Tra paura e coraggio, le parole di Cecilia Sala riportano il pubblico dentro le celle di Teheran. Alla Spezia, il Premio Exodus diventa voce della libertà.
Una serata intensa e profondamente partecipata, quella di venerdì 31 ottobre al Teatro Civico della Spezia, dove la giornalista Cecilia Sala ha ricevuto dalle mani del sindaco PierluigiPeracchini il Premio Exodus – Speciale 2025, già annunciato all’inizio dell’anno dopo la sua liberazione dalla prigionia iraniana.
L’incontro, aperto gratuitamente alla cittadinanza, ha visto il Civico gremito, nonostante la serata di Halloween, per ascoltare una delle più coraggiose reporter italiane che, come noto, era finita nelle carceri iraniane per ben 21 giorni. La giornalista ha dialogato con la scrittrice e direttrice del Salone del Libro di Torino, Annalena Benini. Un confronto toccante, in cui la cronista ha presentato il suo ultimo libro, I figli dell’odio (Mondadori, 2025), e ripercorso – con emozione e lucidità – la propria esperienza di prigionia a Teheran.
Nel suo saluto, il primo cittadino ha voluto ricordare come “la Spezia fu, al termine della Seconda guerra mondiale, uno dei porti da cui salparono le navi cariche di profughi ebrei diretti verso il nascente Stato d’Israele, ed era conosciuta come la ‘Porta di Sion’. La città, tra il 1946 e il 1948, divenne infatti il punto di riferimento per i profughi ebrei dei lager nazisti, desiderosi di raggiungere la ‘terra promessa’ palestinese. Una di queste imbarcazioni, la più grande e la più famosa, si chiamava… Exodus.”
“L’unico contatto umano è stato con un gatto”: la voce di Cecilia Sala
Cecilia Sala Exodus
Quando le luci della sala si sono abbassate e Annalena Benini ha introdotto il dialogo sul libro I figli dell’odio, dove Cecilia Sala racconta storie intrecciate tra Israele, Palestina e Iran, osservando da vicino come l’odio, la paura e lo scontro generazionale stiano cambiando il Medio Oriente. Attraverso episodi e testimonianze raccolte sul campo – dai ragazzi israeliani radicalizzati ai giovani palestinesi che imbracciano le armi, fino agli iraniani che sfidano il regime – Sala descrive società divise, dove i più giovani non riconoscono più i valori dei padri.
“Tra i giovani e giovanissimi israeliani e palestinesi – ha spiegato – si è radicata un’incomprensione reciproca, una distanza che cresce e che sembra ormai irreversibile.”
Poi, inevitabilmente, la conversazione è scivolata sul suo arresto e sulla detenzione in Iran, avvenuta nel dicembre 2024. È stato il momento più intenso della serata. La sensazione di chi ascoltava era che la Sala, nel raccontare le sue prigioni, rivivesse quei momenti quasi con la stessa angoscia:
“Io sono andata lì perché volevo capire come si muovesse il regime degli ayatollah nel momento in cui era più debole da quando esiste. Mi interessava moltissimo capire cosa volessero le persone, cosa volessero i giovani iraniani. Ero consapevole del rischio, ma credevo – e credo ancora – che raccontare valga sempre più della paura.”
Ha raccontato l’arresto come un episodio sospeso tra l’assurdo e il terrore:
“Mi bussano alla porta della stanza d’albergo mentre stavo lavorando a una puntata sul programma atomico iraniano. Apro pensando siano addetti alle pulizie, invece mi trovo davanti due uomini senza uniforme, senza distintivo. Non mi dicono chi sono né di cosa sono accusata. Mi incappucciano, mi prendono il telefono e mi portano via.”
Cecilia Sala Exodus
Trasferita in una struttura segreta, viene rinchiusa in isolamento.
“La mia cella era completamente vuota. C’era solo un secchio d’acciaio e una macchia di sangue sul pavimento, lasciata apposta. È una strategia psicologica: serve a farti capire in che condizione vogliono metterti. Ti spogliano di tutto, anche degli occhiali e delle lenti a contatto, così non vedi niente. Devi stare peggio che puoi prima ancora che ti interroghino.”
