
Dalla protostoria oscura delle tribù liguri alla razionale organizzazione romana del territorio: come il Golfo ha iniziato a prendere la forma che ancora oggi riconosciamo.
La protostoria e i Liguri: un mondo senza scrittura
Fra la preistoria, che meriterebbe un trattamento a parte, e i Romani, che arrivano nel nostro Golfo prima dell’anno 200 a.C., scorre il periodo di tempo della protostoria, altrettanto buio quanto la preistoria.
Pur venendo anch’essa prima della documentabilità storica, la protostoria è però maggiormente vicina a noi e ci ha lasciato qualche traccia in più.
La gente che viveva nel Golfo era rappresentata dai Liguri, sulle cui origini sono state avanzate varie ipotesi. Gli antichi abitanti di queste terre non erano certamente un popolo, come spesso si sente affermare, ma tribù nomadi, ognuna autonoma dall’altra, anche se analoghe sotto l’aspetto culturale, diffuse su di un territorio ben più ampio di quello rappresentato dalla Liguria, l’unica regione che ne ha ereditato il nome.
È molto probabile che i Liguri occupassero tutto il cosiddetto Nord-Ovest italiano: quindi Lombardia, Piemonte, Liguria, la parte dell’Emilia vicina al nostro Appennino e anche la Francia meridionale.
Castellari, debbio e un rapporto difficile con il mare
Queste tribù liguri erano avvezze al vivere rude, come possiamo ben immaginare anche dal loro essere nomadi, capacissime a difendersi con la tecnica della guerriglia, approfittando anche della natura del territorio che favoriva questa tattica di combattimento. Non scrivevano e hanno quindi lasciato pochissime tracce (chi non si stabilisce su di un territorio ben difficilmente tramanda segni tangibili o comunque importanti, che possano essere studiati a distanza di secoli).
Quelle poche si ritrovano nei cosiddetti “castellari”, piccoli agglomerati e recinti difensivi sulle cime dei monti, che servivano ai Liguri per difendersi quando erano attaccati. Nei reperti qui rinvenuti possiamo osservare che la loro produzione in ceramica risulta molto povera e primitiva. Praticavano il debbio, una tecnica agricola tipica delle etnie nomadi: consisteva nel bruciare una parte di bosco per ricavarne una superficie coltivabile grazie alle ceneri che contribuivano a renderla fertile. Se non che, non diversificando nel tempo le coltivazioni, poiché i Liguri non conoscevano il principio della rotazione in agricoltura, il terreno si esauriva e non produceva più. Allora la tribù abbandonava quel luogo, faticosamente lavorato fino ad allora, si trasferiva in un territorio vicino, bruciava altro bosco, quindi faceva un altro debbio, andando avanti così. Anche nella carta geografica della nostra provincia, infatti, sono diversi i luoghi che si chiamano Debbio o Debicò o nomi simili. Essendo tribù terrestri è anche da sfatare il pensiero che i Liguri avessero dimestichezza con il mare, di cui avevano anzi terrore, e d’altronde le fragili imbarcazioni dell’epoca esigevano a bordo uomini che fossero “ben navigati” per non rendere un’avventura il solo allontanarsi dalla costa.

L’arrivo dei Romani e la trasformazione del Golfo
Nella protostoria i Liguri trovano lo stesso ambiente che poi si presenterà ai Romani circa 200 anni prima di Cristo. Questi arrivano nella nostra regione (utilizzo il termine in senso lato), la colonizzano insieme a gran parte dell’allora Italia settentrionale e s’insediano a scapito dei Liguri, che cercano di difendersi, anche accanitamente, ma alla fine devono soccombere e sono sottomessi. Quelli che non accettano sono deportati nel Sannio, come si legge nella storia di Roma. Nel Golfo anche i Romani trovano un ambiente con un’insenatura piuttosto pronunciata nella zona occidentale, più o meno dove ora insiste l’Arsenale Militare, con il promontorio dei Cappuccini (o della Ferrara, toponimo d’origine ignota) sensibilmente proteso verso il mare che divide il Golfo quasi in due. Demolito negli anni Trenta del Novecento per sviluppare verso est la città, il promontorio occupava lo spazio dell’attuale piazza Europa finendo in acqua più o meno dove ora abbiamo il molo Italia.Da certi indizi di carattere storico sappiamo che la parte orientale, quella che ancora oggi chiamiamo la zona degli Stagnoni, ove sono gli svincoli dell’autostrada, era caratterizzata da una sorta di laguna e tutte le piccole colline che vediamo oggi nella zona dei Boschetti erano circondate dal mare, mentre qualcuna è sparita con la costruzione a Vallegrande della polveriera. Quindi il Golfo già allora aveva il territorio occidentale più terricolo, maggiormente vivibile e coltivabile; quello orientale più acquatico e di conseguenza meno utilizzabile.

