Gio 14 Mag 2026

“Superfici Dinamiche e Irreali” Mostra di Giulio Turcato al Circolo Culturale Fantoni dal 18 gennaio al 15 febbraio 2025

Giulio Turcato (Mantova 1912 – Roma 1995), è stato uno dei maggiori esponenti dell’Astrattismo Italiano affermatosi a cavallo degli anni ’40-’50 con la formazione di gruppi di artisti che si riconoscevano in un linguaggio nuovo, antinaturalistico, informale. Già ad inizio secolo l’astrattismo si imponeva come nuovo segno di cambiamento con le avanguardie storiche che reagirono con forza contro il mondo accademico, i musei, le tradizioni conservatrici che segnarono il corso dell’800. Nel 1910 Kandinsky dipinge il “primo acquerello astratto”, così titolato dall’artista, che appare come uno schizzo infantile, dove fluttuano colori e segni, manifestazione di gioia e allegria compositiva. In seguito molte correnti, dopo le devastazioni della prima guerra e la caduta degli ideali e delle speranze che inevitabilmente si frantumarono davanti ad una realtà che imponeva una riflessione anche sull’arte, recuperarono quella dimensione classica e i valori della pittura legata alla natura e all’immagine, compreso Picasso, artista chiave del passaggio tra i due secoli, che tornò alla figurazione dopo l’esperienza del Cubismo analitico e sintetico.

Gli astrattisti fecero da contraltare a quello che venne definito “il ritorno all’ordine”, rappel à l’ordre, in antagonismo ad un pensiero che appariva per l’arte un passo indietro rispetto alla ricerca di un “nuovo” che compisse un marcato superamento dei linguaggi tradizionali. Terminata la seconda guerra negli USA nasce l’espressionismo astratto di Pollock, Rothko, De Kooning, quei celeberrimi “irascibili” della scuola di New York che manifestarono un sonoro dissenso verso l’accademismo, il conservatorismo di Musei e galleristi, e si posero in polemica con le scelte del Met di non esporre le loro opere ad un’importante mostra del 1950.

Per la prima volta nella storia l’interesse mondiale per l’arte si sposta oltre oceano superando quel concetto eurocentrico secondo il quale l’evoluzione e la ricerca artistica sia stata una prerogativa Europea, in particolare Italia, Francia e Germania. Il New Deal voluto da Roosevelt, che aiutò finanziando opere pubbliche e molti artisti ad emergere dopo la grande crisi del ’29 per risollevare l’America dalla grande depressione, aveva dispiegato gli effetti auspicati. Gli echi in Europa si formalizzavano con l’espressionismo tedesco, l’art informel, le varie direttrici astrattiste italiane.

Se Mondrian, Perilli, Dorazio, si collocarono nell’ambito dell’astrattismo razionale, e Pollock nei caratteri del segno violento definito pittura d’azione e arte allo stato puro, Turcato ci racconta un’astrattismo lirico, non urlato, un canto in versi poetici. In quegli anni di grandi riflessioni e un’aria che profumava di innovazione, chi non era astrattista era considerato “antimoderno”, nell’assunto che il realismo e la pittura legata alla natura e all’immagine dovesse prevalere e permanere sulle nuove correnti antifigurative dichiarate nelle diverse declinazioni.

Turcato, dopo il Liceo Artistico e alcune scuole di formazione, si trasferisce a Roma, frequenta circoli di intellettuali e pittori tra i quali Emilio Vedova e Toti Scialoja, e già in quegli anni giovanili partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia del ’42 con una “Maternità” e alla Quadriennale di Roma nel ’43. Firma nel’47 il manifesto del formalismo “Forma1” che si accende il dibattito tra arte figurativa e astratta. I firmatari Consagra, Guerrini, Attardi, Accardi, Perilli, Sanfilippo e Dorazio si definiscono sostenitori di “un’arte fondata sul segno e sulla forma pura, non realista e non verista, priva di operazioni psicologiche ed emotive”. Aderisce nel ’52 alla fondazione del “Gruppo degli otto” con Vedova, Corpora, Afro, Birolli, Santomaso, Morlotti, Moreni, che partecipano lo stesso anno alla Biennale di Venezia. Acceso lo scontro con Guttuso, fautore di un’arte figurativa legata al Neorealismo sociale di ideologia comunista. Anche Turcato passa dalla “pittura sociale”, denuncia delle condizioni dure di vita del proletariato urbano e contrassegnata da soggetti e contesti legati al lavoro quali cantieri, operai, fabbriche, città metropolitane, ad una dimensione astratto-lirica, gioiosa e romantica.

Sono gli anni dei riconoscimenti di Turcato che annovera la partecipazione di quindici Biennali di Venezia, la prima nel ’42, vincitore del premio con sala personale nel ’58, oltre a numerose mostre in Italia e nel mondo tra cui al MoMA di NY e al Documenta Kassel in Germania. Nel ’51 vince il “Premio del Golfo” della Spezia con l’opera “Cantiere” oggi esposta al CAMeC ed acquisita in collezione. Una vita complicata quella di Turcato che vive nel dopoguerra momenti di difficoltà economica dovendo scontare quel nuovo linguaggio che poco incontrava i gusti del mercato. L’ultima Biennale nel ’95, l’anno della sua morte.

Le opere in mostra risalgono agli anni ’60 e ’70 in una matura fase del lavoro di Turcato che consolida la propria forza nel mercato quale esponente di punta dell’astrattismo, cementando le convinzioni giovanili perseguite sin dagli esordi della sua attività artistica mostrando coerenza di pensiero e azione. Il linguaggio di Turcato raggiunge l’essenziale della rappresentazione astraendo, (dal latino “abstrahere”, levare, togliere, sottrarre), ogni forma di figurazione e realtà legata alla natura e al tangibile. E’ la negazione della realtà, è l’empatia che si crea tra uomo e un mondo rifiutato in ogni sua forma oggettiva.

Vicino allo Spazialismo di Fontana, tra le sue opere troviamo le “superfici lunari” in gommapiuma con bruciature e bucature che formano crateri che rimandano alla ricerca dell’uso della materia già di Burri, Crippa, Castellani e molti altri che aderirono a “movimento spaziale” negli anni ’50. Alcune fonti sostengono che Turcato con l’uso della gommapiuma e le sabbie volle porsi come alternativa al già affermato artista umbro che “dipinge col fuoco” bruciando cellophane, plastica, tela, juta.

Il dinamismo di alcune opere è apparentemente casuale, come nel dipinto “Itinerari” del 1970, dove i segni delle colature della tinta percorrono strade immaginate, si intrecciano nel vortice del movimento, sono percorsi da seguire con lo sguardo lasciandosi andare a suggestioni, emozioni, riflessioni. Inevitabile il richiamo alla “action painting” di Pollock, dove il gesto è istintuale ma ragionato, lo spazio della tela affrontato con spirito libero da ogni costrizione convenzionale. Un grande del ‘900 italiano che ancora non trova riconosciute appieno le sue capacità, la sua coerenza, la volontà di essere e vivere da artista.

 

By Paolo Cozzani

Paolo Cozzani : laureato in Conservazione dei Beni Culturali, appassionato d’arte contemporanea, collezionista, scrive su CulturaIdentità dell’editore Sylos Labini, sul sito web del Comites Washington DC e sulla pagina personale di fb articoli su eventi e mostre.

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