
Dalla gelosia scambiata per amore alle forme più sottili di controllo e svalutazione: l’autrice del volume L’amore non è possesso invita a ripensare le relazioni affettive degli adolescenti, distinguendo l’amore autentico dal possesso e dalla violenza invisibile.
Intervista a Cecilia Iannaco
Negli ultimi anni il tema della violenza nelle relazioni sentimentali tra adolescenti (Teen Dating Violence) ha assunto una crescente rilevanza nel dibattito pubblico. Le ricerche segnalano la diffusione di comportamenti di controllo nelle giovani coppie e la difficoltà di riconoscere forme di violenza psicologica che, pur senza lasciare segni evidenti, possono incidere profondamente sull’identità, sull’autostima e sulla libertà personale. Riflettere su questi fenomeni non significa considerare ragazze e ragazzi una generazione problematica o violenta, ma interrogarsi sulle rappresentazioni dell’amore e della relazione che oggi attraversano la società.
Da queste domande prende avvio il volume L’amore non è possesso. Riconoscere la violenza nelle relazioni tra adolescenti (L’Asino d’oro edizioni, 2026), della psicologa e psicoterapeuta Cecilia Iannaco, vicepresidente dell’associazione Netforpp Europa ETS. Il libro propone una riflessione sull’adolescenza, sui primi amori e sulle forme meno evidenti della violenza, invitando a distinguere la relazione affettiva dal controllo e dal possesso. Ne abbiamo parlato con l’autrice.
Amore e possesso: una confusione ancora presente?
«Stiamo vivendo un tempo particolare. Da una parte più o meno tutti dichiarano di essere contrari alla violenza, al controllo e a ogni forma di discriminazione; dall’altra continuano a circolare messaggi che vanno nella direzione opposta. La gelosia viene spesso interpretata come prova d’amore, il controllo come forma di attenzione, il possesso come interesse verso l’altro. Esiste una distanza significativa tra ciò che affermiamo e ciò che mostriamo nelle relazioni. E questo riguarda anche gli adolescenti. Quando una ragazza afferma: “È geloso perché tiene a me”, non siamo di fronte a una situazione di violenza conclamata. Siamo però davanti a un’idea dell’amore che ci pone degli interrogativi. I ragazzi crescono oggi in una realtà nella quale il controllo è spesso presente anche all’interno dei rapporti familiari: genitori che monitorano costantemente, geolocalizzazioni condivise, richieste continue di sapere dove si è e con chi. Comportamenti che di sicuro nascono dalla preoccupazione o dall’ansia, ma che possono contribuire a normalizzare l’idea che controllare una persona sia una manifestazione di affetto e interesse nei suoi confronti. I ragazzi possono così interiorizzare il messaggio che chi controlla lo fa perché tiene all’altro, fino a pensare: «Mi controlla perché è geloso; è geloso perché mi ama». Per questo è importante riflettere sul significato profondo della relazione sentimentale. L’amore non restringe la vita dell’altro né la impoverisce. Una relazione valida amplia l’orizzonte delle possibilità, aumenta la libertà, gli interessi e la capacità di crescere.»
Nel libro parla anche di ‘violenza invisibile’…
«Sì, mi spiego. La difficoltà maggiore non è affermare che la violenza è sbagliata. Su questo siamo quasi tutti d’accordo. La difficoltà è riconoscerla quando entra nella quotidianità. Nel libro parlo di “violenza invisibile” in un significato preciso, riprendendo il pensiero di Massimo Fagioli. La violenza non coincide necessariamente con un gesto fisico evidente; può esistere anche una dinamica più profonda che tende ad annullare (far sparire) l’altro nella sua identità. Può manifestarsi in forme molto comuni: ignorare ciò che l’altro prova, svalutarlo, ridicolizzarlo, impedirgli di evolversi e realizzarsi. La violenza fisica è gravissima e va sempre contrastata, ma esiste anche una violenza silenziosa che agisce nel tempo: impedire a qualcuno di pensare, di sviluppare la propria identità. Una forma di violenza che colpisce nel profondo la persona e che, proprio perché non lascia lividi evidenti, rischia di passare inosservata. Per questo il contrasto alla violenza non può fermarsi alla condanna dei comportamenti violenti. Se la violenza nasce anche da pensieri e immagini relazionali che si costruiscono nel tempo, è allora necessario un lavoro culturale capace di mettere in discussione ciò che normalizza il controllo, il possesso e la svalutazione dell’altro. È una responsabilità condivisa che coinvolge la scuola, le famiglie, le istituzioni, i mezzi di comunicazione e, più in generale, l’intera comunità civile.»
