Gio 22 Gen 2026
Un’intervista tra scena, corpo e identità: la vita teatrale e personale di Susanna Sturlese.
Tra gli spezzini è diffusa l’abitudine di sminuire, definendo provinciale la città con i suoi abitanti, assonnati nel produrre arte e scarsi nel promuovere cultura. Ciò non risponde al vero e, se dovessimo selezionare un elenco di spezzini illustri, riempiremmo pagine di nomi risalenti ai secoli scorsi. Pure gli ultimi decenni non tacciono figure di rilievo in letteratura e teatro, pittura e scultura, musica, danza, canto, cinema e fotografia, senza tralasciare i campi delle scienze, dell’artigianato, dell’imprenditoria, dell’ambiente e del turismo.
Tra le donne note alla Spezia, provincia e oltre, presentiamo l’attrice Susanna Sturlese, con radici legate a gioiosi ricordi d’infanzia nello storico quartiere umbertino, dove ancora oggi risiede. Formatasi al Liceo Classico Lorenzo Costa, iscritta a Scienze Politiche, è professionista di lungo corso nel settore assicurativo.
All’età di trentacinque anni ascolta il richiamo di Melpoméne e di Talía e sale sul palcoscenico. Una passione così travolgente non si manifesta per caso e, di certo, matura da un processo di gestazione che esplode a completamento o a compensazione del primo lavoro svolto. Concorrono a formare e affinare l’artista preparazione, approfondimenti, riletture scelte di opere analizzate con occhio più attento e critico, la frequentazione assidua di teatri e sale cinematografiche, di stage e laboratori, il faticoso e costante esercizio, l’ala protettiva di valenti Maestri quali Roberto Di Maio, Fabrizia Fazi, Mauro Monni.
In questi giorni le abbiamo “strappato” un’intervista rivelatrice, poiché dialogando abbiamo scoperto l’umiltà di una Donna che non cede a facili lusinghe e, da attrice amatoriale, s’inchina ai leoni e alle leonesse plasmati dalle Accademie. Tuttavia, anche per lei, calcare il proscenio di un teatro è un fuoco sacro sempre acceso che la sottopone all’ascolto di platee esigenti e ne decreta il successo.
Dal connubio di studio e istinto s’impone la volontà insopprimibile di calarsi in un ruolo preciso, insufflando lo spirito a profili umani travolti, spesso, dal dramma e dal dolore. Susanna è capace di svestirsi della propria anima per assumerne un’altra che arriva furtiva, nel buio, fra le poltrone e, con forza epifanica, parla ai presenti. Immergersi nelle peculiarità dell’animo umano è arte che alcuni possiedono per distribuirla ai molti, anche ai poveri di spirito, che si arricchiscono e, incantati, ne fruiscono a piene mani. Tale è la foggia, tale il vigore dei suoi impegnati monologhi.

Arti quali letteratura, teatro, cinema, danza possono diventare antidoto contro il disagio esistenziale e la solitudine, rendendo più umana la società?
Credo, e forse ho sempre creduto, che lo studio delle arti, così come tu le annoveri, sia l’unica strada per rendere più umana questa società. E lo affermo perché, ogni volta che mi è capitato di incontrare una persona che mi veniva voglia di definire umana, magari poi la scoprivo un raffinato musicista o una danzatrice che aveva sacrificato la sua giovinezza nello studio di quell’arte. Talvolta dietro persone in apparenza comuni c’erano un fumettista, uno scultore, un attore. La passione e la pratica delle arti, in qualunque forma e con la massima libertà che ci è concessa, inevitabilmente affinano l’animo nostro e lo rendono più umano.
Preferisco di gran lunga chi ha sempre il naso infilato in un libro a chi ha il viso schiacciato sullo schermo, se proprio di alienazione dalla realtà vogliamo parlare.
Suppongo che nei tuoi ambiti di lavoro e nel privato i rapporti non siano sempre collaborativi, sereni e trasparenti.
Condividi l’affermazione del filosofo Democrito: “l’amicizia di una persona intelligente vale più di quella di tutti gli altri messi insieme” o preferisci mediare?

