Gio 14 Mag 2026

Il restauro in diretta accende il Parco delle Clarisse: epigrafi e memoria ritrovata

Una mattinata di luce e memoria al Parco delle Clarisse. Oggi, 6 giugno 2025, il sito recentemente restituito alla città (leggi qui) è tornato protagonista con un evento che ha permesso ai cittadini di assistere da vicino al delicato lavoro di restauro di cinque epigrafi marmoree provenienti dall’ex convento delle Clarisse e dalla Chiesa di Santa Cecilia, danneggiati durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Un’occasione rara, promossa dal Comune della Spezia, per vedere il passato riaffiorare dalle mani di chi lo cura e lo protegge.

A guidare la visita nel “cantiere a cielo aperto” sono stati il direttore del Museo Civico “Amedeo Lia” Andrea Marmori e il restauratore Matteo Caropreso, alla presenza del sindaco Pierluigi Peracchini, che ha ribadito l’impegno dell’Amministrazione nel rendere tangibile il valore della storia cittadina:

Mostrare alla cittadinanza le nuove epigrafi marmoree e il recinto dell’albero della libertà durante i lavori di restauro significa offrire a tutti l’opportunità di avvicinarsi concretamente alla nostra storia e al patrimonio custodito al Parco delle Clarisse, un luogo che abbiamo riqualificato e restituito recentemente alla comunità grazie al progetto ‘La Spezia Forte’”.

Il cantiere

Il restauro, eseguito sul posto da Caropreso, ha riguardato cinque epigrafi datate tra il 1594 e il 1789, rimaste per decenni nei depositi comunali. Si tratta di testimonianze incise che raccontano momenti fondamentali della storia religiosa e sociale della città: dalla consacrazione della chiesa del convento da parte del vescovo Giovanni Battista Salvago, alla dedica degli altari a Santa Cecilia, Maria e Santa Rosalia, fino alla memoria del monaco Mariano Pensa.

Accanto a queste, è stato possibile ammirare i frammenti superstiti dell’albero della libertà, simbolo della Rivoluzione francese, fulcro di cerimonie civili dell’epoca: un raro esempio di “reperto ideologico” oggi ricontestualizzato nello spazio pubblico del parco.

Il Parco delle Clarisse non è solo un luogo pubblico ma un vero e proprio museo all’aperto, un progetto che si sviluppa nel tempo e che prevede la progressiva ricollocazione di reperti finora nascosti al pubblico. È visitabile ogni sabato e domenica dalle 10.30 alle 17.00, ma in occasione di eventi come quello di oggi, l’accesso è possibile anche infrasettimanalmente.

Le voci della città

Molti i cittadini presenti all’evento, attratti dalla possibilità di vedere i restauratori all’opera, di porre domande, di toccare con mano la storia. Tra loro anche una residente della zona, visibilmente emozionata:

Abito vicinissimo al Parco delle Clarisse e ho potuto seguire quotidianamente i lavori di restauro e di recupero. Questo luogo, diventato anche deposito alla nettezza urbana per decenni, è stato solo un intrico di vegetazione, transennato e mal frequentato. Era pericoloso, dimenticato, abbandonato. Vederlo tornare alla luce grazie al lavoro e alla determinazione dell’amministrazione comunale è qualcosa che ancora mi meraviglia”.

 

E in effetti, la storia del convento parla anche di abbandono: bombardato nel 1943, mai ricostruito, usato come deposito negli anni ’70-’80, trasformato in un’area degradata e irriconoscibile. Solo oggi, grazie al progetto “La Spezia Forte”, l’area è stata riqualificata e restituita alla città, con un disegno di valorizzazione che guarda anche al turismo, agli eventi culturali e a un rinnovato senso di appartenenza.

Il prossimo appuntamento al “cantiere aperto” è fissato per mercoledì 11 giugno, sempre alle ore 10: un’altra occasione per camminare tra le rovine e le rinascite di una Spezia che non dimentica.

Epigrafi e memoria: al convento di Santa Cecilia riemerge la storia di un luogo simbolico della città

Dall’inaugurazione del nuovo percorso espositivo allestito nell’area dell’ex convento di Santa Cecilia, ha preso avvio anche un importante lavoro di recupero e valorizzazione delle testimonianze storiche conservate nei depositi del Museo Civico. In particolare, cinque epigrafi marmoree che in origine appartenevano alla chiesa e al convento, e che per lungo tempo erano rimaste custodite nei magazzini, sono state finalmente ricollocate nei pressi della loro sede originaria. Si tratta di manufatti di grande valore storico e simbolico, attualmente in corso di restauro a cura dello specialista Matteo Caropreso. 

