Mar 20 Gen 2026
Tiziano Apolloni

NdR: Siamo giunti al terzo appuntamento con Tiziano Apolloni.
Dopo l’intervista rilasciata a Marisa Vigo, nata all’indomani del clamore mediatico seguito alla chiusura della pagina Facebook “Mia moglie” e del sito Phica.eu, e dopo la pubblicazione della sua “Piccola biografia” – sempre curata dalla stessa autrice – entriamo ora nel vivo del percorso.
Presentiamo infatti la prima di due interviste in cui Apolloni affronta i temi centrali della sua esperienza di psicoterapeuta e della raccolta di racconti Delitti del desiderio, che di quelle esperienze rappresenta un riflesso narrativo e simbolico.

1) Nel tuo “scrigno di luccicante bellezza” quali sono le caratteristiche del desiderio ancora oggi custodito che salva dal buio e che non tradiresti mai, nemmeno dietro ricatto?

Noi nasciamo assoggettati al desiderio di chi ci ha preceduto. Il desiderio dei nostri genitori, della nostra famiglia, della nostra società. Desiderio che ci chiede di conformarci ai loro ideali, alle loro aspirazioni e ai loro sogni. Ma anche alle loro brutture, alle loro violenze e ai loro abbandoni. Siamo soliti appellare destino il nostro conformarci, nel bene e nel male, ai desideri e alle aspettative degli altri. Ma esiste anche un altro destino, che i greci chiamavano Daimon. Spirito a metà tra il divino e l’umano, che chiede di emanciparci dal destino tracciato dal desiderio degli altri e di ricercare il nostro. Ci spinge ad aprire uno scrigno di luccicante bellezza per scoprire che esiste in noi un’aspirazione ad essere unici, singolari. Per realizzare questa unicità siamo chiamati alla necessità di scegliere. Di tutto ciò che abbiamo ricevuto e vissuto, dobbiamo scegliere cosa tenere e cosa buttare per realizzare un’opera, una sorta di collage surrealista, che siamo noi stessi. Il criterio guida con cui eseguire questo “copia e incolla” è il nostro desiderio. La sua prima caratteristica è la fedeltà a sé stesso. Lo psicanalista Jacques Lacan, unico vero erede di Freud, diceva che possiamo tradire tutto e tutti nella vita. Tranne tradire noi stessi, tradire il nostro desiderio.

2) Mettendo all’angolo il guardone di stupri e delitti e lo scatenato giustizialista, perché e con quale atteggiamento dovrebbe approcciarsi al tuo libro il lettore che cerca informazione e conoscenza?

Ogni conoscenza è conoscenza di sé, e ogni conoscenza di sé è un riconoscersi nell’altro. Perché solo nell’incontro con l’altro possiamo conoscere noi stessi. Potremmo così scoprire in noi anche il guardone di stupri e delitti e lo scatenato giustizialista, perché ogni condanna, ogni giudizio ha sempre una risonanza in noi che ci riguarda. Questa consapevolezza ci porta a dire che non esiste “il mostro”. Il mostro si annida sempre nelle più recondite profondità di noi stessi. Se comprendiamo questo di noi, allora potremmo anche comprendere gli altri. Perché comprendere significa prendere assieme, includere. Assolvere o condannare, giustificare o accusare spettano poi al giudizio etico, morale o giuridico, che ognuno ha il diritto di avere e anche di esprimere. Teniamo presente che etica, morale e giustizia sono costrutti umani, lenti indossate per guardare il mondo che hanno una loro finalità. Dobbiamo sempre chiederci quale essa sia. Se la nostra finalità è distinguere il bene dal male, un approccio utile può essere il criterio morale. Se la nostra finalità è fare delle considerazioni sul bene e sul male, dobbiamo indossare gli occhiali dell’etica. Ancora, se vogliamo indagare il giusto e l’ingiusto, allora va bene l’approccio giuridico. Ma se miriamo alla conoscenza, dobbiamo indossare gli occhiali della curiosità e della sospensione del giudizio.

3) Tu insisti sulla necessità di salvaguardare la centralità della Persona, mai intesa come oggetto passivo. Mi chiarisci le differenti modalità di cura applicate alla malattia organica e a quella mentale?

