
Il festival al Sunspace chiude con 1.800 spettatori e lancia indirettamente una provocazione alla politica: lo spettacolo sul 2050 e l’affondo di Luigi Merlo sul Waterfront svelano alcuni nodi irrisolti della città a meno di un anno dalle elezioni comunali.
Cala il sipario sulla prima edizione di Tabula Rasa – Laboratorio di Futuro. I numeri ufficiali di chiusura parlano chiaro: sei giornate al Sunspace, 1.800 spettatori, 50 protagonisti sul palco, 15 sponsor e un’infinità di stimoli. Ma al di là del successo di pubblico e dei chili di farinata della Pia, questo festival – nato dal “libricino” di Milo Campagni e riadattato magistralmente da Roberto Alinghieri e Michele Codeglia con immagini A.I. di Gaia De Paoli– lascia sul terreno qualcosa di molto più prezioso: una provocatoria questione progettuale e politica.
Non sembra affatto casuale che questa urgenza di fare “tabula rasa”, di liberare nuove energie e abbattere i muri mentali che bloccano (La) Spezia sia esplosa sul palco proprio adesso. Lo spettacolo “Tabula Rasa – Una storia a lieto fine” ci ha proiettato in un 2050 utopico dove, dopo una lunga stasi, la città rinasce vigorosamente dalle sue ceneri dopo il crollo simbolico della Porta Principale dell’Arsenale Marittimo. Ma il vero specchio deformante di questa narrazione punta dritto alle elezioni comunali del 2027. C’è un’analogia profonda tra la Spezia ferita del libro di Campagni e quella che si presenterà alle urne tra meno di un anno. Il rischio drammatico? Che la politica reale del 2027 preferisca accapigliarsi sui nomi, sul sesso del candidato, sulla provenienza politica o da una non meglio precisata militanza nella società civile anziché partire dai tanti dossier che arriveranno inevitabilmente incompiuti o soltanto accennati.
L’Arsenale, Marola e il Waterfront: sogni bloccati al 2004
L’obiettivo di Campagni e Alinghieri era dichiaratamente provocatorio: creare dibattito e consapevolezza, non certo anellare e risolvere i problemi della città. Eppure, le ferite toccate sulla scena sono le stesse che sanguinano oggi nella realtà. Nello spettacolo si ironizza sull’Arsenale del 2050 che avrà un solo dipendente civile; oggi le cose non vanno molto meglio, gli abitanti di Marola continuano a essere pesantemente esclusi dallo storico affaccio sul mare, spazi vitali nelle aree militari sono interdetti a nuove realtà produttive come la nautica di lusso, il futuro dell’area IP ed Enel è ancora tutto da scrivere, le aree portuali si espandono a Levante ma nulla si muove per il Waterfront a parte una micro Calata Paita che stenta a decollare e rischia il rientro nell’area portuale.
Di fronte a queste scommesse sul futuro, il dibattito politico cittadino verso il 2027 rischia però il surplace totale. Tutto sembra bloccato sulle alchimie dei partiti, sulle discussioni attorno al possibile terzo mandato del sindaco uscente Pierluigi Peracchini e sulle contromosse del centrosinistra per trovare lo/la sfidante. Si parla comunque di poltrone, non di città.
A scuotere questa palude nella tavola rotonda dedicata al “Mare di Opportunità dei Porti” è arrivato l’intervento di Luigi Merlo nel suo ruolo di direttore dei Rapporti istituzionali per l’Italia del gruppo Msc, che ha colto perfettamente l’essenza del festival. Merlo ha ricordato una verità storica che fa riflettere: il tanto sbandierato progetto del nuovo Waterfront della Spezia è figlio del primo bando del 2004. Sono passati ventidue anni e gran parte di quel disegno è rimasto sulla carta, in perenne attesa della nuova stazione marittima.
Il monito di Luigi Merlo: ripensare tutto da capo

L’analisi di Merlo è stata spietata ma lucida: mentre città portuali come Palermo, Bari o la stessa Genova hanno affrontato il problema del Waterfront in modo egregio, realizzandolo in gran parte, La Spezia è rimasta al palo. Forse, ha suggerito l’ex presidente dell’Autorità Portuale, quel vecchio progetto del 2004 è ormai superato e andrebbe completamente ripensato su basi nuove, moderne e coraggiose.
La politica vissuta da figure come Merlo e Campagni era una politica che studiava, che si sedeva attorno a un tavolo e provava ad avere una visione d’insieme. Oggi quella capacità di pianificare a lungo termine sembra svanita, sostituita da una gestione del quotidiano o da un “tirare a campare” che fa ignorare i grandi temi del territorio.

Costruire un metodo per il domani
Tabula Rasa si è preso il lusso di sognare, portando sul palco persino uno Spezia Calcio trionfatore in Champions League nel 2055 davanti a piccoli atleti estasiati. Ma l’eredità più importante che Milo Campagni e la sua rete lasciano alla città è la ricerca di un metodo. L’ambizione per il prossimo anno è creare un terreno fertile di confronto che superi la logica sterile del “tutti contro tutti”, dove la proposta dell’avversario viene bocciata a prescindere.
Se perfino le istituzioni (con il patrocinio del Comune) e un vasto tessuto imprenditoriale hanno deciso di sostenere a scatola chiusa una kermesse così visionaria e scanzonata, significa che la fame di futuro è reale. La Spezia ha le risorse, ha un potenziale immenso, ma è rimasta ingabbiata in vecchi schemi e progetti nati già vecchi. Serve, in vista del 2027, disegnare, da zero, una Spezia davvero nuova, moderna e libera dai fantasmi del passato.
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In copertina foto By Roberto Celi PH Obiettivo Spezia
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