Il 13 ottobre Andrea Mordacci torna al Centro anziani di piazza Brin per una conferenza dedicata alla cultura Tharu del Nepal. Nell’intervista di Paolo Luporini, un viaggio tra animismo, arte tribale, tradizioni e trasformazioni di un popolo che Mordacci studia da trent’anni.
Al Centro anziani di piazza Brin, in via Filippo Corridoni 7 nel quartiere Umbertino della Spezia, il 13 ottobre 2026 alle 17:30 si terrà una nuova conferenza del prof. Andrea Mordacci, studioso affermato dell’arte tribale himalayana e uno dei pochissimi esperti internazionali della cultura Tharu.
Mordacci torna dunque al Centro anziani di piazza Brin, dove era già stato protagonista, il 28 ottobre dello scorso anno, della conferenza multimediale “I mille volti del divino: Arte e Sciamanesimo nell’Arte Tribale Himalayana”, dedicata alle sue ricerche in Nepal e alla figura dell’orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci. Un incontro che SpeziaMirror aveva anticipato con una lunga intervista curata da Paolo Luporini.
Questa volta al centro dell’incontro saranno le tradizioni tribali e sciamaniche della comunità indigena del popolo Tharu.

È dal 1995 che Andrea Mordacci, dopo letture di Giuseppe Tucci, orientalista ed esploratore italiano con frequentazioni spezzine, segnatamente il libro “Nepal: alla scoperta dei Malla”, trovato in una bancarella, si diresse per la prima volta in Nepal, dove scoprì la cultura e l’arte tribale himalayana. Tornò nel subcontinente indiano e in altri Paesi dell’Asia e dell’Africa, affascinato dall’animismo dei popoli che incontrava, vivendo con loro, dormendo come loro ospite, condividendo il loro cibo e cercando una comunicazione diretta anche tramite l’acquisto di oggetti sacri di arte tribale, aspettando che questi venissero ricostruiti per sostituire quelli acquistati.
Quei simulacri dovevano essere sempre efficaci alla loro funzione rituale. C’erano simboli delle divinità o degli spiriti della natura, di forma animale oppure antropomorfi, che potevano avere funzioni di protezione dagli spiriti maligni o di propiziazione di quelli benigni, per invocare prosperità, fecondità e fertilità dei raccolti.
Andrea Mordacci è un profondo conoscitore della cultura e dell’arte tribale del popolo Tharu, insediato da molti secoli nella parte meridionale del Terai. Narrano le loro leggende che un re, sconfitto e ucciso in una guerra indiana, causò la fuga della sua regina e del suo popolo, che trovò rifugio nella valle dove i discendenti vivono ora. Quella regina instaurò un regime matriarcale con regole fisse, le quali si sono tramandate sino ad alcuni decenni orsono. Un retaggio di quei secoli passati è rimasto nell’usanza da parte delle donne di avvicinare il cibo ai mariti con il piede.
Le donne curano la cucina e la casa ed hanno anche altre prerogative, alcune delle quali si manifestano nelle feste. Feste religiose, delle stagioni e dei raccolti. Molte delle usanze tribali dei Tharu sono scomparse da almeno un decennio a causa del vincente induismo, in parte del buddismo ma anche delle sette cristiane protestanti, spalleggiate dai maoisti.
Il Nepal confina a nord con la Cina, lungo la Regione Autonoma del Tibet. Gli unici studiosi in Europa sono Andrea Mordacci e una studiosa austriaca ottantenne naturalizzata francese, che studiò i Tharu prima di Mordacci. Entrambi fanno parte del Comité Artistique et Technique dell’ARCH – Association pour le Rayonnement des Cultures Himalayennes, con sede a Parigi.
Il nostro concittadino è inoltre Responsabile del Dipartimento di Arte Himalayana della Fondazione Tribale Globale di Savona, membro del Comitato Scientifico di Explorabilis ETS di Milano e collabora a pubblicazioni scientifiche ed artistiche, essendo Perito ed Esperto di Antichità e oggetti d’Arte della Camera di Commercio Riviere di Liguria. Lavora presso il CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) sotto la direzione del Dirigente Scolastico Andrea Minghi. Mordacci anima pure progetti con il carcere, nella Casa Circondariale di Villa Andreino.
