Gio 14 Mag 2026

Doppia identità, spirito critico e passione per il Medioevo: il giornalista torna alla Spezia con il libro Medi@evo

Marco Brando – nato a Genova nel 1958 ma cresciuto alla Spezia fin da piccolissimo – torna nella sua città, ospite del Lions International-La Spezia degli Ulivi e della Società Storica Spezzina. Insieme, promuovono la presentazione del suo ultimo libro – Medi@evo. L’Età di mezzo nei media Italiani (Salerno Editrice, Roma, 2024). Si svolgerà sabato 10 maggio, alle ore 17:00, nella Mediateca Regionale Ligure “Sergio Fregoso”, ex cinema Odeon, in via Firenze 37. Dopo i saluti da parte di Marzia Michelotti, presidente del Lions, e l’introduzione di Pia Spagiari, storica dell’arte, Brando dialogherà con Enrica Salvatori, medievista all’Università di Pisa e presidente della Società Storica Spezzina.

Marco, un po’ di storia personale: figlio di Pietro e Lea Castellini, nato a Genova nel 1958, quasi subito dopo divenuto spezzino, consegui la maturità nel 1976 nel nostro Liceo classico “Lorenzo Costa”, dopo ti trasferisci all’Università di Pavia iscrivendoti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, per poi passare a Scienze politiche. Fai il giornalista da quando, nel 1982, hai iniziato come corrispondente da Pavia del quotidiano l’Unità. Vivi da molti anni a Milano. Sono due le apparenti contraddizioni che ti distinguono: una consiste nel fatto che ti definisci uno spezzino/milanese. Come si spiega?

Beh, sono uno dei tantissimi milanesi che non sono nati a Milano e non hanno genitori e nonni con radici in città o nei dintorni. Qui da un secolo a questa parte arriva gente da tutta Italia e, negli ultimi decenni, da tutto il mondo. È un crogiolo – per dirla in italinglese, un melting pot – che frulla culture, religioni, tradizioni ed etnie; ne risulta un’identità condivisa in cui ognuno si definisce milanese con l’aggiunta delle sue radici. Così a chi mi chiede “Di dove sei?” rispondo dicendo di essere uno spezzino/milanese.

Perché ci tieni a definirti ancora spezzino? In fondo, non vivi più stabilmente qui da quasi 50 anni…

Perché Spezia (ovviamente non uso l’articolo La…) è stata la culla della mia infanzia e della mia adolescenza, finché l’ho lasciata a 18 anni, nel 1976, dopo aver finito il Classico al Costa, per andare a fare l’università a Pavia. Insomma, mi sento ancora spezzino, in particolare del quartiere di Migliarina. Mi manca ancora il mio mare e ogni tanto dico ancora belìn. Però mi manca anche Milano quando sono lontano. Comunque, riassumendo, ho vissuto 1 anno a Genova, 17 a Spezia, 18 a Pavia con intermezzo di 2 anni a Roma, 31 a Milano con intermezzo di 7 anni a Bari. E poco meno di dieci anni fa a Milano è nato il mio bimbo, Pietro, da mamma nata in città. Belìn, sono andato per le lunghe… Ti risparmio le radici della mia famiglia, visto che ho nonni nati a Bolano, Chioggia e Napoli. Se vuoi, possiamo arrivare alla seconda contraddizione che mi attribuisci. Qual è?

 Ti definisci un giornalista che scrive di storia. Non ti qualifichi come storico. Perché?

Perché – al di là dei miei interessi e della mia eclettica formazione universitaria – non sono uno storico di professione. Però mi occupo di storia dal punto di vista del giornalismo. Mi spiego: nella vita, sul fronte giornalistico, mi sono occupato di qualsiasi tema (dalla cronaca nera alla giudiziaria, dalle pagine culturali a quelle sportive, persino di cronaca rosa) in vari tipi di organi d’informazione. Da quasi vent’anni a questa parte, collateralmente, mi occupo anche di storia, grazie all’incoraggiamento ricevuto da parte di un grande medievista barese e grande amico, Raffaele Licinio, scomparso nel 2018. Però non scrivo libri dedicati a eventi storici, come fanno alcuni miei colleghi. Mi dedico invece al modo in cui i mass media professionali e amatoriali (quindi anche il web e i social) usano la storia, e spesso ne abusano, nella loro narrazione quotidiana.

