Mer 14 Ott 2026

Il Picco come un album di famiglia: un secolo di Spezia dentro il “Campo”

Presentato nella Sala Hospitality del Picco “Uno stadio per amico (e tutto il mondo fuori)” di Armando Napoletano. Fotografie, documenti e aneddoti raccontano molto più del calcio: raccontano il legame fra il “campo” e la città.

Visto completamente vuoto, dall’alto della Sala Hospitality della tribuna coperta, l’Alberto Picco ha un fascino particolare. Il campo, i distinti, le curve: nessun coro, nessuna partita, nessun calciatore. Solo lo stadio.

Forse non poteva esserci luogo migliore per presentare Uno stadio per amico (e tutto il mondo fuori), la romantica storia dell’Alberto Picco, il libro di Armando Napoletano pubblicato da Edizioni Giacché.

Perché nel corso dell’incontro è diventato presto evidente che parlare del Picco significa parlare certamente dello Spezia Calcio, ma anche di una parte non secondaria della storia della città.

Prima le note, poi i ricordi

Armando Napoletano

Ad aprire l’incontro è stato il musicista Riccardo Borghetti, autore dell’attuale inno dello Spezia, che ha presentato un nuovo brano dedicato proprio al Picco. Poi sono arrivate le parole e, inevitabilmente, i ricordi. Il vicepresidente dello Spezia Calcio Andrea Corradino ha ricordato la figura di Alberto Picco, morto durante la Prima guerra mondiale sul Monte Nero, e ha attraversato alcune delle tappe raccontate nel libro: l’inaugurazione dello stadio, l’ingresso monumentale, le statue, fino ai bombardamenti del 1943 che colpirono pesantemente la città e in particolare  il palazzo del Comune in Piazza Beverini e anche il campo.

Ma soprattutto ha sottolineato il lavoro di ricerca di Napoletano, già tra i protagonisti della lunga battaglia documentale che portò al riconoscimento allo Spezia del titolo del 1944.

Un libro, dunque, che secondo Corradino riporta alla memoria «non solo le grandi gioie, anche le grandi amarezze», ma soprattutto l’amore per la squadra e, attraverso di essa, per la città.

«Un secondo album di famiglia»

È stato però Federico La Valle, storico speaker aquilotto, a trovare forse l’immagine più efficace della serata. Sfogliando il libro, ha raccontato di aver provato la stessa sensazione che si avverte davanti alle vecchie fotografie di scuola: immagini ingiallite nelle quali improvvisamente ricompaiono persone, luoghi e pezzi della propria vita.

Solo che nell’album di Napoletano al posto delle fotografie della prima elementare ci sono Pilade con il suo campanaccio, i pali della vecchia tribuna, le inferiate della gradinata, le trasferte e le curve.

«Praticamente un secondo album di famiglia», lo ha definito La Valle.

E poi una frase che probabilmente spiega meglio di molte ricostruzioni il rapporto fra gli spezzini e l’Alberto Picco: «Noi non andiamo allo stadio, Noi andiamo al campo, Noi andiamo al Picco, andiamo nella nostra casa».

Nel corso della presentazione sono intervenuti anche l’editrice Irene Giacché e Angelo Molinari, mentre l’attore Riccardo Monopoli ha dato voce ad alcuni testi scritti da Filippo Paganini. A moderare l’incontro Federico Gennarelli di Radio Sportiva.

Quando il calcio arrivò dal mare

Poi Armando Napoletano ha preso per mano il pubblico e lo ha portato molto indietro nel tempo. Non semplicemente alla nascita dello stadio, ma ancora prima: alla Spezia dell’Arsenale, delle navi e dei rapporti con i porti britannici. Secondo la ricostruzione proposta dall’autore, proprio attraverso marinai, equipaggi e lavoratori inglesi il pallone cominciò a circolare in città, con le prime partite disputate nella grande Piazza d’Armi.

È uno dei punti più interessanti del racconto perché permette di capire quanto la storia del calcio spezzino si intrecci con quella della trasformazione della città dopo la costruzione dell’Arsenale.

Poi arriva lo Spezia e, nel 1919, dopo una lunga trattativa con la Marina Militare, arriva finalmente l’area sulla quale costruire il campo. Da lì comincia un’altra storia.

Una tribuna nata quasi da una cartolina

Napoletano ha disseminato il racconto di date, documenti e soprattutto aneddoti. Uno dei più curiosi riguarda la vecchia tribuna in legno. In casa Toracca c’era una cartolina che raffigurava una tribuna inglese. Da quell’immagine partirono contatti oltremanica e arrivarono disegni e schizzi che contribuirono alla realizzazione della struttura del Picco.

Una piccola storia nella grande storia dello stadio, che restituisce anche il carattere artigianale e quasi avventuroso del calcio di allora.

