
NdR: Prosegue con questo articolo il nostro percorso d’incontro con Tiziano Apolloni.
Dopo la prima parte dell’intervista curata da Marisa Vigo, che ha affrontato le origini del desiderio, il rapporto tra amore e perversione e le radici più profonde della psiche umana, entriamo ora nella seconda parte del dialogo:
9) Oggi si discute molto sulla corretta diagnosi di capacità o incapacità d’intendere e volere. In alcuni racconti il curante e il sottoposto a terapia avvertono il richiamo dell’etica. Mi spieghi perché la scorciatoia che alleggerisce la pena contiene, a tuo avviso, la condanna peggiore da infliggere al malato psichico?
Nel corso di un dibattimento giudiziario non è certo la concessione di uno sconto di pena a danneggiare la condizione di un “malato psichico”. E neppure il fatto che lo sconto di pena possa essere commisurato a un risarcimento pecuniario a favore della vittima. Ciò che ritengo dannoso verso il cosiddetto “malato psichico”, imputato di un reato, è la deresponsabilizzazione delle sue azioni che l’incapacità di intendere e di volere comporta. È vero che l’ammalato non ha la responsabilità delle proprie azioni, ma è proprio perché non ce l’ha che non dovrebbe esserne ulteriormente esonerato. Scontare una giusta pena, accettare delle limitazioni come conseguenza delle proprie azioni non è responsabilizzante? Non facciamo così anche con i nostri figli per farli diventare responsabili? La responsabilità non è accettare le conseguenze delle nostre azioni? Per questi motivi, nell’etica educativa e riabilitativa che dovrebbe ispirare una sentenza, ritengo la condanna a un’irresponsabile innocenza peggiore della condanna a una giusta pena.
10) Con un mezzo sorriso, per stemperare il clima, obietto: scusa, ma devono allarmarsi all’esame “strizzacervelli” tanti di noi che manifestano “innocue fissazioni”? Quando invece la paranoia, l’anoressia, la bulimia, l’ipocondria entrano in una spirale tanto pericolosa da richiedere l’intervento tempestivo?
Se tanti di noi si allarmano all’esame strizzacervelli, non è certo per la gravità o la pericolosità delle “innocue fissazioni” che possono emergere. Ciò che ci allarma è conoscere, prendere consapevolezza di aspetti che continueremmo volentieri a tenere defilati, ma che ci attraggono e insieme ci allarmano. Le innocue fissazioni e le gravi patologie, oltre che campanelli di disagio, sono anche segnali, ambigui e misteriosi, di una verità che vuole emergere, che non accetta di rimanere sepolta. Di fronte a questi segni, dalle innocue fissazioni alle più gravi patologie, noi oscilliamo tra il desiderio e la paura di conoscerci. Perché si ha tanta paura di conoscersi? Per difendersi, per continuare ad essere sé stessi. Noi costruiamo le nostre identità su narrazioni rassicuranti; metterle in discussione può essere pericoloso, può destabilizzarci e destabilizzare chi ci sta attorno.
Madame Curie, prima donna a vincere un premio Nobel, celebre per i suoi studi pionieristici sulla radioattività, disse: “al mondo non ci sono cose di cui avere paura, ci sono solo cose da conoscere”. Ma forse non è vero, visto che lei è morta contaminata dalla radioattività cha aveva voluto conoscere.
11) Mi dilungo ora sul racconto “Ho appena attraversato il confine” e ne trascrivo un passaggio inquietante. “La maternità nasce da un accoglimento, da un alveo che si riempie e si arricchisce, la paternità da una estroflessione, da qualcosa che si svuota, da un’esperienza di perdita. La violenza del maschio sulla femmina è la negazione di quella perdita, è l’invidia di quella pienezza dell’essere. Tant’è che il rito barbaro dalla vittoria, il saccheggio della città implica lo stupro delle donne e l’uccisione dei bambini… Perversione maschile sadica…L’aspetto più perverso della paternità è la pedofilia”. Tiziano, trovo la tua tesi molto ardita. Ma se è così, perché tanti padri e madri sacrificano le loro vite per la cura e la salvezza dei figli e altrettanti si prodigano, con altissimo rischio, a difendere proprio “i vinti?”
