari, teatrali, musicali, insieme ad altri artisti riuniti intorno alla Biblioteca Umana a Spezia. Collabora con SpeziaMirror.