Moderatore dell’evento sarà l’operatore culturale Paolo Luporini e l’ospite illustre sarà il dott. Bruno Gentili dell’Associazione “Italia-Asia” di Milano, realtà impegnata nella promozione della conoscenza delle culture e delle società asiatiche.
Alcune domande ad Andrea Mordacci troveranno maggiori risposte il 13 ottobre, ma ora gli chiediamo:
Cos’è l’animismo? Com’è l’animismo dei Tharu? Quali sono le loro divinità principali e che caratteristiche hanno?

L’animismo è una concezione religiosa secondo la quale la natura, gli animali, i luoghi e gli antenati sono abitati da forze e presenze spirituali con cui l’uomo deve mantenere un rapporto di equilibrio. Presso i Tharu del Nepal, soprattutto nelle comunità del Terai occidentale, la religione tradizionale unisce culto degli antenati, spiriti della natura, divinità locali e pratiche sciamaniche. Al centro della vita rituale vi è il Guruwa, lo sciamano-sacerdote, mediatore tra la comunità e il mondo invisibile.
Tra le figure più significative della tradizione Tharu troviamo Daharcandi, importante divinità femminile legata alla protezione della comunità, alla terra e alla fertilità, e il suo consorte Cabawaguni, figura maschile complementare associata alla forza protettiva e all’ordine cosmico. La loro coppia esprime simbolicamente l’unione delle componenti femminile e maschile della potenza sacra.
Accanto a loro vengono venerati Goraiya, gli antenati e numerose divinità e spiriti locali legati alla foresta, all’acqua, ai campi e ai villaggi. La religiosità Tharu non costituisce quindi un pantheon rigidamente definito: è un sistema dinamico nel quale divinità, antenati, spiriti e natura formano un unico universo sacro, successivamente entrato in rapporto anche con l’induismo.
Le due divinità principali dividono il mondo dei Tharu in femminile e maschile. Come discende questa divisione di genere nella loro società?
Sì, ma con una precisazione: Daharcandi e Cabawaguni non vanno intesi semplicemente come una coppia che “divide” la società in uomini e donne. Nella cosmologia Tharu la loro complementarità può essere letta come un modello simbolico più ampio, nel quale il principio femminile e quello maschile concorrono alla creazione, alla protezione e all’ordine del mondo.
Questa complementarità si riflette nella società tradizionale Tharu attraverso una distinzione dei ruoli: agli uomini sono storicamente affidate soprattutto attività agricole, di caccia, di difesa e alcune funzioni pubbliche e rituali; alle donne la gestione della casa, la cura della famiglia, alcune pratiche rituali e importanti attività agricole e produttive. Non si tratta però di una separazione assoluta: uomini e donne collaborano e condividono numerose attività, e le forme concrete cambiano molto tra le diverse comunità Tharu.
Il punto interessante è quindi che la cosmologia non rappresenta soltanto una gerarchia, ma soprattutto un’idea di complementarità necessaria: come Daharcandi e Cabawaguni rappresentano due potenze diverse ma interdipendenti, così la società tradizionale concepisce il femminile e il maschile come componenti entrambe indispensabili alla continuità della famiglia, della comunità e del rapporto con la terra.

Quali sono le prerogative femminili e quelle maschili? Quali le prerogative artistiche femminili?
Nella società tradizionale Tharu la distinzione tra femminile e maschile riguarda soprattutto le attività domestiche, produttive, rituali e artistiche. Va comunque ricordato che le pratiche cambiano tra i diversi gruppi Tharu e non costituiscono regole rigide.
Prerogative femminili: gestione della casa, preparazione degli alimenti, cura dei figli, raccolta e lavorazione di prodotti agricoli, tessitura e decorazione degli spazi domestici. Le donne hanno inoltre un ruolo importante nei rituali familiari e nelle pratiche legate alla fertilità, alla protezione della casa e agli antenati.
Prerogative maschili: agricoltura pesante e lavori forestali, caccia e pesca in alcune comunità, costruzione e manutenzione della casa e, tradizionalmente, alcune funzioni pubbliche e rituali affidate al Guruwa.
