
Assessore alla cultura di Sarzana e osservatore privilegiato degli Stati Uniti, Giorgio Borrini analizza il fenomeno Trump, le fratture della società americana e il nuovo equilibrio tra America ed Europa.
Data l’attuale situazione socio politica mondiale e il peso sempre più preponderante che sembra avere l’America sulle varie situazioni mondiali, sia di conflitto che di benessere, abbiamo intervistato Giorgio Borrini, esperto di politica americana, già ospite di radio e programmi di approfondimento, che ha seguito direttamente dagli Stati Uniti diverse elezioni presidenziali. Durante l’ultima campagna ha condotto per oltre un anno il podcast “Henry”, prodotto dal gruppo The Skill, tra i più seguiti e apprezzati su Spotify della categoria.
Un giornalista della nostra provincia che ha guardato a lungo all’estero, oggi anche assessore alla cultura di Sarzana.
Com’è nato questo interesse?
“Dalla passione, banalmente. Ho sempre passato molto tempo, soprattutto notturno, a leggere. Senza mai smettere di lavorare, più di dieci anni fa avevo creato un blog, “gibor”: era una fase di internet in cui i social media non erano ancora così diffusi. Le redazioni dei giornali hanno cominciato a pubblicare i miei pezzi d’opinione e a chiedermene di nuovi.”
Ha vissuto dagli Stati Uniti sia la prima elezione di Trump sia la seconda. Che differenze ha riscontrato?
“Nel 2016 nessuno si aspettava che vincesse, nel 2024 se lo aspettavano tutti.”
Nel 2016 lei se lo aspettava?
“Conservo ancora una prima pagina de L’Opinione del giorno delle elezioni, con il titolo: Perché ha già vinto Trump.”
Quindi se lo aspettava. Come mai?

“La nostra educazione è leaderista: pensiamo che dai leader dipendano scelte e orientamento delle nazioni. È vero solo in parte. Soprattutto negli Stati Uniti, le dinamiche della politica vanno lette come fenomeni sociali e culturali con radici ben più profonde. Trump è stato, e in larga parte ancora resta, effetto prima che causa.”
Il fenomeno Trump è figlio della società americana?
“Dopo dieci anni dal suo ingresso in politica, è difficile ignorare le ragioni di chi lo sostiene. La sua proposta politica ha vinto le ultime elezioni, sostenuta dalla maggioranza degli americani sulle grandi questioni: economia, immigrazione, politica estera, qualità della vita nelle città.
È emersa, soprattutto, una bocciatura di molte letture della società raccontate come dominanti negli ultimi decenni: polizia e pulizia del linguaggio e delle identità, politicamente corretto, l’idea che una società color blind e basata solo sul merito sia impossibile. Le persone hanno mostrato di stare da un’altra parte. Un fenomeno che ha anticipato l’Europa.”
Dall’ultima elezione a oggi, com’è cambiata l’America e quali sono gli obiettivi di Trump?
“Trump continua a parlare prima di tutto al proprio elettorato, quella pancia dell’America rappresentata più da classi medie e popolari, spesso lontane dai grandi centri urbani. Le sue scelte, dai dazi al linguaggio, vanno prima lette come segnali politici. Ben poca ideologia ma tanto istinto, fiuto politico e comunicazione. È lo stesso istinto che portò Trump alla Casa Bianca nel 2016, in quello che sembrava un incidente della storia ma che oggi, nonostante tutto, lo vede ancora protagonista.”
Cosa intende?
“Negli ultimi vent’anni le disuguaglianze non sono mai state così nette, il potere d’acquisto dei salari medi è crollato. La presenza quasi incontrollata di immigrati clandestini, unita al libero scambio con Paesi con un bassissimo costo del lavoro, ha esercitato una forte pressione sulle classi più povere. Tutto questo ha generato un profondo rancore sociale, di cui Trump è, appunto, effetto e non causa. La sua America non è quella delle élite, ma quella del sogno svanito, di chi nel globalismo non vede più una promessa ma una minaccia. A questa America, Trump offre costantemente una redenzione e un colpevole.”

