Trentadue “appunti visivi” scattati con lo smartphone per riscoprire la città oltre l’abitudine. Il fotografo e manager editoriale Roberto Besana ci racconta come nasce la sua esposizione al Sunspace e perché gli spezzini dovrebbero imparare a rallentare.
C’è un filo invisibile ma robustissimo che lega le visioni utopiche dello spettacolo “una storia a lieto fine” di Roberto Alinghieri alla mostra fotografica ospitata al Sunspace di Via Sapri 68. Perché se il teatro ci costringe a immaginare la Spezia del 2050, l’arte visiva ci obbliga a fare una cosa ancora più difficile: guardare davvero la Spezia di oggi.
L’esposizione si intitola “32 punti visivi a spasso con il cane e lo smartphone”. L’autore è Roberto Besana: un passato da manager editoriale di altissimo livello (è stato Direttore della Casa Editrice De Agostini) e un presente da spezzino d’adozione, docente, curatore e fotografo ambientale con all’attivo innumerevoli mostre e volumi, non ultimo quello dedicato proprio ai 100 anni del Palio del Golfo nel 2025 nonchè socio onorario del Gruppo Fotografico Obiettivo Spezia.
Il suo approccio in questa mostra è un libero, intimo adattamento di una storica intuizione del musicista Claudio Rocchi: “Cerco il futuro che avrà dentro quello che faccio… sbaglio da sempre vivendo un continuo cercare”. Abbiamo incontrato Besana al Sunspace, davanti ai suoi scatti, per farci spiegare come tre ingredienti apparentemente banali – un uomo, un cane e un iPhone – possano curare la cecità da abitudine degli spezzini.
L’intervista: catturare il futuro con un iPhone
Roberto, partiamo dall’origine. Come nasce l’idea di questa mostra e cosa c’entra con il “laboratorio di futuro” di Tabula Rasa?
Nasce da una provocazione di Roberto Alinghieri, che mi ha chiesto: “Come può la fotografia raccontare il futuro?”. Ci ho riflettuto mentre camminavo per la città. Il presente, in fotografia, è un istante infinitesimale: un secondo dopo lo scatto è già passato, un secondo prima è futuro. Così ho deciso di raccogliere una serie di immagini che contenessero contemporaneamente questi tre tempi. Ho usato una frase di Claudio Rocchi che mi dà molta forza: “Faccio le cose che cerco perché non le ho”. Il mio guardare la città è una ricerca continua per capire come posso aiutare il futuro mio, degli altri e della società attraverso l’immagine.

Molti visitatori spezzini si fermano davanti alle tue foto e dicono: “Ma io questo posto lo conosco!”, accorgendosi però di non averlo mai guardato davvero. Perché ci succede?
Perché siamo vittime dell’abitudine e della fretta. La costanza del vedere trasforma i luoghi in una “norma” invisibile, qualcosa che non attira più la nostra attenzione. In questa mostra invito le persone a staccarsi dalla fretta, a fare una passeggiata e a fermarsi. Per fare una foto io ci metto tempo; il mio cane ormai lo sa, appena mi fermo si siede e aspetta, perché sa che non ho fretta. Bisogna imparare a rallentare.
Tu nasci a Monza e oggi vivi qui. Quanto ti avvantaggia non essere spezzino di nascita nell’individuare questi angoli particolari della città?
Mi avvantaggia enormemente. Non è tanto una questione di provenienza, quanto di curiosità. Per voi spezzini certi scorci sono la normalità assoluta, non ci fate più caso. Io, da non spezzino, guardo quella stessa normalità con occhi vergini e vi trovo messaggi, informazioni e bellezze nascoste che l’abitudine vi ha tolto.
Nelle tue foto c’è un rigore quasi geometrico, eppure ti definisci un “fotografo ambientale”. Come si conciliano l’architettura cittadina e la natura?
Per me l’ambiente è sia quello naturale sia quello cittadino, che è l’ambiente costruito dall’uomo. C’è un legame profondo: se non impariamo ad avere cura e a ricercare il bello nell’ambiente urbano in cui viviamo tutti i giorni, non potremo mai rispettare davvero l’ambiente naturale. Nelle mie foto c’è una scelta estetica precisa: inquadro sempre in formato quadrato. Per me la composizione è fondamentale e si basa sul sottrarre: tolgo, tolgo e tolgo elementi finché quello che resta è l’essenza pura, in perfetto equilibrio tra linee, luci e ombre.
La cosa che sorprende di più il pubblico è che queste foto, così perfette nella composizione, sono scattate semplicemente con un cellulare. Come consideri lo smartphone rispetto alle macchine professionali?
Infatti non le chiamo fotografie nel senso classico, ma “appunti visivi”. Lo smartphone ha un grande limite: il risultato finale è pesantemente influenzato dal software del telefono, non sei interamente tu a crearlo. Io però non uso filtri o programmi particolari, pulisco l’immagine al massimo lavorando solo su forme e luci. Chiaramente non posso girare sempre con l’attrezzatura professionale, ma la mia deformazione mentale mi impone di comporre lo scatto come se avessi in mano una macchina professionale. La bellezza non è una questione tecnica o di pixel; è una questione di scelta e di sguardo sulla realtà.
Quali sono i luoghi della Spezia che preferisci fotografare? C’è un posto del cuore in questa mostra?
Ti stupirò: non esiste un luogo bello o brutto in assoluto, esistono luoghi che ti comunicano qualcosa. Proprio l’altro giorno ho dovuto portare l’auto a fare il tagliando in un concessionario a Fossamastra. Sono rimasto lì tre ore e ho passato il tempo a cercare angoli significativi in periferia. In mostra ci sono scatti del centro, come la fontana di Piazza Europa, ma anche scatti di periferia. Qualunque luogo, se guardato con la giusta calma, ha una storia da raccontare.
Per chiudere: perché uno spezzino dovrebbe venire al Sunspace a vedere la tua mostra?
Perché è un invito a fermarsi. Tutti noi dobbiamo imparare a rallentare e a guardare le cose con calma. Se guardando queste foto le persone inizieranno a usare il proprio smartphone non per scatti frenetici, ma spostandosi, cercando l’angolazione e muovendosi con calma come se avessero in mano una vecchia macchina fotografica, allora scopriranno immagini decisamente accattivanti. E, forse, riscopriranno la loro città.

🎯 IL CONSIGLIO DI SPEZIAMIRROR: La mostra di Roberto Besana è visitabile gratuitamente tutti i giorni al Sunspace di Via Sapri 68 per tutta la durata del festival Tabula Rasa.
Vi consigliamo caldamente di non perderla perché queste 32 opere hanno il potere di farci ri-scoprire luoghi e dettagli che lo sguardo quotidiano, distratto dalla fretta, non riesce più a cogliere. A volte quello stesso angolo di strada davanti a cui passiamo meccanicamente tutti i giorni, se fotografato da un’angolazione particolare – e in questo Besana dimostra una maestria assoluta –, si svela improvvisamente come un luogo totalmente sconosciuto.
È la magia di riappropriarsi di ciò che abbiamo a disposizione ogni giorno, semplicemente cambiando punto di vista. Prendetevi dieci minuti di pausa: ne uscirete con occhi nuovi per guardare la nostra città.
Servizio fotografico by Obiettivo Spezia
(Riproduzione riservata)

Tu nasci a Monza e oggi vivi qui. Quanto ti avvantaggia non essere spezzino di nascita nell’individuare questi angoli particolari della città?