Andrea, il 4 dicembre alle 16.30, nella sala a piano terra della Mediateca Regionale Ligure “Sergio Fregoso”, andrà in scena il “Ricordo di Enzo Mordacci”, l’appuntamento che hai voluto organizzare a due anni dalla scomparsa di tuo padre, avvenuta il 13 novembre 2023. Un lutto che, come accade per un genitore, non si supera mai davvero. In questa occasione dedicata all’Arte – e alla pittura in particolare – ti chiedo: che pittore era Enzo Mordacci?
Mio padre, Enzo Mordacci, era un pittore dalla forte intensità espressiva, capace di unire un segno potentissimo a una profonda ricerca morale e culturale. Nelle sue opere emerge un’umanità ferita, spesso ai margini, ma sempre attraversata da un filo di speranza. Le sue figure, solo in apparenza semplici, portano con sé storie, dolori e incanti fuori dal tempo.
Per tutta la vita ha scavato con tenacia dentro la propria esperienza umana e dentro il mistero stesso della creazione artistica, dando forma a un lavoro aspro, sincero e animato da un’etica laica che ne costituisce il respiro più autentico.

Figlio del suo tempo, si è espresso tardivamente nella pittura, e alcune sue tematiche e lo stesso suo stile suscitano emozioni che sono difficili da descrivere. Puoi dirci il tuo punto di vista?
In realtà non credo si possa dire che mio padre si sia espresso “tardivamente” nella pittura. Il suo percorso artistico nasce già negli anni Sessanta, e da allora la pittura è stata per lui una presenza costante, anche quando rimaneva lontana dai riflettori. È vero, però, che il suo stile e alcune tematiche possono suscitare emozioni difficili da descrivere: la sua opera non cerca mai la superficie, ma scava. Nel suo segno forte, nella sua visione colta e nella sua spinta morale riconosco un’umanità non celebrata, spesso ferita, che tuttavia resiste e lascia intravedere un filo di speranza. Queste figure, che a uno sguardo veloce potrebbero sembrare caricature, sono invece persone reali, con storie ed esperienze che emergono nei loro gesti e nelle loro espressioni. Il mio punto di vista è che la sua pittura non sia fatta per rassicurare, ma per avvicinarsi a una verità più profonda: un lavoro coltivato per decenni con una sorta di laica religiosità, un’esplorazione incessante della condizione umana. È questo che rende le sue opere così difficili da “spiegare” e allo stesso tempo così capaci di toccare chi le guarda.
Per passare a un tipo di figura pittorica di tuo padre, “Il tuffatore”, la definiresti una figura “tranquilla”?
Direi che “Il tuffatore” di mio padre è tutt’altro che una figura tranquilla. Il suo gesto non è un semplice salto, ma un attraversa

mento simbolico: si getta oltre le Colonne d’Ercole, cioè oltre il limite del conosciuto. In questo senso richiama direttamente la figura di Ulisse, l’uomo che non si accontenta del mondo che vede, che rischia, che cerca ciò che ancora non conosce.
In questa scelta c’è tutta la tensione morale ed esistenziale che attraversa la pittura di mio padre. Il tuffatore non rappresenta la pace, ma il desiderio — profondo, irrinunciabile — di oltrepassare i confini, anche a costo di smarrirsi. È un gesto che porta con sé la fragilità dell’uomo e, allo stesso tempo, il suo coraggio: l’idea che una verità, una rivelazione, o anche solo un significato possibile, possano trovarsi proprio oltre quella soglia che fa paura.
Questo quadro, “Corteo di ciechi”, cosa significava per tuo padre?
Per mio padre il “Corteo di ciechi” non era soltanto un omaggio a Bruegel il Vecchio e alla sua celebre Parabola dei ciechi, ispirata al versetto evangelico: “Quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso”. (Mt 15,14 N.d.R.)

