Dai documenti d’archivio spagnoli e francesi a quelli britannici e statunitensi, una ricerca dell’Università di Genova – promossa dal Comune – restituisce l’immagine di una città già centrale nel Mediterraneo ben prima dell’Ottocento
Non una città “nata” con l’Arsenale, ma una comunità già strutturata, osservata, desiderata, temuta. È questo il messaggio forte emerso dalla conferenza “La Spezia vista dagli stranieri. La città e il Golfo nei documenti spagnoli, francesi, britannici e statunitensi”, ospitata alla Biblioteca Civica “Ubaldo Mazzini” alla presenza del Sindaco Pierluigi Peracchini. E’ stato il secondo momento pubblico del progetto di ricerca promosso dal Comune della Spezia in collaborazione con l’Università di Genova, dedicato alla ricostruzione della storia medievale e moderna della città prima della grande svolta ottocentesca.
Un progetto che nasce proprio dall’esigenza di scardinare un luogo comune radicato: l’idea che La Spezia cominci a esistere solo con la costruzione dell’Arsenale militare. Un’idea che, come è stato ribadito più volte nel corso dell’incontro, non regge alla prova delle fonti.
Una città prima della “città giovane”
«Quando sento parlare di borgo, in questa zona, mi viene un nervoso da morire», ha detto senza mezzi termini il Direttore delle attività museali Dott. Andrea Marmori, ricordando come La Spezia sia civitas già in età medievale, dotata di mura e di una precisa identità urbana. «La maggiore età di questa città si raggiunge molto presto».
Ma ciò che rende particolarmente significativo questo secondo modulo della ricerca è lo sguardo adottato: non solo una storia “vista da dentro”, ma una storia ricostruita anche attraverso gli occhi degli altri, degli osservatori stranieri che, nei secoli, hanno guardato al Golfo con un’attenzione che precede di molto la stagione industriale e militare.
Come ha sottolineato Marmori, prima ancora della “vertigine della bellezza” – celebrata da viaggiatori e letterati – esiste una lettura funzionale e strategica del Golfo: «Gli stranieri hanno sempre guardato a questo luogo con un atteggiamento di uso, prima ancora che estetico. La vocazione marziale è inscritta nella sua geografia».
Eppure, anche quando l’attenzione è militare, lo stupore rimane. È il caso di Montesquieu che, nel 1728, nel corso del suo lungo viaggio in Italia, arriva alla Spezia e fa ciò che era solito fare nelle grandi capitali europee: salire nel punto più alto della città per osservarla dall’alto. Si arrampica così sul campanile di Santa Maria, in una Spezia ancora placida e lontana dai grandi sconvolgimenti futuri, e da lì rimane letteralmente rapito dalla visione del Golfo, che definirà «una delle cose più stupende che ci siano in Italia». Un giudizio che colpisce ancora di più se si pensa che proveniva da un viaggiatore reduce dall’impatto estetico del Cenacolo Leonardesco di Milano e delle Isole Borromee, e che nulla, nel suo resoconto, lo impressiona quanto La Spezia. Una suggestione che ritorna anche nelle descrizioni ottocentesche, quando il Golfo viene definito «il più singolare e il più bello di quanti altri fece natura intorno al Mediterraneo»
Un modello di ricerca
Nel suo intervento, Paolo Calcagno, responsabile scientifico del progetto insieme a Luca Lo Basso, ha rivendicato con forza il valore metodologico dell’iniziativa: «Per me il progetto La Spezia è un modello. Un modello organizzativo, ma soprattutto scientifico, perché mostra come si può costruire la storia di una comunità guardando dentro e fuori allo stesso tempo».

Una doppia prospettiva che consente di far emergere, da un lato, la composizione sociale, amministrativa ed economica della comunità spezzina, e dall’altro il rilievo internazionale che questo spazio marittimo ha avuto per secoli. «Restituire alla Spezia una storia che sia interna, ma anche una storia della sua importanza nel mondo», ha spiegato Calcagno, «è qualcosa che la cittadinanza potrà riconoscere come una vera peculiarità».