L’obiettivo, ha spiegato, era estorcere una confessione.
“Sapevo che la magistratura islamica è ossessionata dalle confessioni. Ti promettono clemenza, poi ti minacciano, poi cercano di spaventarti. Il giorno più terribile è stato quando mi hanno tolto il cappuccio e mi hanno portata davanti a una gru nel cortile di Evin, dicendomi: ‘Questo facciamo alle spie’. In quel momento ho perso il controllo, ho avuto un attacco di panico. Ho accettato di farmi sedare da dei presunti medici incappucciati anche loro.”
Cecilia Sala Exodus
Il racconto si è fatto più intimo quando ha ricordato l’unico gesto di calore ricevuto in quei giorni:
“Mentre mi trasferivano bendata, ho intravisto un gattone rosso strusciarsi contro le gambe e fare le fusa. È stato il primo contatto fisico con un essere vivente dopo giorni di isolamento. Il giorno dopo, durante un interrogatorio, ho chiesto ingenuamente se potevo tenerlo con me, se l’isolamento valesse anche per i gatti. Si sono messi a ridere, ovviamente. Ma quando sono tornata libera, la prima cosa che ho fatto è stata prendere un gatto. Rosso.”
Sala ha parlato con calma, ma la voce si è incrinata quando ha descritto la sensazione di impotenza:
“È difficile spiegare cosa significhi capire che non puoi fare niente per te stessa, che il tuo destino è nelle mani di chi può disporre di te in qualsiasi modo. È un crollo interiore. Ti aggrappi alla speranza che qualcun altro, fuori, stia facendo qualcosa per te. Io ho avuto la fortuna che tante persone lo hanno fatto.”
A una domanda di Benini sul futuro e sul desiderio di tornare in Iran, la risposta ha lasciato nel pubblico la sensazione che le cose cambieranno:
“
Cecilia Sala Exodus
Sì, assolutamente. Io potrò tornare in Iran solo quando sarà caduta la Repubblica islamica. E per come l’ho conosciuto, scommetto che cadrà prima che io vada in pensione. È un Paese giovane, e quella generazione che il regime non ha saputo conquistare è ormai la maggioranza. Tornerò allora, quando ci sarà libertà.”
La parte conclusiva dell’incontro è stata tra le più intense. Dopo aver raccontato i giorni della prigionia e il momento della liberazione, Cecilia Sala ha voluto rivolgere un pensiero a chi, al contrario di lei, non è ancora libero.
“Alla fine, per le ultime due notti, mi diedero una compagna di cella e un libro. Credo che fosse il segnale che avevano deciso di liberarmi. Ma da un’altra cella arrivavano a volte rumori terribili: una donna, di cui non conosco né il nome né il volto, correva contro la porta blindata per farsi male, perché non reggeva più quello che stava vivendo. Non so se l’ho immaginato o se l’ho sentita davvero, ma a un certo punto ho percepito una voce francese…”
Quella voce, racconta, le ha fatto pensare a una donna francese che porta il suo stesso nome, Cécile, detenuta in Iran da tre anni e condannata a 31 anni di carcere con l’accusa di spionaggio.
“Spero che riescano a riportarla presto a casa. È una condanna che somma accuse inventate, come quelle rivolte a molti stranieri o a persone con doppia cittadinanza.”
Sala ha poi ricordato anche un medico svedese di origini iraniane, docente di medicina d’emergenza all’Università del Piemonte Orientale, detenuto da otto anni nel braccio della morte:
“Era tornato in Iran per generosità, per tenere corsi su come intervenire durante terremoti ed epidemie. Quando è iniziata la guerra con Israele, a giugno, è scomparso: li hanno portati via tutti, i prigionieri considerati ‘di valore’. Di lui e di molti altri non si sa più nulla.”
Con voce ferma ma commossa, la giornalista ha concluso:
“Io ho avuto la fortuna di essere liberata. Altri, come loro, sono ancora lì. Ogni volta che racconto questa storia, lo faccio perché le loro voci non vengano dimenticate.”