Danza, spiritualità e consapevolezza: il percorso di un gruppo guidato da Emanuela Cristofaro a Ocra – Teatro nel Bosco.
Lo scorso 3 luglio, nel suggestivo spazio di Ocra – Teatro nel Bosco di Sarzana, si è tenuta la restituzione scenica finale del laboratorio annuale di teatro-danza 2024-2025, dal titolo evocativo “SOS…pesi”.
Il percorso, condotto da Emanuela Cristofaro e Diego Garbini, ha coinvolto un gruppo affiatato di interpreti — Valentina Chippari, Roberta Bernardi, Laura Bernardi, insieme agli stessi Cristofaro e Garbini — in un lavoro corporeo e teatrale che ha preso forma e forza nel tempo, fino a tradursi in una performance intensa e profondamente vissuta.
In particolare, la direzione artistica e pedagogica di Emanuela Cristofaro — artista, ballerina, coreografa e costumista di consolidata esperienza e rara sensibilità espressiva — ha guidato il gruppo in un cammino di ascolto, liberazione e consapevolezza, culminato in una messa in scena sospesa tra gesto, parola e presenza. Ero presente insieme alla fotografa Stefania Acquaviva, come in altre occasioni è stata una piacevole ed emozionante esperienza per entrambi seguire lo svolgersi della performance e ho avuto la possibilità di realizzare la seguente intervista a Emanuela che ha svelato molto del suo essere e della sua esperienza artistica.
1. Il senso della ricerca interiore, tra danza e spiritualità
Cominciamo dall’inizio. Qual è l’intento che guida il tuo percorso?

L’intento primario della mia vita è indagare l’aspetto interiore dell’essere umano. Punto sempre a partire da una domanda essenziale: chi siamo? cosa siamo venuti a fare su questo pianeta Terra? Le risposte, ho capito, non arrivano tutte insieme, non sono definitive. Arrivano attraverso le esperienze. Non esiste una sola verità valida per tutti: esiste una verità per ognuno.
Ho passato molto tempo cercando la risposta “giusta” su come vivere al meglio, su quale potesse essere il senso dell’esistenza per tutti gli esseri umani. È una domanda personale, certo, ma anche collettiva.

La danza è sempre stata parte di questa esplorazione?
Assolutamente sì. Il mio percorso è iniziato con la danza classica, poi quella contemporanea, la danza di strada, l’improvvisazione, la contact improvisation. Ma l’incontro che mi ha cambiata davvero è stato quello con la danza Butō: una danza giapponese che lavora sul vuoto, sulle viscere, sull’essenza profonda dell’essere. Prima di questo c’era stata la danza terapia, e poi l’euritmia di Rudolf Steiner, una forma d’arte che collega l’essere umano all’universo.
Che legame c’è tra corpo, universo e spiritualità?
Il corpo riflette l’universo. Le spirali, la geometria sacra che ci circonda, sono già dentro di noi. L’essere umano è un essere di luce, non solo un meccanismo costretto a lavorare e pagare bollette. Quando un essere umano nasce, nel momento esatto della fecondazione, la scienza ha osservato una scintilla luminosa. Per me questo dice tutto: siamo scintille, ognuno di noi.
Questa consapevolezza è arrivata da una tua esperienza personale?
Sì. A un certo punto ho perso il piacere per la vita, le piccole bellezze quotidiane che i miei genitori mi avevano insegnato ad amare. La famiglia, un figlio, il lavoro: tutto ha contribuito a un senso di alienazione. Poi, grazie a terapeuti e guide, ho ritrovato me stessa. Ho capito che possiamo riaccendere quella scintilla interiore attraverso la cura di sé, attraverso la consapevolezza del respiro, che è il primo e ultimo atto della nostra vita.

E quindi la danza, in che modo torna centrale?
Attraverso il corpo. Il corpo è lo strumento per ritrovare l’intuizione, per vivere con bellezza anche le cose più semplici, come fare la fila alle poste. Bisogna cambiare l’intento con cui si vive: riconoscere che siamo immersi in una bellezza potente. Tutto questo cerco di trasmetterlo ai miei allievi. Il lavoro che faccio non si basa su forme estetiche, ma su una ricerca interiore. Durante il laboratorio, ad esempio, ho chiesto di osservare una candela per mezz’ora. Da lì è nato un testo bellissimo scritto da una ragazza.
È un lavoro quindi sul corpo, ma anche sulle emozioni.
Sì. Siamo abituati a subire le emozioni, non a riconoscerle. Non sappiamo ascoltare il corpo, la gioia o la sofferenza. Questo è il punto di partenza per ogni trasformazione. Per questo uso strumenti come le campane tibetane, il canto armonico, i suoni ancestrali: tutto serve a risvegliare la nostra luce interiore.