È soprattutto nella decorazione della casa che emerge in modo straordinario la creatività femminile. Le donne realizzano decorazioni parietali e rilievi in argilla e fango, motivi geometrici e floreali, figure animali e rappresentazioni simboliche. Particolarmente importanti sono le decorazioni delle pareti, delle porte e degli spazi sacri domestici.
A questa produzione si aggiungono pittura, ornamentazione, ricamo, tessitura e decorazione degli oggetti d’uso. Non si tratta semplicemente di ornamento: la decorazione della casa può avere una funzione protettiva, propiziatoria e identitaria. Un aspetto molto interessante è che questa produzione femminile costituisce una sorta di “arte della casa”, nella quale il confine tra arte, religione e vita quotidiana praticamente scompare.
La donna diventa così custode e trasmettitrice di un patrimonio visivo e simbolico che passa soprattutto attraverso la tradizione orale e l’apprendimento intergenerazionale. In questo senso, se l’arte maschile Tharu è storicamente più associata alla scultura lignea, agli oggetti rituali e alla costruzione, quella femminile trova una delle sue espressioni più caratteristiche nella trasformazione dello spazio domestico in spazio estetico e sacro.
Come è vista, creata e pensata l’arte tribale per i Tharu?
Per i Tharu, l’arte tradizionale non è pensata principalmente come “arte” nel senso occidentale del termine. Non nasce cioè per essere contemplata autonomamente, esposta o firmata dall’artista. È piuttosto una parte della vita sociale, religiosa e quotidiana.
L’oggetto, l’immagine o la decorazione hanno spesso una funzione: proteggere, propiziare, ricordare gli antenati, comunicare con le divinità, segnare un passaggio rituale o rendere sacro uno spazio. Per questo motivo è importante distinguere tra forma e funzione. Una scultura, una decorazione murale o un oggetto rituale possono avere un grande valore estetico, ma il loro significato originario dipende soprattutto dal rapporto con la comunità e con il mondo soprannaturale.
Anche la creazione è generalmente legata alla tradizione: non conta tanto l’originalità individuale dell’autore quanto la capacità di riprodurre correttamente forme, simboli e conoscenze trasmesse attraverso le generazioni. Questo è particolarmente evidente nell’arte femminile, nelle decorazioni delle abitazioni e nella produzione rituale.
In questo senso, per i Tharu l’arte non è separata dalla vita: è contemporaneamente estetica, memoria, religione, identità e relazione con il territorio. Un’immagine può essere bella, ma soprattutto deve essere efficace: deve svolgere la funzione per la quale è stata creata.
È proprio questo aspetto che rende l’arte Tharu particolarmente interessante: non è semplicemente rappresentazione del mondo spirituale, ma uno degli strumenti attraverso cui quel mondo viene reso presente nella vita quotidiana.
Che analogie e che differenze ci sono, per quanto riguarda il pensiero sull’arte, con le altre culture asiatiche e poi con noi occidentali?
La differenza fondamentale è che il concetto occidentale moderno di “arte” non coincide necessariamente con quello delle società tradizionali asiatiche, compresa quella Tharu. Ci sono importanti analogie. In molte tradizioni dell’Asia — dall’Himalaya al Sud-est asiatico — l’oggetto rituale non è soltanto una rappresentazione, ma può essere considerato un tramite con il mondo spirituale.
L’immagine di una divinità, una maschera, una scultura o un oggetto rituale acquistano significato attraverso il loro uso, il rituale e il rapporto con la comunità. Anche nei Tharu, quindi, troviamo un’idea dell’arte vicina, per certi aspetti, a quella presente in molte culture buddhiste, hindu e animiste asiatiche: l’oggetto è efficace perché partecipa a un sistema religioso e cosmologico.

La differenza è che le tradizioni asiatiche sono estremamente diverse. Per esempio, l’immagine buddhista o hindu segue spesso canoni iconografici molto codificati, mentre nell’arte Tharu la produzione locale può essere maggiormente legata alla tradizione comunitaria, al territorio, agli antenati e agli spiriti.
Con l’Occidente la distanza è maggiore. Nella concezione occidentale moderna siamo abituati a pensare all’opera come a un oggetto autonomo, prodotto da un artista individuale, con un valore estetico e culturale proprio. Il museo separa l’opera dal suo contesto originario e la trasforma in qualcosa da osservare e conservare.