La malattia organica è un aspetto della materia vivente, che il metodo scientifico, con i suoi strumenti, analizza, individua e cura secondo rapporti di causalità. Diagnosi e intervento. Nella malattia mentale però non ci sono elementi di causalità come in medicina, perché la malattia mentale è una malattia sui generis. Essendo un fatto soggettivo, esistenziale, una malattia dell’anima, non si trova mai la causa. Morbus sine materia. Ci si trova quindi a dovere curare senza diagnosi certa. L’approccio organico alla malattia mentale provvede allora a inventare – ipotizzare – una disfunzione nel sistema nervoso che ritiene connessa con gli affetti e i comportamenti disfunzionali e a somministrare farmaci sperando che, correggendo queste disfunzioni chimiche, ci sia un effetto sui comportamenti e sulle emozioni. Ma il cervello, che è uno strumento di mediazione tra il corpo e il mondo, non ha comportamenti o emozioni. Non può vedere, pensare, udire, manifestare interesse o arrabbiarsi. Questo lo possono fare solo gli uomini. E allora bisogna prendere in considerazione l’uomo. Ma come fa l’uomo ad analizzare sé stesso come una cosa esterna a sé? La separazione tra soggetto e oggetto, che funziona benissimo per la scienza e la tecnica, funziona malissimo per la psicologia. Se l’uomo analizza sé stesso come oggetto scoprirà che ha un corpo, che ha una malattia, ma si perde di vista come soggetto, che egli è un corpo, che è una malattia. Michela Murgia, con un tumore al quarto stadio, volle porre un limite alle cure da somministrare al suo corpo, per non perdere la capacità di scrivere e di pensare. Perché – ella disse – io non ho un tumore, io sono un tumore. Si era rifiutata di perdere il suo stato di soggetto, e di assumere quello di oggetto, di diventare una paziente. Non mi piace la parola paziente, perché connota passività, rinuncia, anticamera della morte.  Preferisco la parola impaziente, perché implica curiosità, energia, reattività, voglia di vivere.

4) Nei tuoi racconti, che descrivono la piovra delle perversioni, l’amore incorre nella deriva del desiderio anomalo. Come può l’amore, motore del mondo, ab origine connaturato all’uomo, ammorbarsi in forme tanto malefiche e distruttive?

Il fatto è che, anche se spiace, l’amore non è connaturato all’uomo, e non è il motore del mondo. Il motore del mondo è il desiderio.
Il grande scandalo suscitato da Freud è la scoperta che i nostri primi desideri, i desideri del bambino, sono perversi, perché non seguono le norme sociali e morali dell’adulto, e polimorfi, perché ricavano piacere da diverse zone del corpo e da diversi comportamenti. Tracce di questi desideri “polimorfi e perversi” permangono in ognuno di noi in forme più o meno marcate, e arrivano a evolvere in forme maligne, e distruttive, che possono ricadere sugli altri. Alla base di un “desiderio malefico e distruttivo” c’è sempre una pulsione non umanizzata, un desiderio che non è mai stato raggiunto dalla parola. I desideri, che hanno radici pulsionali, per diventare amore devono incontrare l’Altro, e l’amore dell’Altro. È necessario che qualcuno accolga, contenga e ami i tuoi desideri. E ti scelga. Non come uno dei tanti oggetti intercambiabili su cui il desiderio si sposta continuamente, ma scelga te, come oggetto unico, particolare, ti scelga come soggetto. In una parola che ti ami.

5) Come definisci, invece, l’amore che coinvolge due persone alla pari e in equilibrio, nella loro irripetibile unicità? E perché è fondamentale capire chi sono io, chi è lei/lui, a chi dare la precedenza?

Per molti anni ho accompagnato coppie in difficoltà. A ritrovarsi o a perdersi, a rinsaldare i loro legami affettivi o a scioglierli. Da tutti loro ritengo di avere imparato una cosa: se c’è una possibilità che l’amore possa meritarsi questo nome e possa durare, deve esserci una condizione. E la condizione è che dei due ognuno desideri la crescita, l’autonomia e la realizzazione dell’altro. Perché l’amore è desiderare il bene dell’altro.

6) Illustra qualche esempio dove l’uso della parola amore si limita all’involucro esteriore, all’artificio che bandisce ogni coinvolgimento emozionale e determina la cosiddetta “sessualità agíta”, ovvero accompagnata da forme ossessive e compulsive.

