Dom 12 Lug 2026
Claudio Iaccarino

Dal teatro comunitario in Argentina ai sentieri delle Cinque Terre, dai ritratti “faccia a faccia” alla pittura come arte dell’ascolto: Claudio Jaccarino racconta una vita attraversata da incontri, luoghi e relazioni che hanno lasciato tracce profonde anche alla Spezia.

Terrai una conversazione al Centro anziani di piazza Brin martedì 23 dicembre 2025 alle 17:30, Claudio, e il titolo che le hai dato è “Dalla Pampa argentina a Ciàssa Brìn”. Per chi si fosse perso le puntate precedenti , che sono già due (leggi la precedente intervista), cosa eri andato a fare in Argentina? 

In Argentina sono andato come parte di una spedizione antropologica. Un gruppo di attori italiani si trasferirono in Argentina dal 1984 al 1995 per fondare un Villaggio dell’Incontro tra Nord e Sud del pianeta: un villaggio del teatro. Avevo conosciuto questo gruppo di attori argentini a Milano e il loro regista Renzo Casali (la Comuna Baires aveva fatto uno spettacolo sulla tortura quando in Italia non si sapeva nulla dei “desaparecidos”). I genitori di Renzo erano toscani emigrati in Argentina alla fine della 2ˆ guerra mondiale. Teresa Ricco ed io – e due figli piccoli in età scolastica – siamo stati tra i primi fondatori di questo progetto insieme ad altre famiglie italiane: abbiamo vissuto e lavorato in questa piccola cellula comunitaria – Willaldea Green Village – a circa 80 km da Buenos Aires costruendo una sala teatro, uno spazio d‘incontro (sala del Ser y del estar Bien), un asilo bilingue, una fattoria per la produzione di formaggio, un orto per l’autosufficienza, una trattoria con la pizza italiana, fino al 1995. Questo luogo era la base per gli spettacoli di teatro del gruppo che si preparavano in Italia e poi si presentarono nella Capitale e in altre città argentine. Dopo l’ultima tournée teatrale del gruppo siamo rientrati tutti in Italia. A questo punto cercai una casa in affitto a Milano e fummo per una seconda volta emigrati. I miei genitori ancora viventi erano a Spezia e così anche i parenti Ricco di mia moglie, per questo tornammo sovente a Spezia. In piazza Brin si realizzava una volta al mese, sotto i portici, una mostra di pittura e così conobbi tanti pittori e artisti locali: Lino Marzulli che viveva a Milano ma aveva una casa a Manarola, Antonio Barrani, Federico Anselmi, i fratelli Panebianco e tanti altri. Pino era il gelataio di Vernazza che avevamo conosciuto negli anni ’78 e ‘79 quando con la Comuna Baires avevamo fatto teatro nella strada principale di Vernazza. Era il marito della pittrice Anna Maria Russo. Avevano una gelateria in Piazza Brin. 

Pino Giannoni

Sì, era Pino Giannoni che organizzava queste esposizioni e che mi invitò a partecipare. Avevo deciso che la mia vita avrebbe gravitato interamente intorno al disegno alla pittura. La mia attività si svolgeva prevalentemente a Milano perché al principio avevo l’atelier di Cromografia in una delle sale del teatro Comuna Baires. Ma ogni estate – e non solo – venivo spesso a dipingere e a realizzare i miei acquarelli di mare lungo i sentieri delle Cinque Terre. Quelli che ho esposto nelle librerie di Milano ma anche a Stoccolma, a Tarragona e a Parigi.

Volevo chiederti soprattutto degli amici che hai incontrato qui a Spezia, in quel gruppo di cui facevano parte anche Eugenio Giovando, il musicista che ha scritto Bèla Spèza, che si coordinava con Pino Giannoni per imbastire quei premi letterari di poesia che stampavano anche libri con le poesie dei partecipanti, e poi anche della tua amicizia con Maurizio Scalzo.