Ha ancora il favore dell’opinione pubblica?
“Il gradimento complessivo resta sotto il 50%. Solido tra i repubblicani, più fragile tra indipendenti e moderati. La partita si sposterà sui prossimi appuntamenti elettorali, a partire dal midterm e dalle future elezioni presidenziali.”
I democratici torneranno a vincere le elezioni?
“Intanto si presentano divisi: da un lato l’ala moderata e istituzionale di Gavin Newsom e Kamala Harris, dall’altro quella socialista e più movimentista di Sanders e Ocasio-Cortez, rafforzata dal successo mediatico di Mamdani a New York. Una classica dinamica delle sinistre occidentali.”
Trump ha definito l’Europa “in decadenza”. Come interpreta queste parole?
“Il giudizio americano sull’Europa ha radici profonde. Nel 2002 il politologo Robert Kagan scriveva che ‘Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere, concordano su poco e si capiscono sempre meno’. Nel suo saggio Power and Weakness descriveva le posizioni opposte di Stati Uniti ed Europa nelle relazioni internazionali, tra hard power e soft power. Da allora tutti i presidenti americani hanno chiesto maggiori responsabilità all’Europa, soprattutto militari, nessuno escluso: Trump è soltanto il più rumoroso, ma la linea resta la stessa.”
Quanto ha inciso la guerra in Ucraina nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa?
“Sullo sfondo resta lo scontro inevitabile tra Stati Uniti e Cina, egemoni del nostro secolo. Washington non può permettere che la Russia finisca stabilmente nella sfera di influenza cinese. Rientra in questo quadro il riavvicinamento tra gli USA e Mosca, e Trump è soltanto il volto più visibile di decisioni ben maturate negli apparati. Il problema del conflitto ucraino resta, oggi, soprattutto europeo.”
Giorgia Meloni può essere un punto di raccordo tra America ed Europa?
“Oggi l’Italia presenta una stabilità di governo ben superiore agli altri partner europei, in netta controtendenza rispetto al passato. Basta guardare la recentissima foto del G7 del 2024, a Borgo Egnazia: tra tutti i leader, solo Meloni e Macron sono ancora in carica, con quest’ultimo molto indebolito. Questa stabilità rafforza il peso dell’Italia e della sua leadership. Al di là delle appartenenze politiche, la credibilità di Giorgia Meloni è oggi riconosciuta a ogni livello, anche dalle opposizioni.”
Altri progetti in vista?
“Certamente seguirò le elezioni americane del 2028, vedremo con quali strumenti oltre alla carta stampata. Serve solo il tempo.”
Del resto, di lavoro Giorgio Borrini fa anche il papà.
Giorgio Borrini è giornalista e scrive di politica internazionale, con un focus particolare su politica americana e sociologia politica. Ha scritto in ambito locale per La Nazione, ma è soprattutto sui quotidiani e magazine nazionali che ha costruito il suo percorso: il magazine di politica e attualità Formiche; L’Opinione, il quotidiano liberale fondato da Arturo Diaconale; Il Foglio e Il Giornale, dove oggi è opinionista e può essere letto nella prestigiosa pagina degli editoriali, accanto alle grandi firme del quotidiano fondato da Indro Montanelli.
By Erika Pisacco

Giorgio Borrini è giornalista e scrive di politica internazionale, con un focus particolare su politica americana e sociologia politica. Ha scritto in ambito locale per La Nazione, ma è soprattutto sui quotidiani e magazine nazionali che ha costruito il suo percorso: il magazine di politica e attualità Formiche; L’Opinione, il quotidiano liberale fondato da Arturo Diaconale; Il Foglio e Il Giornale, dove oggi è opinionista e può essere letto nella prestigiosa pagina degli editoriali, accanto alle grandi firme del quotidiano fondato da Indro Montanelli.