Quel quadro rappresentava qualcosa di più profondo: una riflessione sull’umanità smarrita, non riconosciuta, che procede a tentoni dentro un mondo che non le restituisce orientamento. Nella scelta di rielaborare quel tema, mio padre ritrovava una dimensione molto sua: la condizione degli uomini che avanzano insieme pur nella fragilità, sospesi tra ignoranza e speranza, tra disorientamento e bisogno di un senso. Anche qui la sua semplificazione è solo apparente: le figure non sono caricature, ma persone con un destino condiviso — un’umanità di confine che, pur rischiando il “fosso”, continua a camminare. Per lui quel quadro era un modo per interrogare la cecità non come limite fisico, ma come condizione morale, sociale ed esistenziale. Una condizione che riguarda tutti, non soltanto i personaggi rappresentati. E, come spesso accadeva nella sua pittura, dentro quella marcia incerta si intravedeva comunque un filo di speranza: l’idea che anche chi non vede del tutto possa trovare una direzione, o almeno la forza di cercarla insieme agli altri.
Così come hanno scritto i loro ricordi di Enzo Mordacci i suoi amici, il 4 dicembre alla Mediateca ci sarà anche la cittadinanza, rappresentata dal sindaco Pierluigi Peracchini e dal Signor Prefetto o da un suo delegato. Ci saranno i suoi amici, suo cugino. Vuoi farne i nomi e dirci come si svolgerà il Ricordo e quali saranno i relatori?
Sì, certo. Il 4 dicembre, alla Mediateca, sarà per me molto significativo vedere riunita non solo la cittadinanza — rappresentata dal Sindaco Pierluigi Peracchini e dal Signor Prefetto, o da loro delegati — ma anche le persone che hanno conosciuto e voluto bene a mio padre. Ci saranno storici dell’arte, gli amici di sempre, le persone che hanno condiviso con lui idee, affetti, discussioni e noi… la sua famiglia. Non faccio un elenco di nomi per timore di dimenticare qualcuno, ma ognuno porta con sé un frammento autentico della sua storia. Il “Ricordo” si svolgerà in modo semplice e raccolto: dopo un breve saluto delle Autorità, lasceremo spazio ai racconti, alle testimonianze e a chi vorrà condividere un pensiero personale.
Chi era Enzo Mordacci?

Per molti è stato un antiquario raffinato, un conoscitore d’arte dal talento raro. Per me, prima di tutto, era mio padre. E tutto ciò che faceva — il modo in cui guardava il mondo, studiava un’opera, osservava un dettaglio naturale — aveva un peso diverso perché lo vedevo vivere ogni giorno, con la sua discrezione e la sua eleganza silenziosa. Sul fronte professionale era impressionante: una memoria visiva che gli permetteva di riconoscere opere viste anni prima, di smascherare falsi nelle aste, di ricordare provenienze e storie che altri dimenticavano. La sua biblioteca non era solo un luogo di studio: era un territorio che frequentavo anch’io, pieno di cataloghi rari e volumi preziosi, in cui capivo quanto fosse serio e profondo il suo rapporto con l’arte. Lì ho compreso che la sua cultura non era un ornamento, ma una forma di vita. Ma il suo lato più nascosto, quello che per me lo definisce davvero, era la pittura. Un’attività che non esibiva mai, che non usava per mostrarsi, che custodiva come si custodisce una verità intima. Cresciuto nel laboratorio di mio nonno Rino, tra odori di oli, legni e colori, aveva interiorizzato la materia pittorica prima ancora di farne un linguaggio. E quando dipingeva, entrava in un mondo che conoscevo solo in parte, ma che percepivo come profondamente suo. Le sue figure — quegli esseri sospesi, vulnerabili, strani, mai decorativi — per me sono la chiave più autentica della sua interiorità. Non appartengono a nessuna corrente, non cercano paragoni: sono un modo unico e personale di dire la fragilità umana. Guardando i suoi quadri, sentivo la sua inquietudine, la sua lucidità, la sua pietà verso ciò che è precario, ferito, smarrito. Nella pittura mio padre parlava davvero. E lo faceva in un modo che il mondo ha visto meno di quanto meritasse. Era un conoscitore rigoroso, un artista autentico e un uomo capace di vedere dove gli altri non guardavano. Ma soprattutto, per me, era un padre che ha trasformato la pittura in una forma di verità, e la discrezione in un modo di stare al mondo. Questa è l’eredità che porto con me.
By Paolo Luporini
Paolo Luporini (1955) scrive dal 1992. Ha pubblicato circa 90 opere, in vendita su Amazon. Alcune finanziano associazioni benefiche. A gennaio 2020 presenta per la prima volta i suoi libri; durante il lockdown crea il gruppo Facebook IL DONO SOSPESO, avvia 4 blog, di cui uno, ‘cuoriinfiamme’, sugli anni 70 alla Spezia e inizia nel 2021 la composizione dei ‘pensierini’ e la produzione di video per YouTube. Ora dona ogni suo scritto. Organizza eventi letterari, teatrali, musicali, insieme ad altri artisti riuniti intorno alla Biblioteca Umana a Spezia. Collabora con SpeziaMirror.
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