E la scena? Qual è il suo ruolo?
Il palco è un luogo di verità. Il movimento non deve essere imitazione: deve essere vissuto. Le emozioni che portiamo in scena devono essere reali. Per questo rispetto molto le scelte delle ragazze, anche musicali. Non scelgo mai io da sola. È il loro spazio.
Ma c’è un altro elemento essenziale: il pubblico. Noi non ci esibiamo per mostrarci, ma per creare relazione. Mettiamo in scena le nostre emozioni per risvegliare qualcosa anche negli altri. Solo così possiamo toccare un senso più profondo, collettivo. Se tutti ci sentissimo parte di un unico cuore pulsante, vivremmo nella pace. Sembra banale dirlo. Ma non lo è.
2. Un anno condiviso: la collaborazione con Diego Garbini
Quest’anno hai condiviso questo percorso con Diego Garbini. Che tipo di collaborazione è stata?
È stata una collaborazione profonda, autentica. Diego si è posto da subito con grande rispetto, mettendosi al servizio dello spirito del laboratorio. Non ha voluto imporsi con il suo ruolo, anzi ha cominciato come allievo, per entrare nel gruppo in punta di piedi. È un gesto raro, umile, che dimostra una grande attenzione e cura.
Un cammino fatto anche di scambi, dubbi, confronto.

Sì, non è stato tutto armonia zuccherosa, come si dice. Abbiamo discusso, certo. Ma ci siamo anche ascoltati molto. Ognuno ha portato le proprie forze e le proprie fragilità. Prima ancora delle ragazze, abbiamo lavorato su noi stessi. Abbiamo osservato dove ci assomigliavamo, dove ci completavamo, dove c’erano ferite.
In che modo è entrato concretamente nel lavoro?
Il suo apporto è stato come una goccia di sapienza: piccoli tocchi precisi, mai invasivi. Il gruppo era nato attorno a me, su richiesta delle ragazze che già mi conoscevano. Diego ha portato un’aggiunta preziosa, sempre rispettando questo assetto. È entrato in relazione col gruppo con delicatezza, condividendo le sue idee, il suo sentire.
Anche in scena c’è stata questa coralità?
Sì. Non abbiamo scelto un testo a tavolino. Tutto è nato dalle esperienze vissute durante l’anno. Il materiale è emerso dal lavoro personale delle ragazze, ma anche dal nostro. Abbiamo messo in scena “SOS…pesi”, quella sensazione di voler andare avanti nella vita ma di sentirsi trattenuti da qualcosa.

C’è un riferimento alle costellazioni familiari, vero?
Sì. Sto seguendo una formazione in costellazioni familiari, sistemiche e spirituali con Sonia Lunardi, e questa prospettiva ha influenzato molto il mio sguardo. L’essere umano è fatto di carne e ossa, certo, ma ha anche un campo di energia invisibile che ci circonda. In scena abbiamo portato questo: la fatica, i blocchi, ma anche la possibilità di trasformazione.
Avete scelto di essere anche voi sul palco, insieme alle ragazze. Perché?

È stato il gruppo a volerlo. Io inizialmente avevo pensato di lasciare a loro la scena, ma hanno insistito: volevano che ci fossimo anche noi. E così ognuno ha portato il proprio peso, ma anche la propria qualità, quella che scalpita per uscire, per mostrarsi.
Emanuela Cristofaro danzatrice, coereografa, insegnante è nota soprattutto per le sue performance di danza e ha recentemente incantato il pubblico spezzino con spettacoli come “Mistico di Cabaret”, “Tentazioni di esistere” Parigi è ancora Parigi e “Ali di legno” andato in scena nei locali della Fondazione Carispezia. Ha debuttato in “Le amanti di Picasso* anche come attrice nel ruolo di una delle muse del maestro del cubismo, sotto la regia di Fabrizia Fazi.
Diego Garbini laureato in Storia del Teatro e dello Spettacolo presso l’Università di Parma, ha lavorato come tecnico scenografico in numerose produzioni teatrali dirette da registi di fama come Franco Zeffirelli e direttori come Claudio Abbado. Videomaker e fondatore di una casa editrice indipendente.