Forse da più giovane ti avrei risposto di essere d’accordo con Democrito (ride). Sono sempre stata una persona poco indulgente nelle relazioni interpersonali di qualunque genere e decisamente selettiva. Con il tempo ho però imparato a essere meno dura con me stessa e quindi anche con gli altri; resto una persona selettiva che preferisce l’amicizia di pochi alla simpatia di molti. Però ho anche imparato, e questo mi viene riconosciuto, a mediare e soprattutto conosco quando è il momento giusto di applicare la difficilissima, oggi, arte dell’ascolto. Nella vita di tutti i giorni, nei rapporti personali e professionali, per dirla alla Lambiana maniera, “i presenti rendono cari gli assenti”. Ascoltiamo chi abbiamo intorno, chi ha scelto di essere alla nostra portata, chi ha qualcosa da dirci. Chi ci è sempre vicino, forse, non è così distante dai nostri desideri di una realtà da sogno.
Tu sei capace di far piangere, ridere, gestire l’improvvisazione. Con quali strumenti e tecniche affronti copioni così differenti?
Di getto ti risponderei: totale incoscienza e assoluta noncuranza del giudizio altrui (ride). In realtà, pur considerando quanto appena detto come ancora facente parte della mia azione di attrice, ho imparato in questi anni che bisogna creare in sé stessi una commozione tale che al pubblico possa arrivare, ma bisogna anche non farla scaturire e controllarla,  far sì che sia il pubblico a terminare l’azione, a piangere pure le tue lacrime. Penso che lo stesso principio si applichi alla risata: stare nel comico fino ad avere voglia di ridere anche sonoramente di sé stessi, ma non farlo e permettere che la risata salga alta dalla platea, con dentro la tua. L’improvvisazione è una tecnica ben approfondita, ma in generale un attore è  sempre pronto a improvvisare, fa parte della disciplina della messa in scena; credo che ogni attore la applichi, perché può sempre accadere che ci si dimentichi una battuta o la dimentichi il tuo compagno di palco. Ciò che ti ho detto fin qui è solo un piccolo esempio delle tecniche che si possono imparare, delle esperienze che si possono fare, delle sicurezze e delle insicurezze che sempre ti porti dietro e che, a ogni spettacolo, ti presentano il conto. C’è sempre da imparare, io ho ancora molto da imparare: penso che sia questa la chiave della mia disciplina.
Se  fosse possibile avere accanto, in scena, un’attrice famosa del passato o del presente, quale sentiresti più vicina al tuo temperamento artistico?
Ah, che bella domanda! Senti qui cosa ti confesso, Marisa: Alida Valli. (pausa) Sono perfettamente consapevole che, facendo risuonare il suo nome tra le righe di questa nostra chiacchierata, ammanterò tutto di una certa naftalina (ride), però durante questi miei undici anni di esperienza attoriale mi è capitato di mettermi a studiare, di riguardare vecchi film, rileggere testi teatrali e libri sulla storia del cinema o del teatro e in questa mia ricerca, nella lontananza dei ricordi affondati forse anche nell’infanzia, ritornava l’immagine di questa bella e brava attrice che io, però, non sapevo nemmeno chi fosse. Probabilmente era passata nelle tv in bianco e nero dei miei nonni o era rimasta accesa in una stanza della casa, senza che nessuno la stesse realmente guardando e per questo mi tornava alla mente. Così ho rivisto Senso, Suspiria, Novecento; ho rivisto quei “film che parlavano al nostro cuore” che le aveva affidato Mario Mattoli.
Mi sono interessata alla vita dell’attrice italiana che Giuseppe Bertolucci ha definito  “la mamma di tutte le attrici”, che ho scoperto essere una lavoratrice dello spettacolo che spesso ha contestato i suoi produttori. È riuscita a rimanere nel cuore del pubblico, anche dopo la fine del ventennio e quindi anche dopo aver esaurito un certo modo di essere attrice rispondente a tutte le censure del regime. Alida Valli scriveva molto, lavorava tanto e aveva un grande bisogno di vivere rapporti umani affettuosi e amorevoli. Era una diva e non lo sapeva o forse se n’è accorta da molto anziana, quando perfino la Redgrave si incantava al suono del suo nome. Era un’esule istriana che, con rammarico, non ha mai accettato di tornare nella sua terra natìa, però ha saputo avere cura della propria vita, della propria carriera e della propria anima. Era un’attrice straordinariamente versatile, glaciale ne “Il terzo uomo”, formidabile ed esemplare in “Edipo re”. Se  vivesse oggi forse apparterrebbe allo star system internazionale. Ha sempre fatto scelte molto ponderate e mi piace pensare che, se oggi fosse ancora l’attrice che è stata, avrebbe certamente da dire la sua sul trattamento riservato alle donne nel mondo dello spettacolo. Tornando con un salto temporale grandissimo alle attrici di oggi, dopo questa confessione che ti ho fatto a cuore aperto su Alida Valli, ti indico la Smutniak, che posso seguire anche attraverso i social network nei suoi viaggi per il mondo, laddove ci sia sofferenza non solo dell’umanità, ma del nostro stesso pianeta. È un’artista molto attenta a ciò che le accade intorno, non si accontenta di quanto le viene raccontato, va lei stessa a vedere cosa c’è nei luoghi di dolore e ha un modo di essere che trovo decisamente coraggioso. Se si fossero conosciute credo che sarebbero andate molto d’accordo.
Nel 1933 Marlène Dietrich, arrestata dalla polizia poiché osò indossare i pantaloni, così commentava: “Sono scivolata su un tweed e una cravatta”. Oggi in teatro si può compiere un atto sovversivo?
Credo di si. Penso, però, che ciò che ha fatto l’incommensurabile Marlène oggi non sia replicabile. Nel secolo breve la rivoluzione femminile ha tenuto banco e molto è stato fatto a sostegno del nostro genere, quindi credo che non ci sia più molto da fare: la scena ha visto attrici rasate, persone urlanti, proteste, eccessi; la fotografia ci ha insegnato ad accettare corpi deturpati dalle cicatrici che hanno vinto sulla malattia e che ora si possono mostrare, il buon senso generale ha insegnato a tutti noi che ci possono essere artisti eccellenti in corpi deformi. Marlène Dietrich non ha avuto il tempo di vedere tutto questo, ma ha combattuto convintamente, nonostante le conseguenze. Trovo sovversivo oggi fare bene il proprio mestiere, tenendo  presente tutto ciò che ti ho scritto fin qui: essere Marlène Dietrich, essere Michela Murgia, essere Emma Dante. Essere loro, nel senso di ricordarci e sapere cosa ci hanno voluto lasciare o cosa ci stanno lasciando. Emma Dante ad esempio ci consiglia: “bisogna fare teatro nell’entroterra del proprio io, gridare forte la propria voce dal basso, da uno scantinato, da un vicolo buio… farlo con tutta la forza di cui si è capaci”. Ti confesso però di nutrire una grande preoccupazione: in questi anni Duemila restiamo un bersaglio facile, nonostante la nostra scolarizzazione si sia in media decisamente elevata e nonostante la consapevolezza degli ostacoli da superare rimanga, spero, in tutte noi molto forte. Mi piacerebbe capire se sia davvero rinnovabile il tempo della sovversione. Forse ci vorrebbe una nuova Dietrich.

