
A Sarzana un lunghissimo applauso per la giornalista e scrittrice che, partendo dall’Ucraina e dalla Cisgiordania, ha raccontato come stanno cambiando la guerra e il nostro modo di guardarla. Dai droni alle versioni ufficiali, fino alla responsabilità di chi informa e di chi legge.
Sono le dieci di questo sabato mattina già pieno di sole. Il mare è a pochi passi, eppure a Sarzana siamo in tanti ad aver scelto di entrare in una grande tensostruttura già riscaldata dal sole per ascoltare parlare di guerra.
Davanti a noi c’è Francesca Mannocchi: minuta, jeans e camicetta bianca. Per circa un’ora racconta Ucraina, droni, soldati e civili. Ma soprattutto prova a spiegare ciò che sta dietro alle immagini e alle parole attraverso le quali, ogni giorno, quei conflitti arrivano fino a noi.
È lei stessa, all’inizio di Le parole che bruciano, l’incontro del Festival della Mente, a non nascondere un certo stupore per tanta partecipazione, a quell’ora e in una giornata che inviterebbe forse ad altro. Poi azzarda una spiegazione: mentre telegiornali e dibattiti televisivi sembrano concentrarsi ossessivamente sul “fenomeno Vannacci”, forse tutte quelle persone sono lì proprio perché cercano altro.
A giudicare da ciò che accadrà un’ora più tardi – il lungo applauso e la fila che si forma per il firmacopie – quell’“altro” il pubblico del Festival sembra averlo trovato.

Quando le parole sono l’unica cosa che resta
Il titolo scelto per l’incontro è Le parole che bruciano. Nella presentazione del Festival della Mente c’è un’immagine efficace: davanti alla distruzione, le parole possono diventare «un arpione capace di trattenere ciò che non deve essere dimenticato».
È il mestiere che Mannocchi pratica da anni. Giornalista e scrittrice, ha raccontato conflitti e crisi in Siria, Iraq, Palestina, Libia, Libano, Afghanistan, Egitto, Turchia, Ucraina e Yemen. Il suo ultimo libro è Crescere la guerra, pubblicato da Einaudi nel 2026. Ha inoltre diretto Lirica Ucraina, vincitore del David di Donatello 2025 per il miglior documentario.
Ma a Sarzana non porta una successione di reportage. Parte dalle storie per arrivare alle domande.
La prima ha il volto di Vera.
Ha 78 anni, è in Ucraina e deve essere evacuata. A raggiungerla non sono dei soldati: arriva un veicolo terrestre senza equipaggio, una sorta di scatola cingolata, mentre dall’alto un drone controlla l’operazione. Gli uomini che devono salvarla si trovano a quindici chilometri di distanza. Avvicinarsi fisicamente significherebbe esporsi all’occhio dei droni russi.
In quella scena, sostiene Mannocchi, c’è molto di ciò che è diventata la guerra contemporanea.
L’invasione russa dell’Ucraina era cominciata restituendo immagini quasi novecentesche: il fango, le trincee, il fronte e la retrovia. Una geometria della guerra che consentiva ancora di immaginare un territorio da conquistare, uno da difendere e una qualche separazione fra chi combatteva e chi viveva fuori dal combattimento.

Oggi, dice Mannocchi, «la geometria non esiste più». Il drone non si limita a osservare o a colpire: cancella progressivamente la distinzione tra fronte e retrovia e trasforma potenzialmente ogni movimento in un bersaglio.
Chi può essere salvato e chi deve essere lasciato indietro
È qui che il racconto diventa più duro. L’evoluzione tecnologica non cambia soltanto il modo di uccidere. Cambia persino la possibilità di salvare.
Mannocchi racconta di soldati feriti che non possono essere raggiunti perché mandare quattro uomini a recuperarne uno significherebbe probabilmente esporre anche loro ai droni. E racconta dei morti che non vengono riportati indietro perché nessun esercito può rischiare altri vivi per recuperare un corpo.
Non è soltanto una questione militare. Cambiano il rapporto con il corpo, il sacrificio, il lutto. Cambia perfino la certezza del soldato che, se morirà, qualcuno riporterà il suo corpo alla famiglia.
Ed è forse quando affronta il rapporto fra distanza e visione che la riflessione della giornalista raggiunge uno dei suoi punti più interessanti.
Il drone consente a chi lo guida di avvicinarsi con la telecamera fino al volto dell’uomo che sta per essere colpito. Può mostrarne la paura, le espressioni, perfino le labbra mentre pronunciano le ultime parole.
Una vicinanza visiva che, però, non significa vicinanza umana.
«Vedere un corpo non significa incontrare quel corpo», dice Mannocchi.
E subito dopo condensa il paradosso in una formula: «L’ipervisione coincide con l’iperdistanza».
È una delle chiavi dell’intero incontro.
Vediamo sempre di più e rischiamo, contemporaneamente, di comprendere sempre meno.

Lo sperimenta anche chi deve raccontare professionalmente la guerra. Il giornalista non può più muoversi con la stessa relativa possibilità di accesso di un tempo, raggiungere un ospedale da campo, aspettare l’arrivo dei feriti, mostrare ciò che accade ai corpi. Se tutto può diventare un obiettivo, anche il racconto si allontana. E ciò che arriva sui nostri schermi rischia paradossalmente di assomigliare sempre più alle immagini di un videogioco.