Per un oggetto rituale Tharu questa separazione può essere problematica. Una scultura non è necessariamente “un’opera” indipendente dal suo contesto: è parte di un rapporto tra uomini, antenati, divinità, territorio e rituale.

Un’altra grande differenza riguarda l’autore. L’Occidente moderno tende a valorizzare originalità, stile personale e firma dell’artista. Nelle culture tradizionali, compresa quella Tharu, è spesso più importante la conoscenza della tradizione e la corretta trasmissione delle forme e dei significati.
Non dobbiamo però creare una contrapposizione assoluta tra “noi” e “loro”. Anche l’arte occidentale ha avuto per secoli una forte funzione religiosa: le icone bizantine, le sculture medievali, le pale d’altare o le immagini dei santi non erano concepite semplicemente come oggetti estetici.
La grande trasformazione occidentale avviene soprattutto con la modernità, quando si afferma progressivamente l’idea dell’arte per l’arte, dell’artista come individuo creativo e dell’opera come oggetto autonomo.
Per questo, forse, la domanda più interessante non è «I Tharu hanno l’arte?», ma:
«Che cosa consideriamo arte quando usciamo dalla nostra idea occidentale di opera d’arte?»
Ed è proprio qui che l’arte Tharu diventa particolarmente interessante: non separa nettamente estetica, religione, vita quotidiana, memoria e identità. Quello che noi possiamo esporre in un museo come “arte tribale”, per chi lo ha prodotto poteva essere prima di tutto un oggetto vivo, necessario e inserito in una relazione con il mondo invisibile.
Posto che la cultura Tharu stia scomparendo, nonostante i tentativi governativi nepalesi di conservarla, cosa ci potrebbe insegnare e come potremmo combatterne il declino? Il turismo occidentale è positivo o negativo?
Credo che la cultura Tharu possa insegnarci soprattutto una cosa: che una cultura non è soltanto un insieme di oggetti da conservare, ma un modo di interpretare il rapporto tra uomo, territorio, comunità e mondo spirituale.
Il rischio, infatti, non è soltanto che scompaiano alcune maschere, sculture, tecniche decorative o forme architettoniche. Il rischio maggiore è la perdita delle conoscenze che danno significato a quegli oggetti: la lingua, i rituali, i racconti degli anziani, il sapere del Guruwa, le tecniche agricole, la conoscenza della foresta e le tradizioni artistiche femminili.
Oggi il Nepal e l’UNESCO stanno proprio cercando di spostare la conservazione verso un modello partecipativo, nel quale siano le comunità stesse — e soprattutto i giovani — a documentare e trasmettere il proprio patrimonio.
Come si potrebbe contrastare il declino? A mio avviso, non cercando di “congelare” i Tharu nel passato, ma permettendo loro di continuare a essere Tharu nel mondo contemporaneo. Servirebbero soprattutto:
• insegnamento della lingua Tharu alle nuove generazioni;
• registrazione di racconti, miti, canti, rituali e conoscenze degli anziani;
• trasmissione pratica delle tecniche artigianali;
• sostegno economico agli artigiani, soprattutto alle donne;
• musei e archivi gestiti insieme alle comunità;
• maggiore presenza della cultura Tharu nella scuola;
• valorizzazione dell’architettura tradizionale e dei villaggi;
• ricerca antropologica condotta con il coinvolgimento e il consenso delle comunità.
Un esempio molto significativo è quello delle donne che tessono i cesti di moonj e kans, materiali che sono il cuore di un’antichissima tradizione artigianale svolta prevalentemente da comunità di donne. I filamenti di moonj vengono intrecciati e avvolti strettamente – coiling – intorno a un’altra erba locale più rigida, chiamata Kaasa, per dare struttura agli oggetti: UNESCO documenta come il problema non sia soltanto la perdita di interesse dei giovani, ma anche la diminuzione delle materie prime, l’urbanizzazione e la concorrenza dei prodotti industriali. Alcune artigiane stanno quindi coltivando direttamente la materia prima e insegnando la tecnica alle figlie e alle nuore.
Per il turismo occidentale non direi semplicemente positivo o negativo. Può essere entrambe le cose.