Càlati ora in questi tre momenti temporali: nel passato trovi l’esperienza e l’apprendimento, nel presente l’impegno civile e umano, nel futuro il dubbio e l’attesa. Che cosa ti entusiasma e che cosa temi?
Del passato mi ha entusiasmato tutta la fase in cui ho scoperto una disciplina che non mi aveva mai toccata in alcun modo in qualità di “attrice”, cioè essere colei che compie l’azione drammaturgica. Del presente mi consola il fatto di aver trovato una modalità espressiva che più volte mi ha permesso di dire come la pensavo e il fatto di aver trovato testi nei quali ho avvertito il grande privilegio dell’interpretazione. Del presente temo il fatto di essere un po’ strutturata, tanto che comincio a scegliere, a dire di no, a rifiutare testi. Forse sto perdendo proprio l’entusiasmo di cui parli nella tua domanda, perchè ho perduto – ahimé – l’innocenza (ride). Del futuro mi spaventa tutto… la vita mi ha insegnato che non sono una persona coraggiosa, ma una che ce la fa e cade in piedi. Però temo il giorno in cui mi sembrerà di non avere più niente da comunicare; non significherà per me avere uno o mille spettatori, ma non ritrovare il senso a ciò che voglio dire. Temo quel giorno perché, se arrivasse, non avrebbe alcuno scopo fare l’attrice. Spero che non arrivi e vado avanti con l’animo pieno di fantasia e di spinta creativa, ma lo temo. D’altro canto ho imparato in quasi quarantasei anni a conoscermi, mi basta leggere un copione ben scritto per andare avanti. Coerente ma femmina, sempre pronta a mettere il nuovo progetto a fuoco.
L’attore Umberto Orsini sostiene che per l’artista il teatro oggi può essere una noia e anche un pericolo, perché il pubblico facilmente applaude e mai fischia, quindi bisogna essere accorti a individuare argomento e copione. Tu che cosa scegli?
 L’argomento, io scelgo l’argomento! Ho letto queste dichiarazioni di Orsini, attore così importante per la nostra tradizione, che è doveroso tenere conto del suo eccellente punto di vista. Io però non vivo di teatro, vivo con il teatro, il teatro – credo ormai si sappia – è arrivato nella mia vita quando già avevo trentacinque anni. Posso anche scegliere di non trattare un argomento se non mi piace, di non fare un lavoro se lo trovo scadente, di non accontentare un pubblico se non lo trovo preparato. Io stessa mi faccio pubblico e mi preparo, mi informo sulla regia, sulle scelte della scenografia, sui curricula degli attori, come se andassi a vedere un’opera lirica e a casa leggessi il libretto. Brecht diceva che se si vuole andare in un posto dove si debba capire tutto, non si deve andare a teatro, si deve andare al bagno. Mi preparo come spettatore e voglio essere sorpresa, affascinata, coinvolta. Mi preparo come attrice e non pretendo di essere apprezzata se non sono brava, ma pretendo quantomeno di essere vista e ascoltata anche se taccio.
A proposito di donne e del sentimento che tutte vorrebbero abbracciare, una “famosa” scriveva: “L’amore non si misura nel momento in cui si fa l’amore, ma dopo, quando rivorresti la tua solitudine e per amore accetti di non essere solo”.
Che tipo di donna è questa e qual è il tuo pensiero?
È una donna onesta. È una donna onesta come sono io, io sono una donna, una persona molto onesta. Oriana Fallaci, che tu citi in questa domanda, colpendomi al cuore, perchè “Un Uomo” è uno dei romanzi che ho preferito nella mia giovinezza e peraltro ritrovo spesso nel lavoro monologale contro il femminicidio, quando ho la possibilità di portarlo al pubblico. Era una mirabile scrittrice che, molto onestamente e con grande libertà, ha lanciato messaggi fortissimi alla coscienza delle donne e a tutto l’Occidente. Credo sia stato questo il motivo che l’ha resa così interessante anche  alla mia generazione; senza alcuna paura lei ci metteva in guardia sulla pericolosità dell’imminente “Eurabia” e le sue ipotetiche drammatiche conseguenze. “Nemo propheta acceptus est in patria sua”. Io votavo la Bonino e leggevo la Fallaci. Ti sarà semplice quindi, intuitiva e onesta come ti ho conosciuta, capire sino in fondo cosa ti voglio dire. Ritengo che oggi l’unica strada per una donna sia quella dell’onestà intellettuale; abbiamo tutti gli strumenti a disposizione, dobbiamo solo prendere il coraggio, che diventerà abitudine, di usarli; essere oneste soprattutto con noi stesse, senza cercare alibi a comportamenti che vengono facilmente demonizzati soltanto perché messi in atto da noi che siamo donne. L’angelo del focolare l’abbiamo ucciso parecchio tempo fa ed è stata legittima difesa, per dirla alla Virginia Woolf. Dobbiamo saperci guardare trovando tutti i difetti e le rughe di cui parla la Magnani, costate fatica, così come i capelli bianchi, le rotondità, il riflesso nello specchio con cui dobbiamo fare pace, perché in realtà è una delle cose più belle che possediamo. Questi cambiamenti, che spesso piacciono all’uomo che amiamo, non piacciono a noi, tanto innamorate da stravolgerci e perdere la sensualità di un attimo che ci potrebbe vedere oggetto di un desiderio più grande di ogni nostro più raffinato ragionamento. Lì dovremmo lasciarci vincere, onestamente. La femminilità in ogni suo aspetto è per noi un patrimonio grandioso; ci è stato chiesto nei secoli di diventare un quarto di noi, un decimo di noi. Il patriarcato esiste, è quello che ha sempre fatto giocare solo una parte di noi, tenendo in panchina tutto ciò che di noi non conveniva. Eh no, questo è un altro gioco, oggi le regole devono per forza cambiare e i nostri avversari, perchè di avversità si tratta, non possono essere altre donne e quindi chi rimane, Marisa? Rimangono le donne che vogliono fare gli uomini e gli uomini che vogliono tenere in panchina le donne. Come possiamo vincere anche contro noi stesse, uscendo dal recinto in cui spesso ci siamo chiuse da sole, seguendo le regole del patriarcato? Solo con onestà, Marisa. Siamo donne libere e per tutti i motivi di cui sopra, forse, in questi ultimi anni non lo siamo mai state così poco, al di là dei messaggi continui, lancinanti, dolorosi che ci vengono lanciati, dobbiamo mettere in campo sempre l’impegno, la gioia, il desiderio nella battaglia contro l’ingiustizia, contro le regole del gioco. 

