Gio 14 Mag 2026

Il docente e viaggiatore spezzino, esperto di arte tribale himalayana, racconta in un’intervista curata da Paolo Luporini  il proprio percorso di ricerca tra Nepal e spiritualità orientale.  Un’anteprima della conferenza multimediale in programma il 28 ottobre alle 17.30 nel Centro anziani di Via Corridoni 7.

Andrea Mordacci è un professore dei Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) della Spezia, che attualmente lavora nella Casa Circondariale di Villa Andreino, si interessa dai tempi dell’università di archeologia e arte. È un perito esperto di Arte tribale. Andrea, puoi dirci da cosa ti è nata la passione per l’Oriente e i viaggi?

La mia passione per l’Oriente e i viaggi è nata quasi per caso, ai tempi dell’Università a Pisa, quando acquistai da una bancarella un vecchio libro di Giuseppe Tucci, Nepal. Alla scoperta del regno dei Malla. Durante i miei viaggi in treno, lessi e rilessi quel libro, affascinato non solo dalle parole di Tucci ma soprattutto dalle fotografie di sculture e templi che non rispecchiavano l’arte religiosa buddhista o induista tradizionale che conoscevo, ma sembravano appartenere a un mondo più “tribale”, meno conosciuto. In particolare, sono rimasto profondamente colpito dal fascino dello sciamanesimo himalayano, con le sue pratiche antiche, i rituali di guarigione e la connessione con il mondo invisibile, che rappresentano una dimensione ricca di mistero e significato. Questo incontro con qualcosa di diverso e misterioso ha acceso la mia curiosità e ha dato il via a un interesse profondo per le culture himalayane e l’arte tribale, un percorso che ancora oggi continua a guidare il mio lavoro e i miei studi.

 Giuseppe Tucci, “l’esploratore del Duce”, che Mussolini decise di finanziare a fini politici, per diffondere l’immagine dell’Italia in Asia e prendere contatti con l’India in vista di un disgregamento dell’Impero britannico, fu un dottissimo ricercatore orientalista al quale tu t’ispiri, fu un italiano che, unico della sua spedizione, fu ammesso a Lhasa in quanto si era precedentemente convertito al buddismo già dal 1935, ed ebbe nel 1948 il privilegio di esportare molti documenti che altrimenti sarebbero finiti nelle mani della Repubblica Popolare Cinese il cui esercito invase il Tibet il 7 ottobre 1950. Cosa puoi dirci di lui?

Giuseppe Tucci

Giuseppe Tucci, orientalista e grande esploratore dell’Asia, ha dedicato numerose spedizioni allo studio delle culture del Tibet e del Nepal. Pur non avendo scritto opere specifiche sullo sciamanesimo nepalese, nei suoi lavori ha spesso incluso osservazioni sulle religioni popolari, riconoscendo l’importanza di pratiche sciamaniche e animiste ancora vive in molte comunità montane dell’Himalaya. Lo sciamanesimo, strettamente legato alla religione Bon pre-buddhista, viene da lui considerato parte di un più ampio tessuto religioso non ufficiale, che comprende trance, possessione, riti di guarigione e invocazioni a spiriti e divinità locali. Tucci ha mostrato interesse per queste forme di spiritualità “minore”, in quanto espressione autentica di culture antiche, sopravvissute accanto alle grandi religioni come il buddhismo e l’induismo. Durante i suoi viaggi in Nepal, ha documentato oggetti rituali, credenze e pratiche legate a culti ancestrali, anche se spesso si è riferito a questi fenomeni con termini come “religione popolare” o “magia”, più che con il termine moderno di “sciamanesimo”. In sintesi, l’interesse di Tucci per lo sciamanesimo nepalese si inserisce nel suo più ampio progetto di studio delle religioni asiatiche, dando valore anche a quelle pratiche spirituali locali che raccontano una storia millenaria di contatto tra uomo, natura e spirito. Esiste un legame tra Giuseppe Tucci e la nostra città: alla Spezia risiedeva con la moglie un’ufficiale medico di Marina che lo accompagnò in diversi viaggi, il capitano Eugenio Ghersi. Ghersi risiedeva alla Spezia dove venne a mancare nel 1997. Tra Ghersi e Tucci si stabilì un legame di amicizia e di comuni interessi tanto che l’esploratore venne spesso alla Spezia a trovare l’amico.