Le fonti ci sono, basta cercarle
Un concetto ribadito anche da Luca Lo Basso, che ha ricordato come spesso si tenda a liquidare la storia dei “luoghi minori” con un’alzata di spalle. «Le fonti esistono», ha detto, «basta andare a cercarle. La storia del mondo coinvolge tutti i luoghi, non solo le grandi capitali».
Ed è proprio ciò che sta facendo il lavoro di Giorgio Toso, che ha presentato i risultati più avanzati della ricerca documentale, attingendo a archivi spagnoli, francesi, britannici e statunitensi. Una mole di fonti che dimostra come La Spezia e il suo Golfo compaiano con sorprendente frequenza nelle carte delle grandi potenze, soprattutto nei momenti di crisi internazionale.
La Spezia negli archivi delle potenze
Dalla Spagna del Cinquecento, potenza egemone del Mediterraneo, La Spezia emerge come punto di raduno navale e snodo logistico fondamentale per i collegamenti tra Napoli, Milano e il Nord Europa. Non occupata stabilmente, ma utilizzata, osservata, persino oggetto di progetti di controllo diretto: segno, ha spiegato Toso, che Genova stessa era consapevole della difficoltà di difendere un luogo tanto strategico.
Con l’età napoleonica, la Francia compie un salto di qualità: La Spezia non è più solo un problema difensivo, ma diventa una risorsa offensiva. Nei documenti dell’Impero si legge chiaramente che «il Golfo della Spezia merita l’attenzione particolare di Sua Maestà», fino ad affermare senza ambiguità che, come porto militare, La Spezia è «migliore di Tolone». Non solo base navale, ma anche progetto urbano: una città destinata a superare Sarzana e Chiavari (centri allora più importanti del levante ligure), anticipando trasformazioni che diventeranno definitive nell’Ottocento.

La Gran Bretagna, potenza marittima per eccellenza, osserva La Spezia con la stessa logica. Dai primi movimenti del Settecento fino alle guerre rivoluzionarie e napoleoniche, il Golfo è visto come possibile punto di appoggio o obiettivo strategico. Non a caso, in più occasioni, si teme che un’occupazione britannica della Spezia possa trasformarla nel perno del dominio inglese sul Mediterraneo occidentale.
Più inatteso, ma non meno significativo, è lo sguardo degli Stati Uniti. Ancora lontani dall’essere una superpotenza, gli USA mostrano già tra fine Settecento e primo Ottocento un interesse precoce per il Mediterraneo e per la Liguria, soprattutto in funzione commerciale e come possibile base d’appoggio in caso di crisi. Un’attenzione che si colloca nel quadro delle tensioni con il mondo nordafricano e con i regni barbareschi, in particolare con Tunisi, che rendeva necessaria la presenza di scali sicuri lungo le rotte mediterranee.
In questo contesto, i documenti consolari statunitensi parlano esplicitamente del Golfo della Spezia come di uno spazio utile alle operazioni navali americane, capace di offrire riparo, approvvigionamenti e sicurezza. Un interesse che si traduce anche nell’apertura di un consolato direttamente in città, segno di un riconoscimento ormai consolidato della centralità spezzina nello scacchiere mediterraneo.
Una storia da restituire alla città
Il lavoro presentato alla Biblioteca Mazzini – che Marmori ha definito «l’anima della città, il cuore della sua memoria» – è ancora in corso. Tra tre mesi sono previsti ulteriori aggiornamenti e, al termine del progetto, una pubblicazione restituirà in forma organica i risultati di questa ricerca che già oggi dimostra come La Spezia non sia una città “giovane” nata non solo per la spinta propulsiva dell’Arsenale, ma un luogo che, ben prima di esso, era già inserito nei grandi giochi della politica e della geopolitica internazionale. E che forse, proprio per questo, merita di essere riscoperta oggi in una prospettiva più documentata e meno ammantata di luoghi comuni.
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