Dom 12 Lug 2026

Tra realtà storica e finzione cinematografica: la vita del comandante Salvatore Todaro, protagonista del film “Comandante” di Edoardo De Angelis, oggi disponibile gratuitamente su RaiPlay e Paramount.

Salvatore Todaro, il comandante italiano che sapeva amare

A tre anni dall’uscita nelle sale, Comandante di Edoardo De Angelis, il film interpretato da Pierfrancesco Favino nei panni di Salvatore Todaro, sta vivendo una seconda vita grazie alla disponibilità gratuita sulle piattaforme RaiPlay e Paramount. Il film ha riportato all’attenzione del grande pubblico una delle figure più singolari della Marina italiana durante la Seconda guerra mondiale: il comandante del sommergibile Cappellini che, dopo aver affondato una nave nemica, decise di salvare e trasportare in salvo i naufraghi belgi, anteponendo l’umanità alle regole della guerra.

Ma quanto c’è di storico e quanto di cinematografico nel racconto di De Angelis? Il contributo che segue ripercorre la vita di Salvatore Todaro mettendo a confronto le scene del film con i fatti documentati, evidenziando licenze narrative, fedeltà storiche e alcuni episodi meno noti della sua vicenda umana e militare.

Il capitano di corvetta Salvatore Todaro, comandante del sommergibile Alfredo Cappellini

Dalla Sicilia alla Laguna Veneta

Salvatore nasce a Messina il 16 settembre 1908 da Giovanni e dalla ferrarese Rosina Ruggeri. La famiglia scampa al terrificante terremoto (magnitudo 7,1) del 28 dicembre 1908 che in 37 secondi causa 120.000 vittime fra le due città dello Stretto calabro-siciliano, detto di Messina.

Dopo poco il capofamiglia si trasferisce nelle isole nella Laguna di Venezia, prima destinato al forte costiero di San Pietro in Volta dove Salvatore frequenta le prime due classi delle Scuole Elementari – durante l’anno scolastico 1913-’14 inizia la guerra 1914-’18 – e poi al forte Penzo di Sottomarina.

Per la quinta la famiglia Todaro lascia la Laguna, troppo vicina al fronte bellico, e si trasferisce a Ferrara presso i parenti della madre, ma l’anno successivo ritorna a Sottomarina e Salvatore frequenta a Chioggia i tre anni delle Scuole Tecniche.

Questo spiega nel film la parlata veneta fra il Comandante, magistralmente interpretato dal romano Pierfrancesco Favino, e il suo secondo ufficiale, l’attore napoletano Massimiliano Rossi, che crede nel suo comandante anche quando alcune scelte mettono tutti a repentaglio.

La formazione di Salvatore è molto influenzata dalla figura di monsignor Umberto Voltolina, parroco di Sottomarina, uomo di fede, bontà e generosità senza limiti, che vive per i ragazzi, li segue sempre e dà tutto ai poveri del luogo, spesso anche il proprio cibo. Un personaggio essenziale nella vita del ragazzo che il 9 novembre del 1923 accede alla prima classe degli allievi di vascello dell’Accademia Navale di Livorno.

L’incidente nel Golfo della Spezia

Il film inizia con la scena del naufragio di Salvatore Todaro in mare, di cui ora ricordiamo l’antefatto.

Nel Golfo della Spezia, da un velivolo “Savoia Marchetti 55”, la 187a Squadriglia Idrovolanti, con base alla stazione aeronautica di Cadimare, sperimenta il lancio di un siluro che pesa 950 kg. L’operazione avviene da un’altezza sul mare fra 15 e 30 metri, poiché da una quota superiore il siluro si danneggerebbe in modo irreparabile.

Il 27 aprile 1933, impattando sulla superficie, il siluro solleva una colonna d’acqua che va a investire i piani di coda dell’idrovolante e la parte anteriore della fusoliera s’infila in mare.

Il sottotenente di vascello osservatore Todaro riporta una frattura da schiacciamento della sesta vertebra dorsale e contusioni multiple fra cui una epigastrica con commozione addominale; segue la degenza di quasi due mesi all’ospedale della Marina alla Spezia.

Per tutta la vita egli deve portare un busto a causa di una colonna vertebrale divenuta troppo debole ed è soggetto a dolori che lo costringono a iniezioni calmanti. La moglie Rina Anichini, sposata il 2 agosto 1933, inutilmente lo dissuaderà a proseguire la vita militare.