Andrea Mordacci

I tuoi primi viaggi esotici a quando risalgono? Ti rechi in Asia ogni anno? Tu che tipo di viaggiatore sei?

Il mio primo viaggio in Nepal risale al 1995, avevo circa 24 anni; successivamente quasi ogni anno mi sono recato in molte nazioni dell’Oriente: India, Vietnam, Laos, Cambogia, Indonesia, Thailandia… facendo comunque sempre tappa iniziale o finale in Nepal dove ho avuto modo di fermarmi anche per lunghi periodi. L’ultimo mio viaggio si è svolto quest’estate, mi sono fermato circa un mese nel Rajasthan per poi recarmi due settimane in Nepal in attesa della festività sciamanica “Janai Purnima” che si svolge nel primo giorno di luna piena del mese di agosto. I miei viaggi sono sempre rivolti alla ricerca e allo studio: osservare rituali, conoscere nuove etnie. Spesso le condizioni di viaggio sono disagiate, in molte zone dell’Ovest Nepal non esistono strade né attività ricettive, bisogna cercare di adeguarsi ad ogni situazione.

La tua conferenza delle 17:30 di martedì 28 ottobre 2025 nel Salone del Centro anziani di piazza Brin dal titolo “I mille volti del divino: Arte e Sciamanesimo nell’Arte Tribale Himalayana” si riferisce in gran parte alle tue ricerche in Nepal, di cui Tucci disse:

“Il Nepal è uno dei paesi più vari e complessi dell’Asia: ricco di colore ma anche di dolore. Sotto la vivacità dei vestiti e l’allegria chiassosa dei bazar si cela come un’angoscia, il presagio di un malfido corruccio della natura; l’avverti in ogni simbolo o forma. Sotto il sorriso e lo splendore delle cupole dorate dei templi incupisce la mole rossiccia delle cappelle senza finestre, impenetrabili: le porte non aprono un mistero ma lo difendono.”
Concordi? Il Nepal è ancora così?

Andrea Mordacci

Grazie per la tua riflessione, e per aver ricordato le parole intense e poetiche di Giuseppe Tucci. Sì, concordo in larga parte con quella visione. Il Nepal è ancora oggi un paese straordinariamente ricco di contrasti, dove bellezza e inquietudine convivono profondamente. Tucci aveva colto, già decenni fa, quella tensione tra la vivacità esteriore, i colori dei mercati, la vitalità delle feste religiose e una spiritualità più oscura, radicata in simboli antichi, in templi chiusi, in culti segreti. E questa percezione è ancora molto attuale. Nelle mie ricerche in Nepal, soprattutto esplorando le aree rurali e montane, ho spesso incontrato quell’ambiguità del sacro che Tucci descrive così bene: il divino si manifesta con molti volti, non sempre rassicuranti. Lo sciamanesimo, ad esempio, non è solo guarigione o connessione spirituale: è anche lotta contro forze invisibili, possessione, sacrificio, paura. E questo fa parte dell’“anima” profonda del Nepal, che persiste anche sotto la modernizzazione. Naturalmente, molto è cambiato dal tempo di Tucci: il paese ha vissuto guerre, terremoti, un’accelerazione urbana e turistica notevole. Kathmandu oggi è una metropoli caotica. Ma nelle valli remote, nei rituali tramandati oralmente, nei volti dei jhankri o dhami, quel senso di mistero protetto da porte chiuse continua a esistere. Quindi sì, per chi sa osservare, il Nepal è ancora “uno scrigno che difende un mistero”, come lo descriveva Tucci. E in questo risiede, secondo me, una parte essenziale del suo fascino.

Qual è il significato dello sciamanesimo himalayano per gli abitanti di quel paese?

Nel contesto delle popolazioni himalayane del Nepal, lo sciamanesimo è una tradizione ancora viva nonostante l’influenza dell’induismo e del buddhismo. Gli sciamani (chiamati jhankri, dhami o bijuwa a seconda della regione) sono figure centrali nella vita dei villaggi: guariscono, proteggono, predicono il futuro e agiscono come mediatori tra il mondo visibile e l’invisibile. Essi entrano in trance e sono “posseduti” da divinità o spiriti del clan, acquisendo poteri soprannaturali. Le tradizioni sciamaniche si collegano alla religione Bon pre-buddhista e a culti animisti arcaici. Ogni villaggio ha il suo sciamano, che cura malattie, guida le anime dei defunti, richiama la pioggia o placa spiriti ostili. Il loro potere è concesso da entità come il Ban Jhankri (spirito della foresta) o dagli dei Masta, divinità regionali guerriere. Il dhami viene scelto dal dio stesso che lo possiede durante le cerimonie, parlando per bocca sua. Il segno della possessione è la trance e il potere di compiere miracoli. Gli sciamani indossano abiti rituali (camicie bianche, collane di semi o vertebre animali, campanelli), e il loro sapere è trasmesso oralmente e mantenuto segreto. Il loro ruolo resta fondamentale, poiché incarnano un sapere antico e una medicina spirituale, spesso unica risorsa nelle zone montane remote del Nepal.