  • La prima epigrafe, già posizionata accanto alla porta della chiesa di Santa Cecilia, reca incisa la data del 18 settembre 1594. Si tratta dell’anno in cui la chiesa del convento fu solennemente consacrata da Giovanni Battista Salvago, allora vescovo della diocesi di Luni-Sarzana. Figura di grande spessore, Salvago apparteneva a una nobile famiglia genovese ed era noto per il suo ruolo diplomatico presso la corte imperiale.
  • La seconda epigrafe, collocata presso l’ingresso dell’antico convento, è più consunta, con un’iscrizione in parte abrasa. Ma è ancora possibile leggere la data del 22 maggio 1729, che segna il momento in cui la chiesa conventuale e l’altare maggiore furono ufficialmente intitolati a Santa Cecilia, martire romana e patrona della musica.
  • La terza epigrafe, risalente al 1789, fu donata al convento da Mariano Pensa, monaco olivetano e Superiore del monastero di Nostra Signora delle Grazie. Il gesto testimonia i legami spirituali e materiali tra i diversi centri monastici del territorio in età moderna.
  • Una quarta epigrafe, apposta sull’altare dedicato a Maria, documenta l’intervento di Iacopo Barbarossa, esponente di una delle famiglie spezzine di più antica e illustre nobiltà, che ne volle la realizzazione.
  • Chiude la serie una quinta epigrafe, datata 1787, che ricorda la dedicazione di un altare a Santa Rosalia, la “santuzza” palermitana che nel Settecento aveva visto diffondersi il suo culto anche nel Nord Italia, come simbolo di protezione contro le epidemie.

Accanto a questo lavoro di ricollocazione epigrafica, nei giorni scorsi sono stati trasferiti nell’area delle Clarisse – anch’essa ora accessibile ai visitatori – alcuni dei frammenti superstiti del “recinto dell’albero della libertà”. Si tratta di un oggetto di notevole interesse storico: nato durante la Rivoluzione francese, l’albero della libertà era in origine una vera e propria pianta (oppure un palo ligneo), decorata con nastri tricolori, bandiere e sovrastata dal berretto frigio rosso, simbolo della Repubblica. Attorno a questo simbolo si svolgevano solenni cerimonie civili: giuramenti dei magistrati, roghi dei diplomi nobiliari e altre manifestazioni di ispirazione rivoluzionaria.

Cenni storici

L’area oggetto di progettazione dell’ex Convento delle Clarisse e della Chiesa di Santa Cecilia si presentava all’inizio dei lavori in stato di rudere. Pur non essendo del tutto accessibile, era possibile individuare la traccia dei corpi di fabbrica e di parte degli spazi di servizio all’attività conventuale. Il complesso è limitato a sud-est e a sud-ovest dalle murature dei corpi di fabbrica relativi alla Chiesa e ai locali di servizio, a nord-ovest dal sistema di risalita cittadino (ascensore di San Giorgio) e a nord-est dalla scalinata che porta al Castello di San Giorgio. Il convento delle Clarisse fu fondato nel 1593, anno di posa delle prime pietre, sulla collina del Poggio, al di sotto del Castello di san Giorgio e luogo privilegiato della città nonché parte del primo insediamento del nucleo urbano della Spezia. Nel 1648, in seguito a varie operazioni immobiliari e a cospicue donazioni, i lavori furono completati e il monastero entrò in opera. Quasi un secolo dopo, nel 1729, la Chiesa adiacente venne dedicata a S. Cecilia, ma in seguito all’avanzata e alla successiva conquista napoleonica, il monastero (come molti altri sul territorio italiano) venne soppresso sul finire del Settecento. Il complesso architettonico fu convertito dapprima in scuola e poi, nella seconda metà dell’Ottocento, in ricovero per anziani. Intorno al 1885, fu, infine, trasformato in Lazzaretto. Destino migliore, a livello funzionale, lo ebbe alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale quando, il governo cittadino, decise di convertire il corpo di fabbrica in Museo Civico atto ad ospitare reperti, tra gli altri, di epoca romana. Il Museo ebbe vita breve: come molte zone della Città, subì pesanti bombardamenti nel 1943. Dopo che, a fine guerra, il Genio Civile mise in sicurezza l’area attuando operazioni di bonifica e demolendo parti del manufatto architettonico ancora rimaste in piedi, ma ritenute pericolanti, l’abbandono del sito diventa sempre più evidente tanto che nella Chiesa vi fu un accumulo di più di 3 metri di detriti e di terra. Tra gli anni ’70 e ‘80 il sito venne ceduto come deposito alla nettezza urbana: ai muri rimasti intatti vennero addossati setti in mattoni forati e nel chiostro vennero collocati alcuni prefabbricati, oltre che l’inserimento di infrastrutture elettriche e telefoniche. Il degrado dei manufatti è, quindi progredito, dando luogo a situazioni che destano preoccupazione in relazione alla conservazione di un luogo di grande valore documentale relativamente alla storia cittadina (si rinvia alla relazione storica allegata per una più compiuta disamina delle vicissitudini storico-costruttive).

(Riproduzione riservata).

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