Il sommergibile Alfredo Cappellini

Le scene del film e il confronto con la storia

La partenza del “Cappellini”

Alla Spezia, in Arsenale Militare, il sommergibile “Alfredo Cappellini” è pronto a partire e il comandante distribuisce coltelli a tutto l’equipaggio dicendo: “Non si sa mai…”

I marò di Todaro portano alla cintura un pugnale non per abbordare le navi nemiche all’arma bianca, come i corsari del passato, ma per esaltare le virtù aggressive di uomini destinati a un’aspra missione di guerra.

A bordo soltanto lui non porta armi; al contrario il suo viso aperto e gli occhi luminosi tradiscono un animo umanissimo.

Dal suo secondo, il tenente di vascello Aldo Lenzi, sappiamo che a bordo del “Cappellini” sono sempre pronte delle biscaggine (scale leggere di corda) da poter lanciare, perché il suo sogno è catturare una nave mercantile nemica e vuole essere pronto se si presenta l’occasione di un arrembaggio.

Anche la prora del sommergibile è stata rinforzata con una robusta lamiera d’acciaio tagliente perché, in caso di emersione forzata sotto caccia nemica, “ci si può sempre buttare in un bello speronamento nella pancia di un cacciatorpediniere inglese”.

Il commiato delle donne

Le belle spose e fidanzate dei marò, in abbigliamento invero poco fedele alle mises di quel tempo, inscenano un commiato teatrale ai loro uomini che si apprestano alla missione di guerra sottomarina.

Non c’è bisogno di essere indovini per sapere che non torneranno” – esse declamano – “I sommergibilisti sono tutti destinati a morire”.

Come nelle antiche tragedie greche, le “coriste” esprimono dal palcoscenico l’opinione dell’autore o il comune sentire della polis; qui le donne compiangono chi lascia la terraferma e liberano tutto il loro dolore di future vedove.

Sulla coperta del Cappellini il comandante fra i suoi marò

Efisio Careddu e le doti medianiche di Todaro

Alla Spezia, prima della partenza, il comandante Todaro prende in disparte l’elettricista Efisio Careddu e gli comunica che lo esclude dalla missione; tre giorni dopo, in navigazione, lo stesso marò escluso comunica al suo comandante di essere stato operato urgentemente di peritonite, di stare bene e di essergli grato.

Se fosse partito, sul sommergibile non avrebbe avuto scampo.

Dopo l’incidente aereo, nei quasi due mesi di convalescenza all’ospedale militare della Marina di Spezia, Todaro si appassiona alla psicanalisi, dedicandosi alla lettura di testi, e poi guarisce la moglie di un collega che da tempo soffre di nervi, depressione e altri fenomeni psichici.

Forte di questo successo, fa altri esperimenti rivelando doti medianiche.

Ha previsto lo stato di malattia di Efisio Careddu? Lo ha scientemente risparmiato?

Morirò in guerra durante il sonno” è la tragica predizione che Todaro fa di se stesso.

“Amate la paura”

Itinerario a/r da Bordeaux (Betasom) della missione atlantica del Cappellini dal 22.12.’40 al 30.1.’41 (cartina tratta dal vol. “I sommergibili negli oceani” (Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 1963)

Nel discorso all’equipaggio prima della partenza il Comandante dice:

“Non c’è il re, né il duce, né mammina, ci sono io a guidarvi. Amate la paura, chiamatela!”

Al “Pronti a muovere!” nessuno si sottrae e marca visita medica.

Salvatore Todaro è un eccezionale comandante e gode dell’ammirazione dei colleghi. Usa le sue doti sensitive innate per motivare l’equipaggio, che lo idolatra per quel misto di severità e affettuosità che emana.

In questo discorso si pone al centro della scena, quale unico Comandante Supremo in mare, responsabile di vita e morte dei suoi uomini ed evoca la paura perché non abbiano paura della paura, con l’effetto di stimolare il loro coraggio.

5 ottobre 1940: Gibilterra tra film e realtà

Ci si avvicina a Gibilterra e nel corso della navigazione subacquea nello Stretto, ove opera una munita base navale inglese che controlla quelle acque, vengono usate le maschere d’ossigeno per la fuoriuscita dalle batterie di acido solforico che si espande nei locali del battello. 