Non è una tesi clinica, la ritengo una tesi antropologica. Nelle società preistoriche inizialmente la figura paterna non aveva un ruolo dominante. Le comunità erano matrilineari, con la madre al centro delle relazioni sociali. La figura paterna aveva una funzione sociale, non biologica, ed era esercitata dallo zio materno. La consapevolezza dell’apporto maschile alla procreazione, nel contesto del potere e della dominanza che le strutture patriarcali acquisiscono con l’agricoltura, la proprietà privata e le istituzioni religiose e politiche, inducono il maschio a ritenere che il suo seme contenga la vita e che la donna sia solamente il contenitore dove il suo seme germoglia. Aristotele pensava che l’uomo fornisse la “forma” e la donna solo la “materia”. Nella tradizione ebraica il padre aveva sui figli potere di vita e di morte. La patria potestas romana comportava un potere assoluto: il padre poteva incarcerare, punire, uccidere i figli.
Premesse che alimentano l’idea patologica che l’uomo possieda “il principio della vita” e che, come il dio delle grandi religioni monoteiste, la vita dei discendenti gli appartenga e che quindi possa riprendersela.
La pedofilia rientra nel filone di questa idea di potere maschile. Patologia quasi esclusivamente del maschio, legata alla paternità. Appartiene ai padri, agli insegnanti, ai sacerdoti. È il desiderio perverso del padre di rivendicare un diritto di vita e di morte che gli appartiene. Diritto che va oltre le leggi morali, etiche, giuridiche, alle quali sente di non dover sottostare affatto. Di questa proprietà assoluta il bambino è solo un feticcio. Il feticcio di una pienezza di vita che il pedofilo vorrebbe continuare a possedere quando sente che la vita gli sta sfuggendo, quando il corpo, crescendo, comincia a differenziarsi, a perdere potenzialità, quando l’innamoramento, scavando il buco del desiderio, lo rende mancante, incompleto. Il corpo, con la crescita, mostra la sua vulnerabilità, la sua perdita, il suo declino. Come il protagonista del racconto conferma:
“Non sono mai stato attratto dagli uomini, me ne sarei vergognato. A me piacevano i ragazzini, dalla pelle diafana e la voce esile, con gli occhi profondi e tristi che cercavano qualcosa. Generavano in me lo stesso stupore provato davanti allo specchio nella penombra di quel pomeriggio estivo. Con loro non avevo alcuna vergogna, ero intraprendente, ma anche un po’ aggressivo, come dovessi vendicarmi con loro che i miei genitori non mi avevano mai voluto. A volte mi sembrava di innamorarmi, ma succedeva che la smodata attrazione per la loro bellezza scemasse quando quei fanciulli crescevano. E crescevano in fretta. La peluria che cresceva nel viso, la crescita del naso o del mento o l’ingrossarsi della voce, ne smorzavano la magia, e con essa il mio desiderio. Il feticcio del mio desiderio era un corpo a scadenza, dopo la quale apparivano, inevitabili, il degrado e la rovina del corpo. Anch’io ero cresciuto, e mi sentivo un bambino dentro un corpo che diventando adulto mi aveva tradito. Il pedofilo è un bambino tradito. E per non vedere il tradimento del mio corpo cercavo quello dei giovanetti.
12) Attraverso un altro racconto sfati l’idea che il “tombeur de femmes” sia l’uomo fortunato che tutti invidiano. Come fai scoprire in lui, invece, il volto di “Narciso” condannato a infelice sorte?
Vedere contemporaneamente “il tombeur de femmes” e “il Narciso” nel personaggio del racconto “L’unica donna” è corretto, perché in effetti ha un po’ entrambe le caratteristiche. Come tombeur è condannato a sedurre compulsivamente donne a cui non sarà mai fedele, per evitare l’intimità e la dipendenza che una relazione profonda comporterebbe. Come Narciso non può innamorarsi di una donna perché è invaghito solamente di sé stesso, di cui ha una rappresentazione grandiosa. Grandiosa ma fragile – fragilissima nel nostro racconto – che non riesce a interpretare. E che deve continuamente illudersi di confermare nello sguardo, nell’ammirazione e nella lode delle donne che frequenta. L’altro è solo uno specchio, di cui ha estremo bisogno per riconoscersi. Talmente bisogno che a volte può arrivare a uccidere di fronte alla prospettiva di perderlo. La sorte della controparte, vittima di queste relazioni, è meno infausta con il tombeur de femmes, che tende a mentire, manipolare, ricercare nella vittima solo il brivido della conquista, ma che non la insidia a lungo termine. A differenza del narcisista che invece manipola, svaluta e tende a strumentalizzare la vittima, a mantenerne il controllo e il potere in eterno.