Henry Louis Mencken, uno scrittore americano ateo, mi convinse con il suo “Trattato sugli dèi”, nella descrizione della genesi dei primi stregoni, che sono gli antesignani dei sacerdoti e dei preti, quando scrisse che gli stregoni riempirono un vuoto creato dalla Paura (per esempio dei fulmini o della tigre dai denti a sciabola), che a sua volta creava un bisogno di cura e di scongiuro dal Male. Gli stregoni si offrirono come intermediari tra gli uomini e il cielo per proteggerli dall’ira degli dèi che gli stessi uomini avevano provocato con i loro comportamenti. Qual è il significato che dai alla cultura sciamanica? Ne hai un interesse da studioso o in qualche modo ne avverti il fascino?

Domanda stimolante. Ti rispondo in breve: riconosco nella lettura di Mencken una prospettiva razionale e disincantata, utile per comprendere l’origine funzionale del ruolo dello sciamano. Ma per me la cultura sciamanica va oltre la “scaltrezza” evolutiva: è un linguaggio simbolico profondissimo che riflette il bisogno umano di dialogare con l’invisibile, di curare il corpo e l’anima insieme. Il mio interesse è in parte da studioso, ma non posso negare che ne sento anche il fascino: lo sciamanesimo custodisce un modo arcaico ma potentissimo di interpretare il mondo non meno vero solo perché diverso.

Si percepisce un forte interesse, dal numero di persone che ha detto di voler partecipare alla tua conferenza del 28 Ottobre. Cosa ti aspetti da questo tipo di curiosità? Come l’interpreti?

Sono molto contento dell’interesse mostrato per l’incontro che faremo al Centro Anziani di Piazza Brin. Penso che questa curiosità dimostri il desiderio di conoscere meglio culture e tradizioni poco conosciute ma ricche di storia e significato. Molte persone vogliono capire come certe pratiche e credenze si sono sviluppate e quale ruolo hanno avuto nelle società locali. Mi aspetto quindi un pubblico curioso e desideroso di approfondire aspetti culturali e antropologici.

Come si svolgerà la tua conferenza multimediale?

La conferenza multimediale sarà strutturata in diverse parti. Inizierò con una breve introduzione storica e culturale sullo sciamanesimo nelle regioni himalayane, accompagnata da immagini e video per contestualizzare meglio i temi. Presenterò poi alcune storie e riti tradizionali, illustrandone il significato e l’evoluzione nel tempo. Durante l’incontro mostrerò anche oggetti rituali sciamanici autentici, che i partecipanti potranno osservare da vicino per comprendere meglio la loro funzione.

Chi è Andrea Mordacci: è figlio e nipote di artisti, Enzo e Rino Mordacci, entrambi pittori e Rino soprattutto scultore; ha una formazione classica ed è laureato con lode in Archeologia e Storia dell’Arte, Lettere classiche all’Università di Pisa, avendo poi frequentato la scuola di specializzazione e molti corsi di perfezionamento. È un insegnante per gli adulti al CPIA, Scuola “A. Manzi”, dove è stato vicepreside, e ora è referente presso la Casa Circondariale di Villa Andreino. È un perito ed esperto in antichità e oggetti d’arte. È stato referente per molti progetti tra i quali “Caffè ristretti”; ha effettuato molti viaggi all’estero, specialmente in Asia, con predilezione per il Nepal, ed è tuttora amministratore del gruppo Facebook “Authentic tribal Art from Nepal”. Attualmente svolge molte attività ed è un esperto appassionato di Arte tribale, in particolare della cultura sciamanica himalayana. È uno dei pochissimi membri dell’archivio europeo delle arti himalayane con sede a Parigi.

By Paolo Luporini

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