Mar 21 Apr 2026

Alla Spezia, il 14 aprile 2026, un incontro tra letteratura, amore e psicoanalisi: Massimo Marasco racconta la nascita di “Brendan e Grace” e il ruolo dell’Officina dello Scrivere ad Alta Voce.

Il 14 aprile del 2026 alle 17:00 in via Filippo Corridoni 7 alla Spezia, nel salone del centro anziani di Piazza Brin, Massimo Marasco terrà una presentazione del suo ultimo libro, “Brendan e Grace”, con l’aiuto di Margherita Bertella.

Massimo, puoi parlarci di Margherita Bertella e di come l’hai conosciuta e di quello che fate all’Officina dello Scrivere ad Alta Voce?

Sì, Margherita Bertella è una delle insegnanti dell’Officina dello Scrivere ad Alta Voce, un corso di scrittura e di lettura espressiva che è attivo da più di dieci anni che ha luogo ogni settimana, il giovedì, alla Mediateca Regionale Ligure “Sergio Fregoso”. Però io l’ho conosciuto da soltanto due anni. Ho conosciuto questo gruppo bellissimo proprio grazie a Paolo Luporini e ai suoi incontri di lettura del centro anziani di piazza Brin. Le insegnanti e gli allievi del corso hanno letto alcune loro opere in due incontri, due anni fa, e io, dopo il secondo incontro, ho detto: no, questi sono troppo interessanti, voglio entrarci anch’io. L’altra insegnante si chiama Rosanna Ianni, è una carissima amica anche lei, però con Margherita è nata un’amicizia, una collaborazione più profonda. E grazie a questi esercizi di scrittura e di lettura espressiva mi è tornata la voglia di scrivere racconti, di scrivere fiction e narrativa. È tutta la vita che scrivo. Il mio libro precedente è un libro complesso; sono scritture che ho fatto fin da quando ero bambino e dentro ci sono un sacco di personaggi, un sacco di storie all’interno del romanzo. Avevo sempre pensato di non sviluppare queste storie, ma molti mi dicevano: “Perché no? Ci sono tante trame, ci sono tanti spunti, perché non sviluppi queste idee?” E io ho sempre detto che non mi interessava: “A me interessa il discorso globale di quel libro”. Però, come diceva Silvia Montefoschi, la mia grande amica e psicoanalista, “Non bisogna mai morire sulla parola detta”. E quindi io non sono morto sulla parola detta. Mi è venuta voglia, appunto grazie all’Officina, di prendere una storia di queste, una delle tante delle 1000 storie che sono nel mio libro precedente, e di espanderla. E questa è l’origine.

Margherita Bertella

Parlaci un po’ dell’opera principale precedente, che è “L’Annuncio – Il mito del popolo nuovo” (Zephyro Edizioni) e di come l’hai elaborata negli anni e di come poi sei riuscito a sviluppare e a sciogliere un nodo che invece avevi che ti impediva di pubblicarlo.

Tutto nasce dal gioco che facevo da bambino con il mio più grande amico. Io sono figlio unico, però ho avuto un grande e amatissimo fratello che si chiamava Renato. Ho fatto con lui dalla seconda elementare alla quinta liceo e invece Paolo ha fatto con me e Renato solo il liceo. Da bambino è stato proprio Renato che mi ha fatto conoscere i primi fumetti i cui protagonisti non fossero degli animali antropomorfi. Quindi ho scoperto Superman, che si chiamava Nembo Kid, poi Batman, e mi è sembrato di essere diventato uomo leggendo fumetti da grandi. E tanta è stata la passione, che io e Renato abbiamo cominciato a inventarci dei personaggi nostri che erano appunto delle scopiazzature di Batman e di Superman. C’era una sola cosa originale in questo, che almeno i miei personaggi non vivevano come Batman e Superman negli Stati Uniti, ma in un paese di fantasia che stava comunque nel Nord America. Però io me lo immaginavo fondato da un popolo d’invenzione, che era stato in Scozia e prima ancora in Scandinavia. Io ho sempre avuto il mito del nord Europa. Quando, crescendo, abbiamo smesso di giocare con i supereroi, questo contenitore, questo popolo immaginario, non è morto, e a partire da quello, a questo popolo e a questo stato di fantasia che io mi sono immaginato che stesse tra la California, l’Oregon e il Nevada, io ci ho messo dentro tutte le mie passioni a cui mi appassionavo diventando grande. Invece di inventarmi dei… Supereroi, ho cominciato a inventarmi degli uomini politici, dei condottieri, dei filosofi, dei poeti, dei romanzieri, dei musicisti. C’erano tutte le mie passioni, politiche, religiose, filosofiche, letterarie, musicali. Questo popolo viene, come tutti i popoli, dal nodo del Pamir, m’immagino. Però poi va nel nord della Scandinavia e lì appunto c’è un poeta che racconta i miti e le saghe di quando il suo popolo stava in Scandinavia. Poi loro fanno una prima migrazione e vanno in Scozia, stanno per secoli in Scozia e poi alla fine del Settecento è situata la fondazione di questo paese nordamericano che si chiama Jeckpolis, perché mi immagino che il condottiero che ha portato via dalla Scozia il suo popolo si chiamasse Mack Jack e quindi Jeckpolis. Perseguitati dagli inglesi dopo le sconfitte delle rivolte giacobite scozzesi del 1700, si decidono a lasciare la Scozia e vanno in America e fondano il loro Stato.