Il turismo diventa negativo quando trasforma la cultura in uno spettacolo per il visitatore: il rito diventa rappresentazione, l’oggetto sacro diventa souvenir, la tradizione viene semplificata per soddisfare le aspettative occidentali. In quel caso il rischio è la folklorizzazione: la cultura sopravvive apparentemente, ma perde progressivamente il proprio significato.
Può invece essere molto positivo quando il denaro e l’interesse dei visitatori rimangono nella comunità e servono a mantenere vive le pratiche. Il governo nepalese sta già utilizzando il modello degli homestay Tharu, associandolo alla conservazione di danze, musica, artigianato e patrimonio culturale.
E c’è un dato interessante: il Tharu Cultural Museum di Dang è nato proprio come iniziativa di conservazione della comunità e oggi funziona come archivio, spazio educativo e luogo di incontro con i visitatori. Nel 2025/26 ha registrato oltre 118.000 visitatori, mostrando che il turismo può effettivamente creare risorse economiche intorno alla conservazione.
Il turismo dovrebbe essere uno strumento della conservazione e non il suo padrone. Non dovremmo chiedere ai Tharu:
«Come possiamo rendere la vostra cultura interessante per noi occidentali?»
ma piuttosto:
«Come possiamo fare in modo che voi possiate continuare a trasmettere la vostra cultura alle vostre generazioni?»
Se il turismo aiuta una giovane donna Tharu a guadagnare tessendo, se permette a un anziano di trasmettere i propri racconti, se finanzia una scuola in lingua Tharu, se sostiene un museo locale o consente a un Guruwa di insegnare a un giovane, allora può diventare uno strumento di sopravvivenza culturale.
E qui vedo anche una responsabilità per il collezionista e per il ricercatore occidentale: non limitarsi a raccogliere oggetti, ma raccogliere e restituire conoscenza. Documentare provenienza, significato, uso rituale, nome locale, testimonianze degli anziani e contesto dell’oggetto può contribuire a evitare che una scultura o una maschera sopravviva mentre scompare completamente la memoria di ciò che rappresentava.
In definitiva, non dobbiamo salvare la cultura Tharu al posto dei Tharu: dobbiamo creare le condizioni perché siano i Tharu a poterla mantenere viva.
Ora, se ne hai piacere, raccontaci qualche aneddoto dei tuoi viaggi, degli sciamani incontrati, delle pietanze o di qualche loro leggenda o usanza tribale con significato sociale…
Ci sono alcuni episodi che, più di altri, mi hanno permesso di comprendere la cultura Tharu non soltanto attraverso lo studio, ma attraverso l’esperienza diretta.
Ricordo, per esempio, una febbre che mi accompagnò per diversi giorni. In quella situazione ebbi modo di rivolgermi a un Guruwa, lo sciamano-sacerdote della comunità. Il suo modo di affrontare la malattia era completamente diverso dalla nostra concezione occidentale: attraverso preghiere, formule e rituali cercava di comprendere quale fosse l’origine del male e di ristabilire l’equilibrio tra la persona e il mondo spirituale. Quell’esperienza mi fece capire concretamente quanto, per i Tharu, la malattia non appartenga necessariamente soltanto alla dimensione fisica.
Un altro ricordo è molto più drammatico. In un villaggio si verificò la morte di un contadino che, dopo essere scomparso, venne ritrovato con ferite che facevano pensare a un attacco di un grande felino, probabilmente una tigre. Non fu possibile stabilirlo con assoluta certezza, ma nella comunità questa era l’interpretazione prevalente.
Quello che mi colpì non fu soltanto la tragedia, ma il modo in cui quell’episodio veniva percepito. La foresta, per i Tharu, non è semplicemente un luogo naturale separato dall’uomo: è uno spazio abitato, nel quale l’uomo deve confrontarsi con animali, forze e presenze che fanno parte dello stesso universo.
Sono due esperienze molto diverse, ma entrambe mi hanno insegnato qualcosa di fondamentale: per comprendere davvero i Tharu bisogna cercare di sospendere, almeno per un momento, le nostre categorie occidentali. La malattia, la morte, la foresta, gli animali e il mondo degli spiriti non sono compartimenti separati, ma elementi di una realtà profondamente interconnessa.
By Paolo Luporini
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