Ventiquattro militari e appartenenti all’intelligence israeliana raccontano dall’interno la guerra a Gaza: gli obiettivi, gli algoritmi, le vittime civili previste prima degli attacchi e i dubbi maturati da alcuni di loro dopo aver partecipato alle operazioni. Un film israeliano che racconta anche il dissenso presente nella società israeliana.
Per quasi tre anni le immagini arrivate da Gaza ci hanno mostrato palazzi distrutti, quartieri ridotti in macerie, ospedali colpiti, uomini, donne e bambini uccisi. Ci hanno mostrato che cosa è accaduto.
Ho visto NAZA al Cinema Il Nuovo Film Club, alle 19 di una giornata feriale. La sala era piena, nonostante l’orario insolito. Un particolare non secondario per un film documentario che affronta un tema sul quale sembrava ormai essere stato detto e mostrato tutto.
E invece NAZA racconta qualcosa che quelle immagini di distruzione e morte non potevano raccontare: come si è potuti arrivare a tutto questo. Come viene individuato un obiettivo, come si decide di colpirlo, come si calcola il numero dei civili che potrebbero morire, come funziona la catena che porta alla decisione finale?
A testimoniarlo sotto copertura sono 24 tra militari e appartenenti all’intelligence israeliana. Non osservatori esterni, ma persone israeliane che a quella macchina hanno preso parte.
Da Tel Aviv, guardando Gaza
NAZA è diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già tra i registi di No Other Land. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, ha ottenuto il Premio speciale della giuria. Il documentario nasce da un’inchiesta sviluppata attraverso The Guardian, +972 Magazine e Local Call e raccoglie le testimonianze di 24 appartenenti alle forze armate e all’intelligence israeliana, protetti nell’identità. Secondo gli autori, il lavoro complessivo di verifica ha coinvolto oltre cento fonti.
La scelta cinematografica è essenziale. Le testimonianze vengono raccolte di notte, sui tetti di Tel Aviv. Ed è uno degli aspetti che più mi hanno colpito. Sullo sfondo ci sono i palazzi della città nella tranquillità della sera. Finestre illuminate attraverso le quali si intravedono persone davanti alla televisione, famiglie nelle loro case, frammenti di una quotidianità normale.
Poi, nei racconti degli intervistati, compaiono altri palazzi. Sono quelli di Gaza. Vengono individuati sulle mappe, studiati attraverso fotografie, telefoni, segnali, coordinate e algoritmi. Un appartamento, un edificio, un intero isolato può diventare un obiettivo. E infine arrivano le bombe dell’IDF.
Un bambino è un Naza
Il titolo del film contiene probabilmente la sua chiave. Naza è un acronimo utilizzato dall’intelligence israeliana per indicare il numero dei civili che si prevede possano essere uccisi in un attacco.
Non necessariamente, dunque, vittime scoperte dopo che una bomba è caduta. Persone la cui possibile morte è conosciuta prima e nulla muove chi pianifica e guida a rinunciare all’azione. Secondo gli algoritmi il potenziale bersaglio legato ad Hamas deve essere ucciso nonostante con lui periranno moglie, figli e vicini di casa.
Nel film uno degli intervistati mostra il funzionamento del sistema. Sulla mappa ci sono gli edifici di Gaza. Selezionando una casa è possibile conoscere quante persone potrebbero essere coinvolte nel bombardamento. Gli viene chiesto se il sistema distingua tra adulti e bambini. La risposta è:
«Un bambino è un Naza.»
Un’altra testimonianza racconta di un uomo individuato come bersaglio. Attraverso le fotografie contenute nel suo telefono vengono identificate la casa e persino le sue due bambine, fotografate sorridenti sul balcone. Quando arriva il bombardamento, il padre non era nell’appartamento. Le bambine sì. Moriranno entrambe.
Tutto comincia dal 7 ottobre
C’è però un elemento che sarebbe sbagliato rimuovere dal racconto. Il 7 ottobre 2023 Hamas compie la strage in Israele. Ed è da lì che partono anche molti degli uomini e delle donne che testimoniano in NAZA. Dalle loro confidenze emerge il trauma, la rabbia, la volontà di reagire e di colpire Hamas. Sono convinti di partecipare alla difesa del proprio Paese. Poi, per alcuni di loro, qualcosa cambia.
Continuano a lavorare dentro il sistema e vedono aumentare il numero dei civili che può essere considerato accettabile per eliminare un obiettivo. Vedono edifici e quartieri distrutti. Conoscono in anticipo il numero dei Naza associato a un attacco. Vengono assaliti dal dubbio. Alcuni raccontano di non essere più riusciti a continuare. La reazione alla strage del 7 ottobre, ai loro occhi e non solo a loro, ha ormai superato ogni limite.
La guerra come una procedura
C’è poi un’altra questione che NAZA pone e che va molto oltre Gaza. È il modo in cui si combattono le guerre contemporanee.