Il desiderio egoistico, senza “coinvolgimento emozionale”, chiuso in sé, insensibile al desiderio dell’altro, in psicanalisi viene chiamato godimento.
C’è un godimento “maschile”, che metto tra virgolette perché è una tipologia che può appartenere anche a una donna, fondamentalmente associato al visibile, al controllabile, che cerca il possesso attraverso il gesto intenzionale del guardare, prendere le cose con lo sguardo. Rimanda all’ immaginario di un desiderio erotico frammentato, una sorta di catalogo. Sono “pezzi di donna in vetrina”. L’inguine, le natiche, i seni, la bocca, ecc. Godere di queste immagini o di “comportamenti d’uso” di questi “pezzi”, può dare adito a forme di attaccamento e dipendenza ossessive. Masturbazione e/o sessualità compulsiva. C’è poi un godimento femminile. Un godimento “altro” rispetto a quello visivo maschile. È un godimento in relazione all’Altro, è il piacere di piacere. Abbiamo così la combinazione moderna dell’uomo che gode guardare e della donna che gode farsi guardare. Combinazione sfruttata iperbolicamente dal consumismo.  Meno evidente è che questa relazione induce la prevaricazione maschile e la sottomissione femminile. Più l’uomo ama guardare e più vuole possedere, più la donna ama farsi guardare e più tende a godere di essere posseduta. La dimensione consumistica di questa relazione, di questo godimento scopico, comporta un uso ripetitivo della “sessualità agíta”. Il rapporto sessuale allora, come tutti i beni di consumo, soddisfa un bisogno, per cui deve essere continuamente reiterato, ma non soddisfa mai il desiderio, che è mancanza, desiderio di quello che non hai.

Psicoterapeuta-Dottor-Tiziano-Apolloni

7) È possibile spezzare il circolo vizioso che, tra le mura domestiche, pungola i carnefici a reiterare l’azione e induce le vittime fragili all’acquiescenza?

L’abuso intrafamiliare è un circolo vizioso che ha la funzione di mantenere delle relazioni emotive/affettive che senza di esso non esisterebbero. Il pericolo e la paura del distacco e della solitudine operano in modo che l’abuso non sia riconosciuto come tale e che i fatti avvengano nella negazione e nel silenzio. La vittima prende consapevolezza dell’abuso quando qualcuno lo vede e lo definisce come tale, quando gli dà un nome: in genere un partner affettivo, un insegnante, un amico.
La rivelazione e la denuncia rappresentano eventi che inevitabilmente spaccano in due la famiglia. In essa prendono forma due fazioni, gli unionisti e i separatisti. Rappresentano anche una sorta di test. Coloro che, pur condannando i fatti, sostengono che non si sarebbe dovuto procedere a denuncia, che i panni sporchi si lavano in casa, sono anche coloro che accetterebbero compromessi più o meno gravi, pur di mantenere delle relazioni affettive. Diversamente, coloro che, alla rivelazione dell’abuso, sostengono la necessità della separazione e della denuncia, sono poi coloro che privilegiano l’autonomia e la libertà dai legami insani, che accettano il distacco e sanno affrontare la perdita.

8) Lo psicoterapeuta non giudica chi gli chiede aiuto, ma gli fornisce strumenti per scegliere in piena libertà una nuova strada. Quando, invece, è obbligato a rinunciare al consueto modus operandi per assumere una decisione drastica?

La psicoterapia, per essere tale, deve avere un’etica. Non l’etica della piena libertà, bensì della responsabilità, che il terapeuta chiede a sé ma anche al paziente. Perché senza responsabilità non esiste alcuna forma di autonomia, nessuna capacità di scegliere e quindi nessuna forma di libertà. Però tra l’etica del paziente e l’etica del terapeuta possono sorgere delle incompatibilità. Il terapeuta deve avere comprensione anche per etiche diverse dalla propria. Esistono però dei limiti, che ogni terapeuta stabilirà per sé. Personalmente se nel contesto della terapia posso accettare di sospendere il giudizio su eventi del passato, non posso accettare di sospenderlo per eventi futuri, quali i delitti, che il paziente prevede o è in procinto di fare. E avverto fin da subito che in tali casi la mia etica, anche in deroga al segreto d’ufficio, mi impone di provvedere a una segnalazione.

By Marisa Vigo

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