
Code, firmacopie, volontari e una città trasformata dal Festival. Da Benanti a Mannocchi, da Parsi a Nucci, alcuni momenti della XXIII edizione per raccontare cosa resta dopo tre giorni vissuti nel segno del “fuoco”.
Per tre giorni Sarzana cambia volto. Non sono soltanto gli incontri del Festival della Mente, i nomi dei relatori o il programma a scandire le giornate. È la città stessa a diventare parte del Festival.
Lo si vede camminando per il centro. La tensostruttura di Piazza Matteotti che si riempie e si svuota più volte al giorno, le persone che escono da un incontro e accelerano il passo per raggiungere quello successivo, le code, i bar, le pasticcerie e i ristoranti affollati, i negozi tirati a lucido. Nell’atrio del Comune la libreria del Festival è sempre uno dei punti di riferimento; davanti al Teatro degli Impavidi c’è chi continua a tentare la sorte alla ricerca di un biglietto per uno degli appuntamenti già esauriti.

Poi ci sono i relatori, che a Sarzana non restano confinati su un palco. Può capitare di incontrarli per strada, vederli parlare con il pubblico, fermarsi per un’intervista o ritrovarli poco dopo, terminato l’incontro, seduti al tavolo del firmacopie.
È forse questa la caratteristica che, edizione dopo edizione, continua a distinguere il Festival della Mente: per tre giorni non è soltanto una rassegna culturale ospitata dalla città. Entra nella città e la città entra nel Festival.
Le code, i firmacopie e quei ragazzi con la maglietta del Festival
L’immagine più evidente della partecipazione sono naturalmente le code. Quella per Alessandro Barbero, sabato sera, quando mancava ancora molto all’inizio dell’incontro delle 21.30, si allungava oltre Piazza Matteotti e il palazzo comunale, entrando nelle vie circostanti.
Ma ce ne sono altre, più piccole e forse altrettanto significative.
Sono quelle che si formano nell’atrio del Comune dopo gli incontri. Il relatore arriva, si siede a un tavolino e comincia il rito del firmacopie. Abbiamo visto le file per Mario Calabresi, Matteo Nucci, Melania Mazzucco e Francesca Mannocchi. Si aspetta con il libro in mano per una firma, una dedica, qualche parola.
E poi ci sono loro, i volontari. Quest’anno sono stati 250, studenti universitari provenienti dalle scuole superiori del territorio.
Maglietta d’ordinanza e pass al collo, sono una presenza costante e familiare. Hanno anche un piccolo momento da protagonisti: niente presentatore tradizionale. Prima dell’inizio è uno di loro a salire sul palco, annunciare il numero e il titolo dell’evento, ricordare di spegnere i cellulari. Poi lascia spazio al relatore.
Nel salutarli e ringraziarli, la sindaca Cristina Ponzanelli ha voluto però aggiungere una nota più intima. Ha ricordato i tre giovani della provincia scomparsi recentemente in gravi incidenti, sottolineando quanto sia importante che una comunità sappia stare vicina ai propri ragazzi, e ha rivolto un pensiero anche a una giovane imprenditrice sarzanese morta di recente dopo una malattia.

Un passaggio breve, ma che ha riportato per un momento il Festival dentro la vita concreta della comunità che lo ospita: i giovani non soltanto come volontari da ringraziare, ma come persone da accompagnare e sostenere.
Il fuoco, da Prometeo all’intelligenza artificiale
Quest’anno una parola doveva tenere insieme discipline e linguaggi molto differenti: fuoco.
Benedetta Marietti lo aveva spiegato già all’apertura. Il fuoco poteva essere declinato in molti modi, ma era anche una parola capace di raccontare lo spirito del nostro tempo: il fuoco delle passioni, quello delle guerre e quello degli incendi legati al cambiamento climatico. E aveva indicato anche l’ambizione del Festival: farci uscire dagli incontri «con più dubbi e meno certezze e meno preconcetti» rispetto a quando eravamo entrati.

Forse è proprio questa la chiave con cui leggere alcuni degli incontri.
Il presbitero Paolo Benanti, nella lectio magistralis inaugurale Custodire il fuoco. Tecnica, potere e futuro nell’età dell’intelligenza artificiale, è tornato addirittura a Prometeo. Il fuoco come prima tecnica che l’uomo deve custodire e tramandare, ma anche come potenza capace di scaldare e contemporaneamente distruggere. Da lì il filosofo e teologo nonchè docente presso la LUISS Guido Carli e presso la Seattle University ha costruito il parallelo con l’intelligenza artificiale: un nuovo fuoco che abbiamo acceso e del quale dobbiamo decidere che cosa fare.
La questione posta da Benanti non è stata semplicemente se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. È chi debba governarne la potenza.
Nel mito, ha ricordato, la sapienza tecnica non basta agli uomini per vivere insieme: servono anche giustizia e rispetto. Trasportata nel presente, la domanda diventa inevitabilmente politica. Una tecnologia così potente può concentrarsi nelle mani di pochi oppure essere governata dal bene comune.

