Il dibattito sul terzo mandato dei sindaci non è più solo una questione teorica tra addetti ai lavori romani. Alla Spezia è diventata il vero e proprio stallo politico che tiene congelate le grandi manovre in vista delle prossime elezioni comunali sia a destra che a sinistra.
Il centrodestra spezzino, infatti, si trova in una situazione di impasse strategico. La coalizione per ora ha scelto di non esprimere alcun nuovo candidato a sindaco, subordinando l’intera partita all’esito dell’emendamento presentato in Senato dalla senatrice spezzina Stefania Pucciarelli. La proposta punta a blindare la posizione dell’attuale primo cittadino Pierluigi Peracchini, giunto al termine del suo secondo mandato amministrativo. Ma se l’obiettivo risponde a una logica prettamente nostrana, l’impatto di una norma del genere va analizzato su una scala molto più ampia.
Il “taglio chirurgico” dell’emendamento Pucciarelli

Per capire la precisione millimetrica dell’operazione, basta leggere il testo nudo e crudo della proposta depositata a Palazzo Madama all’interno del DDL 1451:
“Al comma 1, prima della lettera a), premettere la seguente: 0a): All’articolo 51, comma 2, secondo periodo, le parole: «15.000 abitanti» sono sostituite con le seguenti: «100.000 abitanti».”
Un taglio chirurgico, quasi impercettibile a una prima lettura superficiale, ma dagli effetti dirompenti. Sostituendo una sola cifra — da 15.000 a 100.000 abitanti — la proposta punta ad allargare il diritto al terzo mandato consecutivo a tutti i sindaci delle città medie d’Italia. Una fascia demografica studiata al millimetro, nella quale La Spezia rientra perfettamente con i suoi circa 92.000 residenti.
L’obiettivo politico locale è evidente: blindare la ricandidatura di Peracchini senza dover aprire il diritto ai sindaci delle grandissime metropoli come Roma, Milano o Napoli, dove le resistenze dei partiti nazionali (Fratelli d’Italia in testa) sarebbero insormontabili.
Il rischio istituzionale: la cristallizzazione dei centri di potere

Il limite dei due mandati per i sindaci delle grandi e medie città non è nato per penalizzare gli amministratori capaci o particolarmente popolari. Al contrario, rappresenta un presidio fondamentale per garantire il ricambio della classe dirigente e la salute democratica dei territori.
Consentire una permanenza ultradecennale alla guida di un Comune sopra i 15.000 abitanti rischia, a livello generale, di cristallizzare e fossilizzare i centri di potere. In molti contesti italiani, la continuità troppo lunga della stessa persona al vertice di un Comune può favorire la creazione di reti di consenso personali e permanenti, penalizzando la nascita di nuove figure politiche, sia all’interno dei partiti che nella società civile. Il ricambio, anche quando un’amministrazione ha lavorato bene, costringe la politica a rinnovarsi e a non sedersi su rendite di posizione.
Certamente la possibilità per un Sindaco di presentarsi per la terza volta agli elettori non è garanzia di eleggibilità, alla fine della fiera è sempre il popolo sovrano a decidere chi ha più titoli per fare il Sindaco.
L’effetto domino sul centrosinistra
Questo congelamento tattico del centrodestra si riflette inevitabilmente, come un gioco di specchi, sulle mosse del centrosinistra spezzino. Per l’opposizione, infatti, lo scenario cambia radicalmente a seconda dell’avversario.
Affrontare una figura nuova, espressione puramente politica o proveniente dalla società civile, apre una partita completamente aperta e legata ai programmi. Affrontare Pierluigi Peracchini, forte del consenso e della visibilità accumulati in due mandati — pur al netto delle fisiologiche critiche su ciò che non ha funzionato —, impone al centrosinistra una strategia radicalmente diversa e decisamente più complessa. Certamente non funzionerà neanche questa volta presentare un candidato frutto di un faticoso compromesso in prossimità della scadenza elettorale. Finché il centrodestra non scioglierà il nodo del terzo mandato, anche lo scacchiere alternativo rimarrà fatalmente bloccato.

Il fattore tempo: se Roma tentenna, lo stallo può durare mesi
C’è però un elemento tecnico che rischia di trasformare questa strategia in un boomerang per il centrodestra spezzino: il calendario parlamentare.
Il DDL 1451 (che nasce originariamente per regolamentare le elezioni e il voto disgiunto nei grandi comuni) è tuttora all’esame della Commissione Affari Costituzionali al Senato. Chi conosce le dinamiche delle Camere sa bene che l’iter ordinario — che prevede il voto in Aula a Palazzo Madama, il successivo passaggio alla Camera dei Deputati ed eventuali modifiche con conseguente navetta — richiede mesi di discussione politica, soprattutto su un tema così divisivo che spacca trasversalmente sia la maggioranza che l’opposizione.
Le stime più realistiche indicano che, se anche si trovasse la quadra politica, la legge potrebbe completare il suo percorso parlamentare solo tra la fine del 2026 e i primi mesi del 2027.
Il paradosso temporale salta subito all’occhio: le elezioni comunali alla Spezia sono fissate per la primavera del 2027. Questo significa che il centrodestra locale ha scelto di congelare il dibattito sulla successione legandosi a una scommessa romana dai tempi lunghissimi. Uno stallo politico destinato a durare ancora molti mesi, che costringe la coalizione a navigare a vista a meno di un anno dal voto, rischiando di arrivare a ridosso delle urne senza un candidato o una candidata pronta e condivisa.
Leggi anche su SpeziaMirror : Terzo mandato Peracchini, oggi resta una bufala politica
(Riproduzione riservata)