Conobbi il fotografo Ercole Buoso che partecipò ad uno dei miei primi corsi itineranti che svolgevo all’Isola Palmaria. Ma la mia attività spezzina si limitava a dei “vagabondaggi” sui sentieri che a quell’epoca non erano ancora invasi totalmente dal turismo di massa. Tutti gli acquarelli che realizzavo volevo che respirassero l’aria del luogo, il paesaggio. Non mi piaceva lavorare dalle fotografie. Volevo imparare a disegnare dal vero, dalla natura come i pittori di un tempo! La Via dell’Amore non era ancora a pagamento… Ancora adesso realizzo acquarelli d’inverno, in solitaria, lungo i percorsi da Portovenere a Monterosso ma magari frequentando i sentieri alti. In quel periodo realizzai dodici “libri d’artista” sull’esempio di un piccolo editore meraviglioso noto come il Pulcino-Elefante! Erano 12 piccoli libri di 8 pagine con il testo di un poeta locale o dialettale accompagnato da una pittura o grafica originale. Insomma, 12 libri per 12 poeti, illustrati da 12 pittori per un totale di 144 libretti artigiani e artistici uno diverso dall’altro: firmati e numerati. Tutti esauriti: gli ultimi tre del mio archivio li ho dati a Paolo!

Un’altra iniziativa che proposi a Pino fu la realizzazione di una esposizione di Mail Art – Arte Correo in piazza Brin. Ricevemmo oltre 300 disegni su carta, spesso dentro a buste colorate, da ogni parte del mondo, dal Giappone all’America Latina. Si intitolò: “Sulla strada – On the road”. Credo fu nel 1997.

E nelle altre esposizioni che venivano effettuate periodicamente sotto il portico di piazza Brin, davanti alla gelateria di Pino Giannoni, hai conosciuto qualche altro pittore?

Fu grazie ad Antonio Barrani e Maria Cappellini che cominciai a frequentare assiduamente Vernazza ove convocai per tre anni dei Simposi d’arte. Vennero partecipanti dalla Francia, dalla Spagna e da Milano. Ospiti della Pensione “Sorriso”, ci immergevamo nell’atmosfera di Vernazza. Un anno convocai un concorso internazionale di acquarello (nella giuria, la critica d’arte Giovanna Riu) dal titolo UN SORSO DI MARE, con il patrocinio del Comune, e ogni anno esposi al Castello, all’Oratorio, al circolo nautico… Ma ogni anno ho esposto anche a Manarola, a Bonassola, a Portovenere. Sono stati anni importanti e molto produttivi. In seguito all’alluvione di Vernazza – ove la corrente trascinò via Pino – convocai l’iniziativa per trascorrere il giorno della Befana a dipingere le porte delle case distrutte dalla furia dell’acqua. Parteciparono in tantissimi. Ognuno con i propri colori. Fu una bella esperienza in cui la solidarietà per il disastro si tramutò in gioia!

Con Maurizio Scalzo

Maurizio Scalzo era un personaggio particolare, caratteristico, e mi sembrava quello che più riuscisse, con il suo vocione e la sua irruenza, a riunire e convocare pittori e amici. Per estemporanee, per una cena in trattoria, per un bicchiere di vino, per scherzi goliardici. Cominciai a fare ritratti dal vivo: Maurizio nascondeva la sua sensibilità poetica attraverso modi bruschi. A mia volta io ero molto timido – oggi direi impaurito – nel rivolgermi verso un volto e cercare di evocare una presenza con poche linee. Ogni volta mi sembrava (e mi sembra sempre) impossibile riuscirci! Ma ci tento ogni volta e ogni volta qualcosa appare! Ho sviluppato questa pratica di disegno lungo questi ultimi 30 anni perché è il volto umano – qualunque volto – quello che attira la mia attenzione. Soprattutto gli occhi.