Cessato il pericolo chimico, lo scafo s’incastra fra due cavi d’ancoraggio per mine che minacciano di far saltare il sommergibile.

L’ufficiale in seconda è già pronto all’azione, ma Vincenzo Stupo, pescatore di coralli a Torre del Greco e marinaio provetto, si offre di sostituirlo poiché è solo un “marinaio di laguna veneta“.

Il corallaro campano entra nella garitta, la richiude ed esce dal sommergibile senza muta, con soli respiratore e maschera, taglia il cavo di ancoraggio della mina. Il “Cappellini” è salvo e Vincenzo Stupo, prode marò senza paura, muore perché non può rientrare.

È una Storia italiana, splendida, di solidarietà e sacrificio, di vita e morte.

Per raggiungere l’Atlantico e Betasom occorre oltrepassare Gibilterra e lo Stretto. Bisogna cioè superare i grossi ostacoli costituiti dalla stretta sorveglianza inglese e dalle difficoltà naturali, dovute alle correnti e ai pericolosi vortici sottomarini che avevano fatto ritenere quel tratto insuperabile in immersione, specialmente per chi proviene dal Mediterraneo diretto in Atlantico.

A conferma delle difficoltà il Grande Ammiraglio tedesco Karl Dönitz, già sommergibilista, scrive:

“La traversata in superficie, contro corrente, in tempo di guerra sarebbe durata troppo a lungo per poter essere compiuta durante l’oscurità in una sola notte…

Comunque sia, nel corso della seconda guerra mondiale i nostri sommergibili hanno superato lo Stretto di Gibilterra in direzione ovest per ben quarantasei volte senza mai subire perdite.

Anche il “Cappellini”, secondo l’Ufficio Storico della Marina Militare, lo attraversa in immersione quasi tranquillamente, incontrando condizioni meteorologiche buone, e ne esce dopo il tramonto senza essere avvistato dalle unità britanniche di vigilanza.

Le drammatiche vicende del film devono quindi essere considerate mera finzione cinematografica, che tuttavia entra a pieno titolo in una trama che vuol essere fortemente identitaria e patriottica.

Il salvataggio dei naufraghi del “Kabalo”

La lancia con i naufraghi del Kabalo a rimorchio del Cappellini

La notte sul 16 ottobre il “Cappellini” avvista la sagoma di un mercantile che naviga a luci oscurate. Accortosi di essere stato visto e inseguito, il piroscafo accelera e apre il fuoco sul sommergibile con il cannone di poppa, ma nel combattimento ben presto ha la peggio e vari incendi si sviluppano nella sua zona poppiera; infine si arresta.

Un siluro del “Cappellini” manca il bersaglio, ma il cannone poi lo affonda.

Dopo lo scontro, che avviene a 700 miglia a ovest di Madera e a 1000 dalla costa africana, Todaro decide di porre in salvo l’equipaggio del bastimento che ha colato a picco.

Raccoglie cinque naufraghi finiti in mare, trova di notte la lancia su cui si sono messi in salvo altri ventuno, la prende a rimorchio e, quando la lunga onda atlantica sfonda la barca e i naufraghi sono in acqua, li accoglie tutti a bordo.

Dovendo così procedere in superficie, esposto a gravi rischi per l’incolumità del battello e dei suoi marò, avvisa i naufraghi che in caso di attacco nemico dovrà immergersi e pertanto quelli sistemati nella falsa torretta non avranno scampo.

Conclude con: “… io mi prendo le mie responsabilità” e “ognuno faccia quel che deve“.

Gli episodi spostati dal regista

Nel film il regista De Angelis attribuisce al combattimento contro il “Kabalo” due circostanze che invece si riferiscono a un episodio successivo. La prima è l’onorificenza del tutto sui generis, cioè il privilegio di potersi rivolgere al comandante con “Tu… Comandante“, concessa al marò sardo Antonio Pietro Mulargia dopo il combattimento del 14 gennaio 1941 contro il piroscafo armato britannico “Eumaeus“.  Todaro nota, infatti, che Mulargia, ferito alla testa, non si stacca mai dal combattimento; ogni qualvolta il sangue gli cola sul viso appannando la vista , con la mano se ne libera come fosse sudore, ripulitala sui pantaloni, continua a sparare.