Nella Guerra di Piero di Fabrizio De André due soldati nemici finiscono uno davanti all’altro. Prima di sparare, Piero vede l’uomo che dovrebbe uccidere e che invece lo ucciderà.
La guerra raccontata da NAZA è un’altra cosa. È una guerra tecnologica, combattuta anche a grande distanza, in remoto come dicono quelli bravi, nella quale il processo che conduce alla morte di qualcuno viene suddiviso in una catena di funzioni.
Ci sono schermi, mappe, telefoni, algoritmi, coordinate GPS. C’è chi raccoglie le informazioni, chi individua un possibile bersaglio, chi ne ricostruisce gli spostamenti, chi calcola le conseguenze di un attacco, chi lo autorizza e chi lo esegue.
Alcuni vedono direttamente ciò che accade. Attraverso droni e sistemi di sorveglianza possono osservare persone e corpi. Ma ciascuno opera all’interno di un segmento della macchina. Uno degli intervistati racconta la concitazione di un’operazione: l’aeronautica aspetta le coordinate, il tempo stringe, finalmente arrivano i dati necessari e viene dato il via libera. La bomba cade. Il giorno successivo sapranno che il bersaglio e la sua famiglia sono morti.
È questa frammentazione a impressionare: la guerra trasformata in una sequenza di operazioni specialistiche, nella quale la responsabilità dell’esito finale si disperde lungo la catena: nessun colpevole, tutti innocenti.
Quando l’altro diventa un numero
È forse qui che NAZA diventa qualcosa di più di un’inchiesta sui bombardamenti israeliani a Gaza. Parla della disumanizzazione. Ed è significativo che alcuni intervistati non descrivano se stessi come persone animate dall’odio verso gli arabi. Per uccidere qualcuno a distanza non è necessariamente indispensabile odiarlo. Può bastare che progressivamente scompaia come individuo.
Una persona diventa un segnale, una crocetta su uno schermo. Una casa diventa una coordinata. Una famiglia diventa un numero. Un bambino diventa un Naza.
Uno dei testimoni racconta di essere stato in Polonia da ragazzo con la scuola e di essersi domandato come avessero potuto vivere con se stessi coloro che avevano partecipato alle atrocità naziste. Dopo ciò che ha fatto a Gaza, quella domanda però finisce per rivolgerla a se stesso. Me lo chiedo anche io. Proprio chi ha subito tali atrocità è diventato l’ingranaggio di una azione complessa che molti definiscono genocidio.
Le accuse del film e la risposta dell’esercito israeliano
Su un’inchiesta di questa portata è necessario riportare anche la posizione dell’esercito israeliano. L’IDF ha contestato diverse ricostruzioni contenute in NAZA, sostenendo che il documentario presenti errori sostanziali e che l’anonimato dei testimoni renda impossibile verificarne alcuni aspetti. Si afferma che le proprie regole vietano di prendere deliberatamente di mira i civili, prevedono misure per limitarne le vittime e che la decisione finale sugli attacchi resta affidata a ufficiali anche quando vengono utilizzati sistemi di intelligenza artificiale. Ma oltre i comunicati servirebbero delle prove. Dove sono?
Abraham e Szor confermano il contenuto della loro inchiesta. Secondo quanto dichiarato dagli autori e dal Guardian, il lavoro è durato circa tre anni e le testimonianze sono state confrontate con documenti e altre fonti; oltre cento persone sarebbero state consultate complessivamente.
Un film israeliano su Israele
C’è infine un aspetto che rischierebbe di passare in secondo piano e che invece considero essenziale. NAZA è un film israeliano. Israeliani sono Yuval Abraham e Rachel Szor. Israeliani sono gli uomini e le donne che hanno accettato di raccontare ciò che hanno fatto o visto. Non è un dettaglio. NAZA racconta Gaza, ma dice qualcosa anche di Israele. Fa trapelare che Israele non è un blocco monolitico. Esistono dissenso, conflitto, persone disposte a mettere in discussione le scelte del proprio governo e l’operato delle proprie istituzioni. C’è luce in fondo al tunnel?
Gli stessi testimoni ne sono una dimostrazione. Alcuni hanno partecipato direttamente alle operazioni che oggi raccontano. Hanno obbedito agli ordini, hanno condiviso inizialmente gli obiettivi della risposta militare e poi hanno cominciato a interrogarsi su ciò che stavano facendo.
Anche questo, si spera, sia Israele. Soprattutto oggi che il primo ministro Benjamin Netanyahu è sottoposto a durissime accuse sulla presunta conoscenza di un imminente attacco di Hamas il 7 ottobre che si aggiunge al mandato d’arresto per presunti crimini di guerra e contro l’umanità emesso dalla Corte penale internazionale.
Prima di vedere il film non sapevo il significato del termine Naza. Ora lo so, ed è soprattutto per questa parola che NAZA merita di essere visto.
© Riproduzione riservata – SpeziaMirror
Contenuto elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale per attività editoriali.