E alla fine Benanti è tornato proprio al verbo contenuto nel titolo della sua lectio: custodire. Il problema non è spegnere il fuoco, ma scegliere se lasciarlo divorare ciò che incontra o farne qualcosa che scaldi la casa.
Il fuoco delle guerre e le parole per raccontarle
Con Francesca Mannocchi il fuoco è diventato quello, molto concreto, delle guerre contemporanee.
A Le parole che bruciano abbiamo già dedicato un articolo su SpeziaMirror. Vale però la pena tornarci dentro questa fotografia complessiva del Festival, perché il suo incontro ha mostrato un’altra possibile declinazione del tema.

Mannocchi ha attraversato l’Ucraina e la Cisgiordania, raccontando la trasformazione della guerra nell’epoca dei droni e interrogandosi soprattutto sulle parole attraverso le quali quei conflitti arrivano fino a noi. Il punto non riguardava soltanto la responsabilità del giornalista, ma anche quella di noi che leggiamo: quanto siamo disposti a interrogarci sulle versioni che riceviamo, a chiedere prove, a non accontentarci delle categorie già confezionate?
Era sabato mattina, una giornata di sole, e la stessa Mannocchi aveva manifestato sorpresa nel trovare tanta gente davanti a sé per parlare di argomenti così duri. Alla fine una lunga ovazione e una fila consistente per il firmacopie hanno dato una risposta abbastanza eloquente.

Parsi: il fuoco che distrugge gli ordini e quello delle idee
Domenica sera, last but not least, Vittorio Emanuele Parsi ha portato il fuoco sul terreno della storia e delle relazioni internazionali.
In Fuoco e ordine internazionale ha ricordato una costante terribile della storia: spesso sono state proprio le grandi guerre a distruggere un ordine e a renderne possibile uno nuovo. Ma accanto alla forza materiale delle armi Parsi ha insistito su qualcosa che, a suo giudizio, tendiamo a sottovalutare: la forza delle idee. Sono gli ideali, e non soltanto gli interessi materiali, a spingere gli uomini all’azione e persino al sacrificio.
Ed è qui che la sua lezione sulla storia è arrivata inevitabilmente al presente: l’invasione russa dell’Ucraina, il Medio Oriente, la crisi dell’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra, il rapporto dell’Europa con gli Stati Uniti.
Il punto d’arrivo è stato ancora una volta una domanda: quanto siamo disposti a difendere un sistema fondato sulla limitazione del potere, sulla libertà, sul rispetto della persona e sulle istituzioni che cercano di mettere la forza sotto il governo della legge?
E poi Omero continua a camminare per Sarzana

Il Festival ha però anche una dimensione più leggera, fatta di incontri casuali.
Per strada abbiamo intercettato Matteo Nucci mentre rispondeva a una domanda sull’Odissea di Christopher Nolan. La sua risposta, al di là del giudizio sul film, contiene qualcosa che racconta bene lo spirito di queste giornate.
Nucci si è detto contento soprattutto di una cosa: aver visto ragazzi, adulti, giovani e anziani tornare a parlare e discutere dell’Odissea. Racconta di due ragazzi che, prima della proiezione, cercavano sul telefono la trama perché non sapevano nemmeno che fosse la storia del ritorno a casa di Ulisse. E non ne fa un problema. Al contrario: se un film riesce a riportare qualcuno a Omero, per Nucci è già qualcosa di importante. Del resto, osserva, l’Odissea viene reinterpretata da sempre: lo fece anche Dante, che Omero non lo aveva letto direttamente.

Una città attraversata dalle idee
Non tutto, naturalmente, passa dagli incontri principali. C’è parallelaMente, che dissemina altri linguaggi negli spazi cittadini. C’è stato, tra gli altri, Cassandra, spettacolo al quale SpeziaMirror ha dedicato un articolo. Ci sono musica, teatro, performance e occasioni che allargano ulteriormente i confini della manifestazione.
E ci sono anche gesti che escono dalla pura dimensione culturale. Come Matteo Nucci che domenica si è presentato al suo incontro indossando una maglietta con la scritta Free Palestine: una presa di posizione affidata non a una lectio, ma a un’immagine.
Sarebbe però sbagliato trasformare tutto questo in un elenco di ciò che è successo. Sono stati 34 gli appuntamenti del programma principale, ai quali si sono aggiunti quelli dedicati a bambini e ragazzi e quelli di parallelaMente; il comunicato conclusivo parla di una «straordinaria partecipazione».
I numeri servono a misurare un Festival. Non bastano a raccontarlo. Per farlo bisogna forse tornare alle strade di Sarzana: alle persone che corrono da un incontro all’altro, alle file, ai libri sotto il braccio, ai volontari con la maglietta, ai relatori che si possono incrociare camminando nel centro storico.

Curiosamente, nelle parole conclusive di Benedetta Marietti c’è proprio questa stessa idea: Sarzana come luogo capace di creare l’atmosfera nella quale «far nascere e connettere idee, pensieri e riflessioni», con il pubblico indicato come il vero cuore del Festival.
Adesso le tensostrutture si smontano, le code scompaiono e Sarzana torna alla sua quotidianità.
L’appuntamento è già fissato: dal 3 al 5 settembre 2027.
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