Negli anni Trenta il Picco assume progressivamente una forma più riconoscibile. Arrivano l’ingresso monumentale e le due statue. E anche qui Napoletano tira fuori dal passato un episodio che sembra quasi una commedia.

Le statue originariamente erano prive delle foglie di fico. Secondo la ricostruzione documentata dall’autore, due suore passarono davanti allo stadio, si scandalizzarono e scrissero al vescovo. La vicenda crebbe fino ad assumere dimensioni politico-religiose e alla fine le statue furono opportunamente “corrette”.

Le bombe e la ricostruzione

Poi arriva la guerra. I bombardamenti del 1943 e del 1944 devastano La Spezia e colpiscono pesantemente anche lo stadio. Una parte della tribuna, quasi incredibilmente, rimane in piedi. Da lì comincia la lunga ricostruzione, attraverso difficoltà economiche, progetti e interventi spesso rinviati. Il Picco cambia insieme allo Spezia e insieme alla città.

E quando il calcio spezzino torna a crescere, cresce anche la necessità di trasformare il suo campo.

Napoletano ha ricordato la partita con la Pistoiese del 1° giugno 1986 e la promozione in C1, uno dei momenti della rinascita aquilotta con Sergio Carpanesi. Lo stadio è strapieno e diventa evidente che serve altro spazio. La risposta arriverà anche dai tifosi.

La curva costruita anche dai tifosi

È uno degli episodi che meglio raccontano quanto sia difficile separare il Picco dalla sua gente. Per realizzare la nuova curva, alla fine degli anni Ottanta, partecipano direttamente i sostenitori aquilotti. Napoletano ha ricordato i tifosi al lavoro la sera, sotto i fari, mentre persino i giocatori passavano a vedere come procedeva il montaggio delle strutture che avrebbero permesso alla domenica di accogliere altro pubblico.

Un’immagine lontanissima dal calcio contemporaneo e forse proprio per questo capace di spiegare quel senso di appartenenza che ha attraversato tutta la presentazione.

Spezia-Juventus e quel gol a Buffon

Poi ci sono le partite. Una, in particolare, è entrata nella letteratura del Picco: Spezia-Juventus del 2007.

Spezia Cremonese Finale 2025

Napoletano l’ha raccontata quasi azione per azione: Marco Gorzegno sulla sinistra, il pallone scaricato a Guilherme do Prado e il cross verso il centro dell’area. Davanti ci sono Gianluigi Buffon, fresco campione del mondo, e Simone Confalone, che gioca con una protezione al volto dopo la frattura del setto nasale.

Arriva prima Confalone. Colpo di testa, Buffon anticipato, Spezia in vantaggio.

Il pareggio arriverà soltanto nel finale con il pallone d’oro Pavel Nedvěd. Ma di quella giornata resteranno anche le parole di David Trezeguet, che definirà il Picco il peggiore stadio nel quale avesse mai giocato, con il pubblico praticamente addosso.

Un insulto? Per uno spezzino, probabilmente, quasi un complimento.

E tutto il mondo fuori

Ma forse l’aneddoto che meglio spiega il titolo del libro non riguarda neppure una partita. È il 4 agosto 1993. Al Picco arriva Vasco Rossi. Napoletano ha ricordato un dato preciso: 15.211 spettatori. LA capienza ordinaria era stata abbondantemente superata dalla presenza del pubblico seduto nel tirreno di gioco. Il concerto si chiude con Albachiara.

Ed è stato a questo punto che il racconto ha lasciato spazio alle immagini. Mentre Napoletano rievocava quella sera, la regia ha fatto scorrere il filmato del concerto al Picco e nella Sala Hospitality sono tornate a risuonare le note di Albachiara. Non pochi secondi utilizzati come sottofondo: la canzone è stata ascoltata fino alla fine, accompagnata dalle immagini dello stadio di quella notte di oltre trent’anni fa.

Arrivato a «tu sola dentro una stanza», Vasco cambia le parole: «tu sola dentro lo stadio». Poi lascia al pubblico l’ultima parte. E migliaia di persone gridano insieme: «e tutto il mondo fuori».

È da quella sera che Napoletano ha preso le parole finite nel titolo del suo libro.

E ascoltare di nuovo Albachiara proprio dentro il Picco, guardando le immagini di quel concerto mentre fuori dalle vetrate lo stadio era completamente vuoto, ha finito per chiudere idealmente il cerchio della serata. Dopo oltre un secolo di partite, bombe, ricostruzioni, promozioni, retrocessioni, concerti, curve costruite dai tifosi e generazioni passate sugli stessi gradoni, si torna così a quanto sostenuto da tutti i relatori. Per gli spezzini il Picco non è semplicemente uno stadio. È il Picco. E, soprattutto, è ancora “il campo”.

© Riproduzione riservata – SpeziaMirror

 

“Nella lavorazione editoriale di questo articolo sono stati utilizzati anche strumenti di intelligenza artificiale”

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