Sì, mi sono immaginato una lingua con tutti i loro nomi. Alcuni sono nomi inglesi e scozzesi, ma molti sono nomi che sembrano scandinavi o addirittura finlandesi. Però io mi immagino che Jeckpolis sia abitata da questo popolo finno, che però non ha niente a che fare con i finnici della Finlandia, e che la sua sia una lingua assolutamente autonoma e quindi ho immaginato la storia sia politica che letteraria di questo popolo. Ha cominciato a venir fuori l’ossatura della trama, in modo estremamente frammentario: se venite a casa mia ci sono quaderni, fogli sparsi, un coacervo, perché un giorno mi veniva in mente del poeta romantico e scrivevo qualcosa da una parte, poi un altro giorno mi veniva in mente del poeta epico e così via, poi del romanziere. E poi del musicista, poi del prete, che è anche lui un grande romanziere, scrive anch’egli un sacco di cose. Era tutto estremamente frammentario, quindi non fruibile. Io però non capivo perché scrivevo e non trovavo io stesso un senso a tutto questo. Mi sono sempre detto: “Ma come? Io voglio fare il chimico, m’interessa la scienza, no, perché scrivo? E poi tutti scrivono poesie o scrivono romanzi. Cos’è ‘sta roba qua?”. E perciò è stato questo tipo di domande addirittura uno dei motivi per cui a un certo punto della mia vita ho intrapreso un percorso psicoanalitico. Prima d’iniziare le sedute, avevo messo ordine a tutto il mio materiale grazie all’attenzione al computer, al fatto che poi io non ho fatto il chimico, ma ho fatto l’informatico per tutta la vita. Sono anche riuscito a trovare una cornice per cui questa ‘cosa’ potesse essere un po’ più fruibile, però ancora non ne trovavo il senso. Quando l’ho fatto leggere alla mia psicoanalista Silvia Montefoschi, lei me ne ha dato una chiave di lettura, ha scritto una prefazione, e allora io mi sono deciso a pubblicarlo. Lì dentro ci sono mille cose e c’è anche un personaggio che è uno scrittore di fumetti che ha inventato tre supereroi. Uno di questi tre supereroi, che è un supereroe molto sui generis, è questo Brendan, e la sua storia che è nel capitolo XXXIII di questo libro vi è soltanto accennata, e parla di lui, Brendan, e del suo amore per Grace. Finalmente, dopo tanti, tanti anni – poiché il romanzo l’ho pubblicato nel 2003, e questo l’ho scritto nel 2025 – più di vent’anni dopo, mi sono deciso a scriverne la storia per filo e per segno in un racconto abbastanza breve, però molto più articolato che non il capitoletto all’interno di questo grande ‘casino’ che è il mio romanzo precedente.

Un ‘casino’ che è un bellissimo e perfetto romanzo, direi. Vorrei che approfondissi un attimo il racconto della tua vita come informatico e successivamente dire quanto è stato il valore di Margherita Bertella per incitarti a scrivere questo nuovo libro, che è una novella, si può dire, e anche accennare qualcosa delle doti di questo supereroe.