In questi 30 anni secondo me è accaduta una rivoluzione antropologica maggiore di quella di cui parlava Pasolini negli anni 70. Pasolini parlava di questo cambiamento della società, diceva che non esistevano più le lucciole, e così via. Negli ultimi trent’anni, con l’uso di questo cellulare che ho davanti agli occhi, cioè di questo schermo, sempre di più la relazione tra noi umani è stata facilitata in certe occasioni, ma c’è sempre di più uno schermo tra di noi. Anche in questo caso che sto parlando con Paolo, tra me e lui c’è uno schermo, mentre nel disegno che io propongo c’è una relazione faccia a faccia, occhi con occhi e quindi qualche cosa di invisibile, un’energia, una relazione, che io sostengo che è più autentica di tante parole. Poi, probabilmente, per questo sono più pittore che scrittore, perché mi trovo molto meglio a esprimere l’affettività, i sentimenti, la relazione, con il colore, che non con le parole, che mi sembrano sempre più intellettuali che non il colore, che passa attraverso il gesto, quasi come se fosse una carezza.

Però tu anche con le parole ti esprimi bene e soprattutto narri tutte le vicende che hai vissuto nelle tue esperienze molto interessanti che hai avuto tra almeno tre continenti. Cosa ci vuoi dire a proposito?

Beh, Io credo che quello che sono oggi lo sono diventato tramite gli incontri che ho avuto. Cioè, sì, certo, ho letto, ho studiato, ho viaggiato, ma in realtà sono le persone che incontri che poi ti cambiano la vita, così è stato nel mio caso. Lo è stato prima di tutti con Marco Pannella, quando immaginavo di fare una carriera politica, e poi lo è stato con Renzo Casali, perché fu attraverso l’apprendistato teatrale. Insomma, l’incontro con Renzo ha mutato la mia vita con questo progetto in Argentina. E lì ho scoperto che appunto, come anche tu hai scritto in un’altra intervista, quello che volevo fare da grande era quello che sto facendo adesso.

Renzo Casali

E questo e questa io li chiamo ancora disegno e pittura, ma in realtà sono proprio l’arte del vivere, l’arte di cogliere il presente, cioè qui e ora, questo istante. Adesso davanti a me ho Paolo Luporini che registra. Ma questo istante è un tempo che oltrepassa il tempo, che rompe la barriera cronologica, ed è un tempo che ha a che fare con l’eternità e quindi, anziché semplicemente vivere nel passato del ricordo o vivere nel futuro dell’immaginazione, occorre vivere nel presente. Che è carico di tutto, del passato e del futuro. E quindi questo istante, per esempio, è un istante che non si ripeterà mai più, anche se sicuramente spero che ci vedremo altre volte e anche in piazza Brin. Ma insomma, cogliere il peso, il valore, la bellezza dell’attimo presente mi sembra una cosa che sia un dono che hanno i pittori o che possono dare i pittori, cioè questo dono della contemplazione, dello sguardo, senza nessun altro scopo che di arricchirsi della luce, della bellezza, la bellezza delle cose belle di cui siamo circondati.

E allora parlaci un po’ della relazione che hai con Paolo Vachino da una parte e con Nicholas Schiraldi dall’altra.

Paolo Vachino è un poeta che ho conosciuto alla Comuna Baires quando è morto Renzo Casali. Si potrebbe dire che alla sua morte Renzo Casali mi abbia donato quest’altra amicizia, perché Paolo frequentava i laboratori letterari, io costruivo il laboratorio di Cromografia, quindi ci conoscevamo di vista, ma non ci frequentavamo. Alla morte di Renzo Casali in qualche modo siamo rimasti entrambi orfani, ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Cosa facciamo?” E io ho detto a Paolo: “Ora facciamo dei ritratti.”. E così andai una volta a Rimini – lui lavora a Rimini – e ci mettemmo a fare ritratti di fronte a una libreria: mentre io disegnavo lui scriveva una poesia in estemporanea, in diretta, e in dieci minuti regalavamo questo ritratto con la poesia. E così è nato questo progetto di Ritrattologia di cui io scherzando dico che è la Scienza esatta di guardarsi nel volto e di riconoscere l’altro diverso, ma allo stesso tempo fratello. Fratello, sorella o comunque sempre una persona totalmente altra e allo stesso tempo parte di noi, ma anche diversa da noi. E in questo, l’altro è sempre una parte di me, lo scrivo nel libro che è dedicato a Nicholas Schiraldi. Scrivo appunto una frase che non è mia, ma che mi sembra molto bella rispetto a questa cosa. 