La tua composita attività, ramo assicurativo e attoriale, quali difficoltà e  gratificazioni ti offre? Si può trovare un filo che colleghi i tuoi due impegni così diversi?
La mia professione di agente di assicurazioni e il mio ruolo di attrice “a mezzo servizio” all’inizio mi sono apparsi inconciliabili. È pur vero che ero una giovane “agentessa” (ride) e un’attrice di poca esperienza. Con il tempo ho imparato, invece, che l’una compenetra molto facilmente l’altra, più per pigrizia che per vera etica non riesco a essere due persone diverse. Quando ho a che fare con i miei clienti, sono chiamata a un’alta professionalità e a un esercizio costante di consulenza che passa attraverso l’ascolto e la rielaborazione di argomenti talvolta delicati, pericolosi, scomodi. Nella mia professione c’è grande spazio non solo per l’umanità, intesa come stato dell’animo, ma anche come rapporti personali. Rapporti che devono viaggiare su basi solide e scambi coerenti. Cosa c’è di tanto diverso nel mio animo quando mi diverto a fare l’attrice, che talvolta manco mi diverto (ride)?
C’è spazio per sofferenze che da personali diventano universali, per situazioni paradossali che, anziché andare ad alimentare la statistica, diventano l’argomento di una commedia, per strategie di comunicazione che, anziché essere funzionali al buon esito di una trattativa, sono semplicemente quello che sono: un metodo per farsi capire. Spesso il pubblico travisa i concetti di affare e finzione e li distorce in senso deteriore; è un problema suo, non mio. Come per pigrizia non posso essere due diverse persone, allo stesso modo per pigrizia faccio fatica a non essere fedele a me stessa. Io non fingo, recito. Io non lucro su un affare, ma perseguo con studio costante e grande passione il mio lavoro, senza dimenticare che ha un ruolo sociale molto rilevante. Penso di averti risposto, Marisa, che ne pensi (ride)? 