Allora, beh, dunque io mi sono laureato in chimica e ho avuto una grande delusione perché non mi sono trovato bene facendo la tesi. Oltretutto avevo bisogno di lavorare e non trovavo lavoro come chimico. A un certo punto una grande multinazionale che penso che ne possa fare il nome, la IBM, a un certo punto assumeva, come dico sempre, …cani e porci. Infatti, ha assunto anche me e io ci ho provato, perché mia mamma era in pensione, era vedova, io avevo già quasi 25 anni e avevo bisogno di lavorare. Quindi ho detto: “Boh, proviamo, proviamo a fare questo salto, a rimettermi in gioco con un lavoro diverso”. È stata una scelta, a posteriori, molto positiva. È stato un lavoro molto bello che mi ha portato anche a viaggiare tantissimo. Sono stato tante volte negli Stati Uniti. Ho conosciuto gente di tutto il mondo, è stata un’esperienza. Per lavoro sono stato in giro in Europa, molti posti in Europa e negli Stati Uniti. Mi sono fatto tanti amici, Al massimo sono stato via otto settimane, mai di più. C’era la possibilità di stare anche due o tre anni. Si chiamava assegnazione, ma siccome mia mamma era sola, non ho mai voluto andare così lontano per così tanto tempo. Io la chimica l’ho un po’ dimenticata, ma tra la chimica, l’informatica e fare lo scrittore c’è qualcosa in comune ed è costruire qualcosa dal niente. Io non a caso ho sempre fatto il chimico di sintesi, non a caso mi sono sempre occupato, nell’informatica, di sviluppo applicazioni, e poi mi piace anche sviluppare delle storie. Quindi questa è la cosa che lega queste tre cose diverse che sono stato nella mia vita.

Margherita, come Paolo, è stata una lettrice entusiasta del mio libro precedente, che è un libro difficile che seleziona i suoi lettori, all’inizio lei ha avuto una crisi, però poi dopo pagina 90-100 ha scollinato e poi è andata in fondo molto velocemente. Quindi anche lei mi ha espresso la richiesta di completare queste storie in qualche modo, di svilupparle. Mi ha motivato, però in realtà lo ha fatto di più Rosanna, durante una lezione, con il compito che ci ha dato, che è stato: “Scrivete io superuomo”. E allora io, invece di parlare di me identificato in un supereroe esistente, ho scritto di quei tre personaggi di fumetti creati dal fumettista del popolo finno di Jeckpolis. Le avventure erano in questo capitolo del mio libro precedente e quindi da lì, già un paio d’anni fa, mi era venuta la voglia di scrivere un capitolo di questa storia di Brendan, che dei tre personaggi è quello che sempre ho sentito molto vicino. E quindi da lì la storia l’ho raccontata per filo e per segno perché è un supereroe un po’ particolare. Questo Brendan ha degli straordinari poteri telepatici che non si limitano a essere la lettura del pensiero; lui è anche in grado di entrare nella mente delle persone e di prenderne eventualmente il controllo. Potere abbastanza inquietante. E che lui cerca sempre di usare per il bene, cerca di usarlo per evitare crimini. Però oltre questo suo straordinario potere mentale ha un altro suo potere: lui è anche un grandissimo pianista. Corrispondono due handicap molto forti: Brendan è non vedente e non cammina. Insomma, è paralizzato dalla vita in giù. In realtà, quello che si racconta è che lui da ragazzo ci vedeva e camminava, però si accorge che usando questi poteri mentali man mano che li usa la sua vista e l’uso delle gambe peggiorano sempre, fino a arrivare alla cecità e alla paralisi degli arti inferiori. Il protagonista della storia non è Brendan, ma sono Brendan e Grace. Perché quello che nasce come una storia di avventure è in realtà quello che a me preme di raccontare: è la storia d’amore di queste due persone che si amano.

Marasco Massimo

Allora qui magari ritorniamo a Silvia Montefoschi e a quello che è il suo pensiero in base al rapporto tra i sessi. È anche verificabile nel rapporto psicoanalitico con la funzione dell’intersoggettività. Se puoi, parlane ora…

