
Un’intervista esclusiva con lo psicoterapeuta vicentino Tiziano Apolloni, che analizza i meccanismi psicologici, culturali e sociali dietro le pagine Facebook e i siti oggi al centro delle polemiche, dove lo sguardo maschile diventa strumento di dominio e disumanizzazione.
In questi giorni su tutti i media infuriano polemiche e accuse contro chi, senza remore e con spregio, sui social ha esposto a pubblico ludibrio donne anche famose tra cui molte esponenti politiche non consenzienti e ignare. Il branco colpisce ancora attraverso l’uso distorto e improprio dei social e delle nuove frontiere tecnologiche, I.A. in testa.
Per capire i meccanismi di psiche maschili problematiche, le conseguenze dolorose, la messa in atto di tutele, cure e recupero, ascoltiamo il dott. Tiziano Apolloni, psicoterapeuta vicentino, consulente tecnico d’ufficio presso il Tribunale di Vicenza, che da oltre 40 anni opera in centri per la diagnosi e cura della famiglia, contro il maltrattamento, i casi di abuso e di violenza.

Intervista a Tiziano Apolloni
D: Da uomo d’esperienza e da addetto ai lavori ci presenti una visione d’insieme di questo fenomeno?
Nel 1968 – ero giovanissimo – ho trascorso un’intera estate a Trieste suonando con la mia Rock Band in un locale sul mare. I ragazzi che frequentavano la balera usavano un intercalare che recitava “Putana mia mare (trad. madre)!” che, come tutti gli intercalari linguistici, non aveva una funzione semantica precisa, ma un intento espressivo, ritmico e identitario, un modo di essere accettato e condiviso.
È di questi giorni la scoperta del sito Facebook, “Mia Moglie”, in cui oltre 32.000 uomini pubblicano foto di mogli, compagne, fidanzate, carpite di nascosto o condivise senza consenso, sottolineate da commenti sessisti e violenti del tipo: “Mia cugina, che le faresti?”
Dopo che il sito è stato denunciato ne è emerso un altro, “Phica.eu”, attivo dal 2005, che con le stesse finalità ospita immagini di donne in contesti pubblici e privati, tra cui politiche, attrici e influencer. Non è una novità. Ne esistono da tempo con titoli ancora più espliciti e volgari. Mi sono chiesto se l’esistenza di questi spazi pubblici, dove la misoginia e un linguaggio indulgente con la cultura dello stupro hanno una funzione normalizzante, non rispondano alla necessità di confermare un’identità maschile sempre meno legittimata negli spazi pubblici quotidiani.

D: Da quando scaturisce l’odiosa misoginia?
La misoginia è sempre esistita, e risale all’antica difficoltà del maschio di gestire la paura e il desiderio che l’incontro con la donna gli suscita. La donna come enigma, luogo di un godimento che sfugge al suo controllo. E quando la donna sfugge a questo controllo, deve essere insultata nel modo più degradante che un maschio possa esprimere: troia.
Pulsioni che comunque, assieme al voyeurismo, sarebbero di pertinenza di comportamenti privati.
D: Per quali motivi le pulsioni personali, che dovrebbero limitarsi alla sfera privata, divengono pubbliche?
In realtà al cuore di questa vicenda non c’è solo la violazione della privacy, ma una questione più profonda: la riduzione della donna a oggetto di consumo visivo. E come tutti i beni di consumo, destinata a essere usata una sola volta e buttata via. “È il mercato, bellezza.”
Viviamo in un’epoca in cui l’immagine ha sostituito la presenza. In questo mercato la donna diventa un simulacro di sé stessa. Il feticcio di un’immagine di libertà e di valore, un alto valore di mercato. Come profeticamente si era espresso Silvio Berlusconi: “La pateronza è un bene sociale, bisogna farlo circolare”. Circolazione che paga il prezzo di una violenza simbolica e culturale, dove il corpo femminile viene espropriato, commentato, ridicolizzato.
Che ne rimane del soggetto? Husserl, il fondatore della fenomenologia, ha introdotto la distinzione tra Koerper – corpo oggetto – e Leib – corpo vissuto.
Leib è il corpo che sente, che percepisce, che agisce nel mondo. È il corpo che non si osserva dall’esterno, ma che si vive dall’interno. Sartre lo dirà in modo ancora più incisivo: “noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo.” Dal punto di vista del Leib, del corpo vissuto, le donne ritratte in questi siti diventano prigioniere di uno sguardo che le giudica, le seziona, le trasforma in oggetti, di desiderio o di scherno.

D: Se in passato le donne sono state vittime prima di un padre e poi di un marito padrone, questo fenomeno della violenza digitale perché non è meno insidioso e cruento per la loro anima?
Perché abbiamo a che fare con la violenza dello sguardo. Lo sguardo è un atto potente, capace di ferire, esporre, dominare. Lo sguardo non è ciò che vediamo, ma ciò che ci guarda, ciò che ci espone al desiderio altrui. È ciò che ci fa vergognare, ci fa sentire osservati, ci destabilizza. Lo sguardo uccide perché rompe l’immagine che abbiamo di noi stessi. Ci trasforma in oggetto, non siamo più padroni di noi stessi. Lo sguardo è un atto di potere, una volontà di dominio a cui risponde il corpo, con l’imbarazzo, con la vergogna che è arrossire, è accelerare i battiti del cuore, è sudore o formicolio della pelle, irrigidimento dei muscoli.
Questa dinamica richiama il concetto foucaultiano di sorveglianza: per controllare non c’è bisogno di una prigione fisica, basta uno sguardo vigile, continuo, persecutorio per fare in modo che il controllo venga interiorizzato.
D: Gli uomini purtroppo minimizzano questo comportamento, lo giustificano come fosse un innocuo gioco goliardico. In realtà?

In realtà nella trasformazione del corpo femminile a oggetto di consumo, viene nullificata la responsabilità verso l’Altro. Verso l’altro che ci interpella, ci chiede di non ridurlo a cosa, di non ignorarne la vulnerabilità.
Siti come “Mia moglie” e “Phica.eu” sono luoghi di disumanizzazione, luoghi di un delitto che, prima di essere giuridico, è etico: non solo ignorare che il nostro non è un corpo oggetto, come lo vede la scienza e la medicina, ma ignorare che, in quanto corpo vissuto, è anche un corpo per l’altro.
Conclusione
Ringrazio Tiziano Apolloni che a breve torneremo ad intervistare su SpeziaMirror convinta che nel mare limaccioso della rete, vinte ritrosia, sfiducia, vergogna, la querela da parte della singola donna è indispensabile a sé stessa e costruisce, a favore delle altre, una sicurezza partecipata. Ben venga quindi la class action che l’Avvocato Annamaria Bernardini de Pace sta istruendo contro Meta, siti e social ma anche contro i singoli diffusori e commentatori che forse ignari rischiano di essere perseguiti penalmente per il reato di diffamazione.
Oggi le donne devono difendere le posizioni conquistate che dimostrano – come disse Oriana Fallaci – “quanto dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede di essere ascoltata”.
Il maschio, sordo e furioso, non si rassegna, non accetta.
Intervista a cura della Prof.ssa Marisa Vigo
(riproduzione riservata)
Servizio fotografico gentilmente concesso dalla fotografa spezzina Rossana Zoppi