In quale modo lo fai?

Lo faccio ad ampio spettro, ma in particolare mi concentro sull’utilizzo, più o meno sbagliato, del Medioevo da parte di giornalisti, comunicatori vari, utenti del social. Questo approccio rientra nel campo di ricerca della medievistica che da alcuni anni anche in Italia viene definito medievalismo, cioè lo studio della percezione del Medioevo dopo il Medioevo, soprattutto in epoca contemporanea. A questo punto di vista è dedicato anche il mio ultimo libro, Medi@evo, nel cui titolo non a caso c’è la chiocciola che tutti associamo alle e-mail e ad Internet. Lo studio del rapporto tra mass media, cultura di massa ed epoca medievale mi ha consentito di essere accolto in alcune società scientifiche di cui fanno parte soprattutto accademici, anche se io non insegno (se non occasionalmente) negli atenei: la Società italiana per la Storia medievale, quella di Didattica della Storia e l’Associazione italiana di Public History. Di questi tempi oggi – libri a parte – scrivo soprattutto per Treccani.

Inizi l’attività giornalistica come corrispondente dell’Unità da Pavia. Vuoi parlarci di quel periodo?

All’inizio degli anni Ottanta – in attesa di un lavoro stabile – cercavo sistemi per arrotondare, perché non volevo pesare sull’economia della mia famiglia. Facevo politica in università, come si usava a quei tempi, ed ero stato segretario del Circolo universitario della FGCI. Cosicché nel marzo del 1982, quando avevo 24 anni, la Federazione pavese del PCI mi offrì di fare – con un piccolo compenso – il corrispondente dell’Unità da Pavia, quando il quotidiano del PCI era ancora un grande e diffuso giornale. Accettai la proposta, perché mi sembrava più divertente e meno faticosa rispetto ad altre attività occasionali, come spalare la neve d’inverno (all’epoca nevicava molto), raccogliere l’uva in autunno nell’Oltrepò pavese o vendere libri porta a porta. Insomma, ho iniziato quasi per caso, poi ci ho preso gusto.

In una foto che risale ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”, che hai seguito per l’Unità (vedi foto di copertina), ti vediamo nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano mentre sorridi all’allora pm Antonio Di Pietro, scortato da un uomo armato di mitraglietta. Cosa puoi dirci di quei tempi?

 A Milano già dalla fine del 1990 ero il cronista giudiziario dell’Unità. A febbraio del 1992 esplose l’inchiesta Mani Pulite, con tutti i suoi pregi e difetti. Di certo, è stata l’esperienza professionale più importante dalla mia vita. Conoscevo Di Pietro già da prima dell’avvio dell’indagine. In quella foto, che risale all’autunno del 1992, eravamo già nel pieno di quel cataclisma giudiziario. Il pm che lo aveva innescato girava già con la scorta, perché aveva ricevuto minacce. Noi cronisti finivamo spesso nelle immagini mandate in onda dai vari telegiornali o nelle foto pubblicate sui quotidiani. Insomma, conservo tanti ricordi.

Uno, in particolare, puoi citarlo?

Questa foto mi fa venire in mente, tra l’altro, un ricordo dolce, legato alla mia famiglia. Ricordo che la mia zia materna, Luisa Castellini, sorella di mia madre (e praticamente un’altra mamma, dopo che mamma Lea se n’era andata nel 1976), ai tempi nota professoressa a Spezia, si mostrava orgogliosa di me, sebbene me lo facesse capire con la sua tipica dolce pacatezza senza fronzoli. Però, quando vedeva immagini milanesi con Di Pietro e compagnia – e non mi individuava nei dintorni – di solito mi telefonava (avevo uno dei primi monumentali cellulari aziendali) per dirmi: “Marchino, per caso non stai bene? Oggi non ti ho visto in televisione… “. In altre occasioni, se mi individuava all’opera in situazioni in cui qualcuno sfoderava pistole e mitragliette (come in questa foto scattata nell’autunno del 1992), mi chiamava per suggerirmi: ”Lo so che devi seguirli, ma non potresti stare un po’ più lontano?”

Torniamo al tuo legame con Spezia. Ci sei tornato spesso, dal 1976 in poi?