Lei propone un’immagine di adolescenza che va oltre gli stereotipi e gli allarmismi
«Anche quando affrontiamo il tema della violenza nelle relazioni tra adolescenti, il rischio è quello di oscillare tra due estremi: la negazione e la generalizzazione. Da una parte si minimizzano alcuni segnali o si fatica a riconoscere forme di violenza meno evidenti; dall’altra si finisce per descrivere gli adolescenti come una generazione problematica o violenta. Entrambi gli atteggiamenti impediscono di comprendere davvero ciò che accade. Questa tendenza nasce anche da un modo molto antico di guardare l’adolescenza: come un’età naturalmente problematica, instabile, attraversata da rabbia e confusione. Ancora oggi ai ragazzi vengono attribuite etichette semplicistiche: fragili, senza valori, sdraiati, dipendenti dai social. Definizioni che finiscono per oscurare la complessità della loro vita psichica e relazionale. I dati non dicono che gli adolescenti siano diventati una generazione violenta né che esista una patologia diffusa. L’adolescenza non è una malattia. È una fase di trasformazione e di costruzione dell’identità. Esistono certamente situazioni realmente violente che devono essere riconosciute e affrontate, ma è necessario distinguere la violenza dalla goffaggine delle prime relazioni. Essere inesperti e maldestri è una cosa; essere violenti è un’altra. L’osservazione del solo comportamento può ingannare. Ciò che conta è il pensiero che lo sostiene, anche quando non è del tutto consapevole. La domanda importante è quale intenzionalità provochi quel gesto: c’è curiosità, desiderio di incontro, bisogno ancora acerbo di relazione? Oppure c’è volontà di offendere, possedere, limitare o svalutare l’altro? Una differenza fondamentale.»
La complessità dell’adolescenza può mettere in crisi l’adulto?
«Negli ultimi anni si è costruita un’immagine molto polarizzata dell’adolescenza: da una parte adolescenti superficiali e immaturi, dall’altra adolescenti fragili e incapaci. Il tentativo del libro è quello di restituire dignità e complessità a questa età. L’adolescenza non è un’emergenza sociale. Forse quella che definiamo crisi dell’adolescente racconta anche qualcosa della crisi dell’adulto. L’adulto incontra qualcuno che cambia: il bambino che conosceva (e che piaceva tanto) diventa adesso una persona che pensa autonomamente, si separa, porta idee e valori nuovi. Questo può spaventare e far sì che, a volte, siano proprio gli adulti a proiettare sui ragazzi le proprie inquietudini. Vale la pena interrogarsi sugli effetti che può avere sulla psiche di ragazze e ragazzi il crescere sentendosi raccontare continuamente come deboli, problematici o addirittura violenti. Le rappresentazioni sociali hanno un peso enorme sulla mente. Se continuo a sentirmi raccontare come sbagliato e inadeguato, prima o poi rischio di crederci. Invece la grande maggioranza degli adolescenti ha enormi potenziali di vitalità, creatività e fantasia.»
In che senso, parlando dei primi amori, propone il mito di Amore e Psiche?
«La scelta nasce dall’esigenza di partire non dalla distruzione del rapporto, ma dalla sua possibilità di realizzarsi pienamente. Oggi quando si parla di relazioni si inizia spesso dallo scontro o dalla violenza. A me interessava partire dall’incontro. Amore e Psiche racconta due giovani che si trovano, si perdono e attraversano prove difficili senza annullarsi reciprocamente. È una storia che parla di desiderio, riconoscimento e trasformazione. Esiste anche una ragione personale e professionale in questa scelta. Ho incontrato questo mito attraverso l’opera dello psichiatra Massimo Fagioli, prima nel mio percorso di cura e successivamente nella mia formazione come psicoterapeuta. La sua teoria ha consentito di pensare l’essere umano e la psicoterapia in modo radicalmente diverso: non come semplice adattamento alla realtà o contenimento del sintomo, ma come possibilità concreta di trasformazione e guarigione. Non è casuale che Fagioli abbia rifiutato Edipo, condanna ad un destino universale di uccidere il padre per essere uguale al padre, scegliendo invece Amore e Psiche, incontro di due giovani amanti. Una rottura sostanziale: dalla tragedia dell’amore all’amore come conoscenza di sé e dell’altro. Edipo uccide il padre, sposa la madre e si acceca disperato. Psiche lascia la casa dei genitori, accetta l’incontro con lo sconosciuto e si sottrae alla logica della ripetizione. È un’immagine assai significativa per parlare di adolescenti e primi amori, perché l’innamoramento non è una semplice ripetizione dei legami passati. È qualcosa di radicalmente nuovo nella vita psichica. Alla pubertà assume una forma unica: l’incontro con l’altro apre a possibilità interiori inattese e rende possibile una scoperta di sé attraverso l’altro. Forse è proprio questo che rende i primi amori così particolari.»
Dopo la lettura del libro, quale domanda vorrebbe che i giovani portassero con sé?

«Ragazze e ragazzi non dovrebbero chiedersi soltanto: “Mi ama?”, ma anche: “Questa relazione mi permette di essere davvero chi sono? Mi fa sentire in crescita, in movimento?”. Perché l’amore non chiede, mai e poi mai, di rinunciare a sé».
Chi è Cecilia Iannaco: psicologa, psicoterapeuta individuale e di gruppo e germanista, è docente di formazione per studenti e insegnanti e conduce sportelli di ascolto nelle scuole, promuovendo progetti ed eventi. Vicepresidente di Netforpp Europa ETS, ha partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha collaborato alla traduzione tedesca (2011) di Istinto di morte e conoscenza dello psichiatra Massimo Fagioli ed è stata consulente scientifica per la versione inglese (2017). Per L’Asino d’oro edizioni ha tradotto il bestseller di J. Greenberg Non ti ho mai promesso un giardino di rose (2015).
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