Luni, l’agricoltura romana e i fundi del Golfo
Nel 177 a.C. arrivano i Romani e fondano sul mare, poco a Sud del fiume Magra,
la colonia di Luni, non tanto per esigenze strategico-difensive quanto per motivi economico-sociali; fra questi la soluzione di un problema, quello agrario, che a Roma stava creando notevoli tensioni, e anche – assai probabile – lo sfruttamento del pregiato marmo bianco delle vicine Apuane. Tralasciamo la digressione, che porterebbe lontano, se il portus Lunae, cioè il porto di Luni, fosse nel Golfo di Spezia o poco a Sud della foce del fiume Magra.
Dalla storia sappiamo che i Romani sono un popolo acculturato dal punto di vista amministrativo e politico, eccellente in arti, scienze e architettura, esperto in agricoltura, quindi a conoscenza della rotazione delle colture. Naturalmente non erano nomadi, ma stanziali, e l’uso del territorio cambia radicalmente quando si sovrappongono e poi si sostituiscono ai Liguri.
Ricordiamo che nell’antichità dai rilievi del Golfo, praticamente da ogni valle formata dalla piega fra due colline nella cerchia da est a ovest, scendevano una ventina circa di torrenti che solcavano la pianura e sfociavano quasi tutti in mare. Questo fa capire che la pianura del Golfo, quella che ancora oggi sta fra le colline e il mare, è di tipo alluvionale, formatasi per riempimento del mare con i detriti portati dai torrenti a scapito delle colline, dilavate dall’acqua torrentizia.
Intanto, rispetto ai secoli più lontani, la superficie alluvionale è ancora aumentata e di conseguenza le condizioni per l’agricoltura sono più favorevoli. I Romani sfruttano opportunamente le colline e la stessa pianura del Golfo, dove è facile soprattutto la coltivazione della vite e dell’olivo, parecchie loro famiglie diventano titolari di terre e gestiscono un fondo agricolo.

Il fundus romano è un’entità del tutto autosufficiente, una fattoria diremmo oggi, che poteva vivere di quanto produceva ed eventualmente commerciare i prodotti che avanzavano. Possiamo immaginare – non è però un’ipotesi campata per aria – che il territorio del Golfo fosse suddiviso in sedici fondi, ognuno dei quali era di proprietà di una famiglia romana notevole, che ha lasciato il proprio nome al luogo, il cosiddetto patronimico che ne identifica il titolare. Partendo da occidente troviamo il fondo Cignano (oggi è una località nei pressi di Panigaglia, quasi sconosciuta ai più); Varignano (questa è invece molto nota); Fezzano; Fabiano; Porzano (ha dato origine a uno dei cognomi più diffusi alla Spezia: D’Imporzano); Pegazzano; Maggiano (da cui vengono i Maggiani); Proffiano; Viano (oggi dà il nome a una via della frazione cittadina La Chiappa); Birriano; Ligurzano; Cozzano (luogo d’origine dei Cozzani); Antoniano (l’attuale Migliarina e da cui la via Antoniana di oggi); Vezzano; Valeriano e infine Muggiano.
Ogni fundus aveva una villa, che rappresentava il centro della proprietà, dove una parte serviva all’abitazione (che era sontuosa perché i Romani volevano vivere bene), un’altra parte era dedicata alla lavorazione dei prodotti agricoli del fondo. Un esempio splendido di villa romana è oggi a Varignano, sul mare, di fronte alla catena apuana, con gli imponenti resti archeologici, i più importanti dopo quelli di Luni, che sono stati riportati alla luce nelle campagne di scavo prima tra il 1964 e il 1967, poi dal 1982 al 1986.
Reperti, toponimi e una storia ancora da raccontare

Gli oltre seicento anni che separano il 177 a.C. dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente avrebbero potuto lasciarci molte altre testimonianze, oltre ai resti di questa struttura, se fosse stato sempre possibile condurre delle campagne di scavo accurate. Invece i tempi per le relative operazioni divennero molto stretti soprattutto nella fase della costruzione dell’Arsenale Militare Marittimo, dal 1861 circa al 1869, e delle abitazioni per le maestranze impegnate alla grande impresa e poi per chi lavorava con Arsenale. Fortunatamente di quei ritrovamenti venne fatto qualche verbale.
Si tenga anche presente che sono state ricche di reperti romani (tombe e utensili) le zone dell’antica chiesa di San Vito (l’attuale località di Marola) e dell’Acquasanta, ma anche quelle di piazza Chiodo e di piazza Beverini. A Muggiano, in occasione di lavori all’interno del cantiere navale, un reperto romano era stato occasionalmente trovato e gettato (purtroppo questa è la realtà quando i lavori ordinari non possono essere fermati).
Nell’area di Lerici, in via Carbognano, la strada collinare posta all’inizio della deviazione vista Golfo per Tellaro, la tipica desinenza del nome sembra anch’essa condurre, con grande probabilità, alla presenza di un fondo romano; ipotesi convalidata anche dall’emersione di numerose ceramiche durante lavori edilizi.
Una testimonianza, non secondaria, della presenza romana nel Golfo è documentata, infine, sia da una località Boron, di controversa identificazione, presente nella cosiddetta Tavola Peutingeriana, una rappresentazione delle strade dell’Impero ai tempi di Augusto, sia da alcuni toponimi riconducibili alla lingua latina che significano confine: così le località evidenti come Fossitermi e Termo, ma anche quelle, derivanti da limen (limite), come Limone e Lemmen (questa è sopra Riomaggiore). Indicativi della presenza romana nell’area, appena oltre la costa orientale del Golfo, sulla sponda ovest del Magra, anche i resti della villa romana di Bocca di Magra.
Abbiamo sopra evocato la costruzione dell’Arsenale Militare Marittimo nella pianura cittadina occidentale e allora ci sembra consequenziale invitare i Lettori di Spezia Mirror a seguire una prossima appassionante puntata. Si scoprirà che Spezia, narrata talora come un presunto piccolo borgo di pescatori, in realtà aveva da tempo le caratteristiche della città, dove nell’Ottocento si realizzò una grande opera, per molti seconda solo alla costruzione del Canale di Suez. Combinazione volle che entrambe fossero inaugurate nel 1869, a distanza di pochi mesi l’una dall’altra.
By Pier Paolo Meneghini
Si ringrazia la Direzione Regionale dei Musei della Liguria per le foto d’epoca romana gentilmente concesse all’autore del presente articolo.
La foto di copertina è stata realizzata con la A.I. su prompt autoprodotto.