La seconda circostanza è l’intervento del tenente Danilo Stiepovich che si pone volontariamente alla mitragliera per sostituire il marò ferito, ma dopo pochissimo riceve un colpo che gli spappola la gamba sinistra. Ridotto in fin di vita, chiede al comandante di poter rimanere ancora in coperta per vedere affondare il piroscafo inglese. Stiepovich sarà insignito di Medaglia d’Oro alla memoria.

Lo sbarco alle Azzorre

Torniamo ai ventisei naufraghi del “Kabalo“, che Todaro intende sbarcare all’isola di Santa Maria delle Azzorre. Nel film trova la rotta sbarrata da alcune navi inglesi: è un’altra invenzione cinematografica di De Angelis. Al commiato, prima di sbarcare, il comandante belga Georges Vogels rivela che il “Kabalo” trasportava aerei per gli inglesi.

È la guerra“, replica il nostro Comandante.

Poi aggiunge uno degli scambi più celebri della vicenda:

Al vostro posto vi avremmo lasciati in mare. – Perché voi non lo avete fatto?”

Todaro, con un sorriso molto dolce:

 “Perché siamo italiani.

La lettera da Lisbona

Lisbona, novembre 1940. Al Ministero della Marina italiana – Roma.

Vorrei, se possibile, che queste righe fossero trasmesse al Comandante del sommergibile italiano che ha affondato la nave KabaloSignore, fortunato il Paese che ha dei figli come voi!

I nostri giornali pubblicano il vostro comportamento verso l’equipaggio di una nave che il vostro dovere obbligava di silurare. Vi è un eroismo barbaro e un altro davanti al quale l’anima si mette in ginocchio: questo è il vostro.

Siate benedetto per la vostra bontà che fa di voi un eroe non soltanto dell’Italia ma dell’Umanità.

Una Portoghese

Conclusioni

Al di là del filo conduttore molto identitario che lo percorre, la poesia del film è l’umano eroismo solitario, contro tutte le regole militari, del comandante Salvatore Todaro, che si fonde con le varie scene rivelatrici di un composito quadro sociale. Un cast di bravi attori del teatro napoletano fa emergere l’unità di quell’Italia e, allo stesso tempo, le sue differenze regionali: accenti diversi, caratteri diversi, ma un senso di appartenenza comune.

A questa visione giovano le scene più intime e cinematografiche: il cuoco napoletano e i suoi dolci, le patatine fritte alla belga nel grasso di bue, la presenza di un cane a bordo, la canzone “Oi vita, oi vita mia...” accompagnata dal mandolino.

Dopo l’estate del 1941, sia per ragioni di salute sia per l’avvicendamento di comandanti più giovani per le lunghe missioni di guerra in Atlantico, Salvatore Todaro deve lasciare il comando del “Cappellini” e viene scelto per la guida dei mezzi d’assalto di superficie della Decima Flottiglia MAS. Il 14 dicembre 1942, durante i preparativi di un’operazione contro il porto tunisino di Bona, due aerei inglesi attaccano il “Cefalo“, il piropeschereccio armato a supporto logistico dei tre motoscafi siluranti predisposti. 

Uno dei colpi raggiunge alla testa Salvatore Todaro mentre sta dormendo.

Ora tutto si è compiuto, esattamente come lui aveva predetto.

P.S.

Il 5 gennaio 1941, fra le Canarie e la costa africana, il “Cappellini” attacca con il cannone e affonda il piroscafo armato inglese “Shakespeare”, di 5.029 tonnellate, carico di materiale bellico destinato a Porto Said. Anche in questo caso Todaro recupera la ventina di naufraghi sopravvissuti e li porta in salvo all’Isola del Sale, nell’arcipelago di Capo Verde. L’episodio non compare nel film.

By Pier Paolo Meneghini

Bibliografia

  • Armando Boscolo, Comandante Salvatore Todaro, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1970.
  • Karl Dönitz, Dieci anni e venti giorni, Garzanti, Milano, 1960.
  • Teucle Meneghini, Cento sommergibili non sono tornati, C.E.N., Roma, 1958 e 1963.
  • Ufficio Storico della Marina Militare, I sommergibili negli oceani, vol. XII della serie La Marina Italiana nella seconda guerra mondiale, Roma, 1963.
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