È molto difficile parlare in pochi minuti del pensiero di Silvia Montefoschi, però questa cosa è fondamentale. L’idea tradizionale della psicoanalisi è che c’è un analista che è il soggetto della relazione e c’è un paziente che è l’oggetto della relazione – normalmente – dove appunto il paziente è l’oggetto che viene interpretato dal soggetto interpretante che è l’analista. Addirittura, all’inizio della psicanalisi, il setting psicoanalitico freudiano fa proprio vedere questa differenza: il soggetto è l’analista seduto e l’oggetto è il paziente sdraiato, che non guarda neanche in faccia l’analista. Ecco, già Jung stravolge questo setting, per cui non esiste più questa disposizione e i due nel setting junghiano si guardano negli occhi, ma l’idea di Silvia Montefoschi è che nella seduta psicoanalitica, appunto, non c’è una interdipendenza tra il paziente che demanda la sua soggettività all’analista e dice: “Interpretami tu!” e appunto è l’analista che demanda la sua oggettività, perché non si butta, non mette tutto se stesso nella relazione. Ecco, nell’idea di Silvia Montefoschi il rapporto psicoanalitico deve diventare, fin dall’inizio, il più presto possibile, un rapporto intersoggettivo, quindi un rapporto dove entrambi i protagonisti della relazione sono ugualmente soggetti e lavorano su un qualcosa che, anche se viene portato dal paziente, riguarda anche l’analista e l’analista mette se stesso, le sue esperienze, i suoi sogni, nella relazione, perché secondo Silvia l’inconscio non è un inconscio né personale come quello di Freud, né un inconscio collettivo come quello di Jung, ma è addirittura un inconscio universale. Quindi quello che parla nei nostri sogni, ma anche nelle nostre fantasie, nella poesia, nella musica, nell’arte, è una conoscenza inconsapevole, una potenzialità all’evoluzione. Che, appunto, magari viene nel sogno del paziente, ma siccome viene da un inconscio che è universale, riguarda entrambi. E quindi chi è che lavora? È questo soggetto unico universale in evoluzione che si sviluppa nel dialogo intersoggettivo tra paziente e analista. Porta avanti l’evoluzione del pensiero, e l’idea di Silvia è questa: l’interdipendenza non c’è soltanto nel rapporto analitico, c’è in tutti i rapporti umani, a partire dal rapporto di coppia, perché nella coppia l’uomo è soggetto, perché va a lavorare e perché si occupa di filosofia, di religione. Magari dice alla moglie per cosa deve votare. Ma nel femminile il soggetto è la moglie, perché è lei che ha un suo sapere, una sua cultura, un suo sentire, e un suo ambito, la famiglia, la sorellanza, le relazioni, gli affetti, la cura. E quindi la relazione uomo-donna nella coppia è una relazione interdipendente, dove ciascuno, come nella relazione analista-paziente, demanda qualcosa di sé all’altro. Quindi l’idea è sperimentare, nel nuovo rapporto analitico, una nuova modalità intersoggettiva, ma non tenersela solo per l’analisi e poi andare a casa e continuare a fare come sempre, ma cambiare la relazionalità tra uomo e donna, nella coppia, nell’amore, cercando di applicare anche lì l’intersoggettività, ed è proprio quello che provano a fare Brendan e Grace.

Sì, e infatti c’è una collaborazione che nasce subito tra loro, in quanto lui, non potendo usare i pedali per l’espressione del pianoforte, ha bisogno di cercare una persona che azioni i pedali per conto suo, mentre lui invece agisce sulla tastiera, e trova questa collaborazione molto stretta e molto ispirata proprio in Grace, in virtù anche di cosa?

In virtù del fatto che Grace un giorno va ad ascoltare un concerto di Brendan, ancora cieco, ma ancora con la possibilità di usare le gambe, e lei s’innamora contemporaneamente del suo modo di suonare e di lui. Grace è lei stessa una pianista e si accorge che lui suona come suona la sua parte maschile, e quindi lei rimane affascinata sia della persona sia dell’artista. E quando lui perde l’uso delle gambe e cerca appunto qualcuno che possa usare i pedali d’espressione in sua vece, lei conosce talmente tanto bene lo stile interpretativo di lui che quando va e si propone come assistente, senza neanche fare una prova, al primo tentativo, lui rimane colpito dalla sua capacità di farlo esattamente come avrebbe voluto lui, e quindi lei va da lui già innamorata di lui e lui s’innamora di lei a prima vista, è buffo, no? Lui è cieco, ma si innamora di lei a prima vista. Se dovessi dare un sottotitolo a “Brendan e Grace”, gli darei “Il mito dell’amore nuovo”, come era il sottotitolo del mio primo romanzo.

By Paolo Luporini

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