13) Dal tuo punto di vista “la generazione ansiosa” descritta da Jonathan Haidt e quella che l’ha preceduta che cosa non hanno saputo gestire e superare?
Non ho letto il libro. Ma so che tratta il tema della solitudine e della lontananza, fino agli esiti della depressione e della dipendenza, dovuta all’illusione che gli schermi e la loro realtà virtuale rappresentino un’alternativa alla realtà sociale, affettiva, emotiva. Ricordo una vecchia scenetta di Achille Campanile. Un tipo, porgendo la foto della moglie a un amico, gli dice: “Ti presento mia moglie”. “Ah! Così magra?” gli risponde l’amico.
Una prima considerazione è che la realtà virtuale è una realtà che perde i pezzi. La realtà dello schermo, come la fotografia, è una realtà a due dimensioni. Ma ancora peggio realtà virtuali che riteniamo più “vere”, come l’ologramma ad esempio, difettano di più. Le dimensioni le perdono tutte e tre. Ci portano in una realtà, – “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni “-, dove per esistere dobbiamo non esistere, o perlomeno dormire. Le nuove realtà virtuali ci impongono di dormire per sognare, per non essere. E allora si capisce il vuoto dato dalla depressione, il terrore di non esistere dato dall’attacco di panico. Ma più che negare la realtà della realtà virtuale, mi sembra utile concederle uno statuto di esistenza considerandola una simulazione di realtà, una realtà dove si può apprendere. La foto è la simulazione di un volto, che può preparare a un incontro, come un simulatore di volo può preparare a pilotare un aeroplano. Come il gioco di bambini che lottano prepara al combattimento, e il gioco “mamma casetta”, prepara al matrimonio. Ma se la realtà virtuale, strumento di simulazione, non apre mai alla realtà, è destinata a diventare delusione, negazione di aspettative, perdita, sogni da cui non ci si può svegliare.
Inoltre, se la realtà virtuale è una realtà simulata, le emozioni vissute nel mondo virtuale non possono essere emozioni, ma solo simulazioni di emozioni. Se continuiamo a simulare l’amore, l’odio, la tenerezza, la violenza e la paura, questi sentimenti assumeranno sempre di più la consistenza dei sogni e delle fantasie che i sogni comportano e perderanno la possibilità di diventare corpi, mani che ti accarezzano o che ti colpiscono, bocche che ti mordono o che ti baciano.
14) Nel libro si affronta anche il doloroso fenomeno del turismo sessuale. La figura del “pedofilo, bambino tradito” trova in un altro bambino “la nicchia calda che ripara dal gelo della solitudine”. Drogato dall’efebica bellezza, con spregiudicata e irrefrenabile ossessione trascorre le notti praghesi dove il denaro compra e irretisce carne nivea e fresca. Come può un professionista colto e facoltoso, in apparenza irreprensibile, alimentare indisturbato per decenni il suo daimon cattivo?
Il “daimon cattivo” è un nucleo esterno alla consapevolezza del professionista facoltoso, colto e irreprensibile, e risponde autonomamente a certe condizioni di stimolo o di attivazione. Il Daimon persegue le sue finalità inconsce indisturbato e inscalfibile. Finalità inconsce compatibili con le più belle e nobili facoltà dell’animo umano. È il caso dello scrittore Pier Paolo Pasolini, che in due racconti autobiografici giovanili, Atti impuri e Amado mio, affronta con intensità e delicatezza il tema della sua omosessualità/pedofilia. Pasolini ha sempre rivendicato la sua passione come espressione naturale e poetica, rifiutando di considerarla una malattia o una devianza. “Se è dalla mia vita che ho raccolto il materiale di questo libro, vuol dire che non ho avuto paura di farlo… E se ho avuto, al contrario, troppo coraggio, prego il lettore di indignarsi contro la violenza, non contro l’anomalia dell’amore.” (Prefazione di Pasolini a Amado mio – edizione Garzanti).