Fino al 2016 ci sono tornato solo per venire a trovare mia sorella Maurizia, i miei nipoti Davide e Claudio, mio padre Pietro, la nonna Ida, la zia Luisa, i miei cugini. Spesso, ma non in vacanza. Ho, per certi versi, riscoperto Spezia e i suoi dintorni dal 2005 in poi – prima venendo a trovare mia moglie Sara, allora mia fidanzata, che è milanese ma aveva una casa di famiglia a Manarola; poi, soprattutto, sono tornato dal 2016 in poi in estate, quando San Terenzo è diventata la località di mare preferita da mio figlio Pietro, nato il 29 gennaio di quell’anno. Un posto della mia infanzia divenuto un luogo della sua. Dimenticavo: nel 2008 io ed ex compagni e compagne del liceo abbiamo cominciato a rivederci quasi ogni anno.

Chi sono i due giovani nella foto scattata ai Giardini di Spezia alla fine degli anni Trenta, prima della II Guerra Mondiale?

Sono i gemelli Pietro (mio papà) e Paolo Brando. Entrambi, catturati dai nazifascisti dopo l’8 settembre 1943, sono stati tra gli IMI, gli Internati Militari Italiani, cioè gli oltre 650.000 soldati che rifiutarono di combattere a fianco del Reich nazista e della Repubblica sociale mussoliniana. Pagarono questa obiezione di coscienza di massa finendo nei campi di concentramento tedeschi, costretti al lavoro coatto. Oltre 50.000 di loro morirono, assassinati o uccisi da freddo, fame e malattie. Pietro e Paolo tornarono dopo la fine della guerra malconci, magrissimi ma vivi, dopo aver trascorso l’internamento nello stesso lager, vicino a Erfurt, in Turingia. Da febbraio 2024 io e Luciano Belli Paci, figlio di Liliana Segre e di un IMI, abbiamo rilanciato a Milano l’ANEI (Associazione nazionale ex internati militari nei lager nazisti), fondata dai reduci nel 1945. Il suo motto è più che mai attuale: “Mai più reticolati nel mondo”.

Saluto in te un “cuore in fiamme*”, e sarò felice di incontrarti nuovamente, è sempre un piacere ascoltarti. E qui ti faccio un complimento: hai l’umorismo tipico spezzino coniugato con l’accento ormai milanese. Ti senti di appartenere a un luogo?

Guarda che, quando resto a Spezia per un po’, un po’ di accento mi torna! Comunque, di questi tempi mi sento contemporaneamente – oltre che spezzino/milanese – europeo e italiano; ovviamente come cittadino del mondo, non come fan del nazionalismo e del sovranismo. I miei luoghi del cuore – quelli in cui sento di avere radici, cui mi sento di appartenere e con i quali ho un rapporto affettivo molto forte – sono, a pari merito, Spezia, Pavia e Milano, seguiti da Genova e Bari. Certo, questo è uno dei modi in cui si può definire la mia identità. L’importante è usare l’identità come elemento di auto-consapevolezza e di maturità, non come una mazza da usare contro gli altri. Senza miti contrapposti a miti, identità schierate contro identità, un uso superficiale della storia e persino una sua manipolazione spregiudicata. E qui torniamo al tema cui è dedicato il libro che sto per presentare a Spezia. Vi aspetto!

*(Tempi dei cuori che s’infiammano. Attorno a famose foto degli anni ’70 si è formato un collettivo per raccontare le storie di molti che ai Tempi dei cuori che s’infiammano scelsero l’impegno. Anche ora sono tempi di fuoco e servono quelle storie per infiammarli perché l’incendio dei cuori divampi.)

By Paolo Luporini

P.L. many years ago!

Chi è Paolo Luporini? “Sono figlio di un geometra dell’ENPAS e di una maestra elementare. Mio padre, sfollato da Viareggio durante la guerra, e mia madre, villeggiante lombarda, si sposarono e si stabilirono alla Spezia. Ho vissuto tra i cortili dell’Umbertino, l’oratorio salesiano di via Roma e gli scout, dove mi sono formato nello spirito critico e nel servizio agli altri. Mi sono impegnato in politica, per poi lasciarla molto presto dopo l’assassinio di Moro. Ho lavorato come operaio e impiegato fino alla pensione, e da allora mi sono dedicato alla fotografia, al disegno e soprattutto alla scrittura. Sono al mio secondo matrimonio, con mia moglie Joanni da cui ho avuto un figlio che ora ha 23 anni.

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