Dalla Pampa al Giambellino

“L’altro, lo sconosciuto,

l’esule, lo straniero,

il femminile,

sono dentro di me.

Occorre fargli spazio.” 

 

In fondo la mia attività di pittore è un’attività di ascolto. Certo, è un ascolto non solo delle parole, ma è proprio la ricerca di fare silenzio per far spazio alla presenza dell’altro. E in questo, anche il volto. In questo libro dedicato a Nicholas, perché appunto questo libro “Dalla Pampa al Giambellino”, che ora abbiamo tradotto “…dalla pampa a Ciàssa Brìn”, in realtà io racconto questa relazione con Nicholas Schiraldi, che è il primo bambino nato in questo villaggio argentino – nato da un’altra coppia – ma in fondo è come se fosse un fratello dei miei. Io avevo già due bambini e Nicholas fu il terzo. Entrò a far parte di questa famiglia allargata, anche se ognuno, come italiani, aveva la propria famiglia, il proprio modo di educare i figli. Spesso alcuni attori argentini ci chiedevano se fossimo ebrei, se il nostro era un kibbutz. E noi dicevamo “No, noi siamo delle famiglie italiane e facciamo teatro”. Nicholas fu il primo bambino che nacque in questo emisfero sud, in Argentina, e sin da bambino era quello che, pur giocando sempre nel ‘campo’ all’aperto, veniva spesso a curiosare intorno ai miei disegni, i miei colori, e quindi me li chiedeva e in un certo senso io lo considero il mio primo alunno, nel senso che poi quando siamo tornati in Italia ha frequentato un anno il corso di Cromografia, ma soprattutto era quello che riusciva a captare, cioè mentre con le persone adulte a cui insegnavo io spiegavo, oltre che praticare insieme, Nicholas invece osservava e riusciva a rubare un certo modo di fare, per cui io non solo vedevo che lui apprendeva molto più rapidamente di altri, ma a mia volta io apprendevo da lui una libertà che a me ancora mancava, nel senso che anch’io a mia volta cercavo un maestro d’arte, un maestro d’arte pittorica, e non lo trovavo. Non ci sono più i pittori, gli atelier… è molto difficile. E quindi, in realtà, guardando lui sia bambino sia poi adolescente, la libertà che possedeva, lui mi dava… era in un certo senso un mio insegnante. Io imparavo da lui: è il maestro che impara dall’allievo. Esattamente. E questo mi ha dato una grande ricchezza, perché pur nella differenza di età, la nostra relazione era sempre alla pari.

Ora quanti anni ha?

Nicholas ora ne ha 40. È un bravo artigiano pittore, nel senso che a Milano con ‘pittur’ si indica sia l’imbianchino che il pittore, e Nicholas fa l’imbianchino, cioè l’artigiano, ma secondo me ha un grande talento d’artista e di pittore, ma unendo le due cose, e secondo me questa è la chiave più importante: unire mente, cuore e viscere. Unisce non solo il modo di fare, unisce l’artista. Per me ieri, ma soprattutto anche oggi, un artigiano e un artista lavoravano, lavorano, con il cuore e con le mani; quindi, solamente se si sporca le mani per me è un’artista, poi so che ci sono gli artisti concettuali, tante altre correnti. Però, per me, la mia idea di artista è colui che lavora con le mani, ma anche ovviamente con la testa e con il cuore. In questo senso questo libro è dedicato a Nicholas. Perché contiene pure tutta una serie di disegni e di illustrazioni di Nicholas di questi anni italiani.