Si dice che molte donne amano i diamanti, in realtà parecchie racchiudono in sé facce di diamante, troppi uomini non se ne accorgono.
Pensiamo che parlare con Susanna Sturlese è aprire, come fossimo bambini, una matrioska.

Intervista by Marisa Vigo

Susanna Sturlese, spezzina, è una donna divisa tra 2 realtà apparentemente distanti tra loro: il teatro e l’attività assicurativa. Debutta in scena nel 2014 con I Fantasmi, ispirato a Pirandello, sotto la regia di Roberto Di Maio. Da quel momento, il palcoscenico diventa la sua passione che coltiva con un susseguirsi di rappresentazioni con vari registi ma anche con lo studio accurato e la frequente di vari corsi specialistici. Interprete di ruoli intensi e profondi, Susanna dà voce a donne complesse e spesso dimenticate: da Virginia Cacioppo alla tragica Ecuba, passando per Sarah Bernhardt e Gabriella Ferri. Si distingue come monologhista con Il nome potete metterlo voi, in tournée in tutta Italia per sensibilizzare contro la violenza di genere. Il suo teatro è anche memoria civile: affronta storie vere, come nel dramma Il processo della vergogna o Quella B rovesciata, sull’orchestra femminile di Auschwitz. Alterna  la comicità alla riflessione, sempre guidata da un profondo rispetto per la parola e per chi la ascolta. Nel 2022 riceve il premio L’arte di comunicare l’arte, riconoscimento al suo talento sensibile e alla sua costante crescita personale. Parallelamente, è professionista nel settore assicurativo, iscritta all’albo degli intermediari, dove applica la stessa cura, empatia e dedizione che porta in scena. 

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Spezia Mirror

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