15) La tua formazione, la tua indole e il lavoro impegnativo che hai svolto nella vita ti inducono a guardare il tormentato presente orientato a un futuro di speranza. Ma siccome nelle case di cura e nelle carceri spesso non si ottengono risultati, non si dovrebbe convenire con il pensiero del filosofo James Hillman che “certe persone siano demoni per natura, inaccessibili ai sentimenti umani”? (“Il Codice dell’anima” con richiamo a “La tempesta” di Shakespeare).
Nel Codice dell’anima, Hillman parla del daimon come compagno interiore che guida ciascuno verso la propria vocazione. Forza imperiosa, inquietante, disturbante, non necessariamente malvagia, che viene dall’uomo che si è allontanato dalla natura istintiva animale. Dall’uomo che può scegliere. Quindi sì, Hillman riconosce che alcuni individui possono essere “posseduti” da forze interiori potenti, che possono apparire “demoniache” ma che, nel bene e nel male, sono piuttosto espressioni di una vocazione profonda, che può essere creativa o distruttiva, ma che viene interpretata come fantasma, come destino iscritto nella psiche, non come dato naturale, come dato istintivo. Tanto quanto non esiste una “cattiveria” animale, istintiva, non esiste una “natura umana”. L’uomo è un animale culturale, non naturale. Il passaggio evolutivo dall’animale naturale, istintivo, all’animale culturale è dato da quella stranezza evolutiva, forse non prevista, rappresentata dall’apparizione del linguaggio, che ci distingue da ogni altro essere vivente. È il potente messaggio del 2001 di “Odissea nello spazio” di Kubrick: il capo del branco delle scimmie viene contaminato dall’apparizione misteriosa del linguaggio. Nell’esecuzione di un gesto casuale – una tibia battuta contro altre ossa – un oggetto viene trasformato in simbolo, diventa un significante. In quel momento nasce l’animale culturale.
16) “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” scrisse il saggio Terenzio Afro. Nella professione hai mantenuto atteggiamenti distaccati per contenere il coinvolgimento emozionale in eccesso, lo stress; hai anche neutralizzato interferenze volontarie o involontarie di tuoi assistiti?
Il coinvolgimento emozionale del paziente e del terapeuta è l’inevitabile contenitore della relazione terapeutica, come lo è di ogni relazione significativa. Che cosa fare di questo coinvolgimento personale – ignorarlo, disciplinarlo, usarlo, contenerlo o valorizzarlo – dipende dalla tipologia del trattamento psicoterapeutico. Si va dall’approccio psicanalitico, in cui la relazione – transfert e controtransfert – è il più importante strumento di intervento, all’approccio comportamentale in cui la relazione è il luogo, il contenitore professionale, per un intervento tecnico. Entro questo contenitore c’è poi un contenuto. Cosa si dice e cosa si fa. In genere le interferenze, volontarie o involontarie, non rappresentano un impedimento allo svolgimento della terapia, se vengono gestite da un operatore preparato. Quindi più che neutralizzate, queste interferenze vanno gestite, a seconda della teoria di riferimento del terapeuta.
L’enunciato di Terenzio Afro, peraltro, sottolinea la natura sociale e relazionale dell’uomo, per cui ogni suo aspetto che apparirebbe individuale, il dolore, il desiderio, l’errore e la virtù, è in realtà di natura comunicativa, sociale. Humberto Maturana ha detto che le emozioni sono disposizioni ad agire. Verso qualcuno o verso qualcosa.
Se le emozioni, come ha affermato Maturana, sono disposizioni ad agire, è utile riflettere su questo agire, per farne un uso consapevole. La consapevolezza delle proprie azioni è la finalità della psicoterapia, non in quanto possa garantirne la previsione e il controllo, ma in quanto possa permetterne la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità.
By Marisa Vigo
Foto di copertina by Rossana Zoppi