In spagnolo, ma il concetto era proprio questo, c’è un detto che dice: “Bisogna vivere intensamente ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma progettare, lavorare, come se si vivesse cento anni.” Ecco, evidentemente sono giunto anch’io a una certa età, e trovando anche amici, compagni di scuola o altre persone che già hanno fatto l’ultimo viaggio, a me sembra importante sia godere, sia vivere, sia costruire relazioni umane, soprattutto in questa società, dove quelli della mia generazione – io sono del ‘52 e devo dire, con dolore, che anche Putin è del ‘52, però per fortuna anche Benigni è del ’52 – se devo pensare a una generazione di pace, amore e libertà, quello che abbiamo realizzato è proprio un disastro, cioè la società di oggi. Io criticavo i miei genitori quando ero adolescente. Devo dire che probabilmente hanno molto ragione i nostri figli, e gli adolescenti di oggi, a criticare una società che non tiene conto della natura, che non dà valore alla terra, agli animali, innanzitutto alle persone, ma anche a tutto l’insieme come un tutto unico. E questo ce lo insegnano invece anche gli astronauti. Gli astronauti, dal loro alto punto di osservazione – mi sembra che nel ‘69 l’uomo sbarcò sulla luna – Samantha Cristoforetti, questa astronauta italiana che quando dall’alto manda la foto del pianeta terra, del pianeta azzurro, vede che è un tutto unico, un corpo unico. Quindi quale che sia la tua credenza religiosa, metafisica, quando poi siamo immersi dentro questo piccolo punto nell’universo, ecco che ci sono queste frasi: “Questo è mio, questo è tuo”, e ci sono le guerre, c’è la distruzione e c’è tutto quello di cui l’uomo, nel bello e nel brutto, è capace. E io spero, in quest’ultimo tratto, nel mio percorso di vita che ho ancora da fare, di lasciare qualche cosa di buono, di significativo, perché è questo, secondo me, che ha il valore dell’eternità.

Con Teresa Ricco

E allora, siccome tu pensi di vivere ancora fino a cent’anni e magari anche oltre, quali sono i progetti nell’immediato futuro per Spezia?

A dicembre 2026 mi piacerebbe fare un’esposizione significativa delle opere di scultura di argilla di Teresa Ricco, che sono tutti prototipi di sculture molto significativi, molto importanti e magari accompagnati da alcune opere mie. Mi piacerebbe fare un’esposizione congiunta di Teresa Ricco e del sottoscritto, non tanto perché siamo marito e moglie, ma perché da più di cinquant’anni siamo artisti che hanno condiviso una lunga traiettoria di vita e di arte insieme.

Ogni estate io vengo in provincia, anche se non con molta pubblicità, perché vengo con piccoli gruppi, sempre a disegnare. Un tempo andavo sui percorsi delle Cinque Terre, adesso sto cercando altri percorsi, i sentieri più alti o sentieri meno conosciuti dal flusso della massa turistica. Non perché non mi piacciano le scogliere delle Cinque Terre, ma perché, per esempio, probabilmente ci vado a disegnare quando è inverno e c’è meno gente. D’estate andrò con piccoli gruppi, magari a Reggio di Vernazza e nel sentiero alto.

Vuoi parlarci anche del tuo progetto per il 2026 a Venezia?

Quando sono tornato in Italia è nata Janet, la mia terza figlia. E oggi Janet ha 30 anni. Io considero anche la mia pittura, anche l’associazione di cui sono presidente, il Laboratorio di Cromografia, una realtà che compie 30 anni di attività. E allora mi piacerebbe fare una retrospettiva di Cromografia a ottobre a Milano, perché ho gli spazi. Ho sia il laboratorio sia altri spazi che posso utilizzare. Poi a novembre intendo fare una mostra interessante intitolata “Un acquerello lungo un anno”, che significa una mostra di 365 acquerelli, proprio come se fossero le pagine di un diario a colori. E a dicembre, se trovo lo spazio e le collaborazioni giuste, una esposizione delle opere di Teresa Ricco con anche qualcosa di mio intorno.

Claudio Jaccarino offrirà nel firmacopie alcuni dei suoi libri e soprattutto l’ultimo, che è un’anteprima speciale per La Spezia, perché uscirà nelle librerie d’Italia soltanto nel gennaio 2026.

In copertina Lerici e l’arcipelago della Spezia by Jaccarino

By Paolo Luporini

(Riproduzione riservata)

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