Mer 14 Ott 2026
Manuela Seletti

Un dialogo intimo con Manuela Seletti una scrittrice spezzina che intreccia memoria, ascolto e cura della persona, dando voce a storie nate dal territorio e dall’esperienza vissuta.

Nata nel fervore degli anni ’70, vissuta tra Portovenere e La Spezia, scrittrice e titolare del centro estetico “Le vie della bellezza” in via Fazio 75, Manuela Seletti assimila dalla famiglia e dall’ambiente in cui cresce, l’abitudine al dialogo, all’osservazione, alla comprensione di persone, luoghi e vicende. Rivela ascolto attento, sguardo mai distratto, ricerca di silenzio e otium contemplativo che rigenerano. Dà risposte ai disagi esistenziali per la sua capacità di gestire e arginare ansie e debolezze, affrontare i colpi inferti dalla sorte e dalla vita. Conoscere le difficoltà consente a Manuela di capire e rispettare gli altri, essere clemente, tendere la mano se necessario.

La passione a comporre parole l’accompagna da quando inizia a leggere e scrivere, il loro senso e suono divengono i mezzi consoni a esprimersi. Spingono anche ad acquisire conoscenza, migliorare, arricchire, affinare lo stile, poiché con rara umiltà il suo costante desiderio è apprendere.

Partendo dall’infanzia, che cosa hanno rappresentato per te bambina, poi adolescente, le figure materna e paterna?

Ritratto di Manuela Seletti

Ho avuto infanzia e adolescenza meravigliose. Sono cresciuta nella bellezza e nella ricchezza. Non parlo di ricchezza materiale né di benessere economico, ma di sentimenti e valori. Figlia unica, arrivata nella tarda età di mia madre, sono stata molto seguita e amata. L’incoraggiamento alla lettura fin dall’infanzia, l’approccio senza censure, ma guidato con grande tatto, mirava alla comprensione degli argomenti trattati nei libri che la mamma amava e mi proponeva. Mio padre, pittore conosciuto e stimato, mi ha educata alla bellezza e all’armonia, mi ha insegnato come riconoscerle nelle cose e nelle persone. Nel suo laboratorio adoravo guardarlo dipingere, assorto a studiare le prospettive, le luci, le ombre. Spesso posavo per lui e gli chiedevo di parlarmi dei grandi maestri della storia dell’arte. I genitori hanno rappresentato il fulcro della mia formazione e anche della personalità. Mi riconosco in entrambi.

Se ricordi Calata Doria di Portovenere, tra gli elementi marini e l’ombra dei carugi, i profumi delle cucine e del salmastro, le tipologie umane, tipiche del tuo particolare microcosmo, quanto di quel sentire la vita ti è rimasto dentro?

Portovenere è casa. Mi piace immergermi nei ricordi di quando il mio borgo era molto diverso. Noi bambini vivevamo nella libertà più totale, come capita nei piccoli paesi: nitidi ritornano voci e soprannomi in dialetto di tante persone, quando la comunità unita faceva scudo all’invasione dello straniero (il turista), chiamato il foresto. In ogni stagione c’era qualcosa da festeggiare: feste di partito, religiose, di carnevale. Si allestivano il presepe in chiesa a Natale, i carri allegorici per la sfilata del Palio ad agosto, gli altarini nei carugetti per la festa della Madonna Bianca. Il teatro comico-satirico di carnevale, all’oratorio, aveva sceneggiatura e regia di mio padre con benestare del parroco. Grandi e piccini interagivano con gioia. Le estati luminose e caotiche lasciavano il posto agli inverni tranquilli, quando il paese mutava colori e profumi, rallentava i suoi ritmi quasi volesse assopirsi sotto una coperta di nuvole. C’è molto di quei ricordi e di quel vissuto nei miei scritti.

Foto By Maria Pia Pozzi

Percorriamo alcuni temi presenti in La vita si sente – Storie vere, possibili, probabili (Il Seme Bianco Editrice). Perché hai iniziato a preparare questa raccolta antologica di 16 racconti?

Parto dai due racconti a cui tenevo in modo particolare e che desideravo rendere pubblici. Il primo è Il fiuto di Willy, scritto nel 2018 e fatto leggere a una cara amica e cliente storica, appassionata dei miei racconti. Nel 2020 mi ha informato di un bando di concorso indetto dalla nota rivista femminile Confidenze. Cercavano una storia inedita che avesse come protagonista un animale. Il racconto vincitore, selezionato dalla giuria, sarebbe stato pubblicato. Sul numero 27 del 23 giugno 2020 uscì proprio il mio, per esigenze editoriali modificato soltanto nel titolo: Col fiuto di Willy. Letto da tantissime persone, decisi che questo vecchio cane, artefice di un vero prodigio, meritava uno spazio su un libro tutto mio.

Che cosa ci dimostra e insegna Willy, il vecchio cane parlante che conduce l’intero racconto?

Willy, prima adottato perché sostituisce un figlio che non arriva, poi riportato al canile perché divenuto di peso con la presenza improvvisa del neonato, elargisce amore puro. Sventa sul piccolo un pericolo e aggiunge il perdono alla sua famiglia di umani che, alla fine, pentita lo riammette. Quanto bene può sgorgare dal perdono? Ci sono errori che diventano colpe e pesano come macigni. Ci sono scelte difficili, decisioni drastiche che feriscono, ma si può giungere al perdono con la comprensione della debolezza della natura umana. Questo Willy ha capito e  racconta nella sua avventura.

Parlaci del secondo racconto, un concentrato di percezioni femminili, portentose per abbattere la solitudine di chi vive in un’isola e alimenta sogni realizzabili con la pervicacia del carattere e la cura della mente.

Anche il secondo racconto ha come protagonista un animale ed è intitolato Il suo amico migliore. L’idea iniziale era finalizzata a un romanzo breve con altro titolo. A metà però mi sono arenata. Non avevo sufficienti elementi per costruire l’intreccio di un romanzo che doveva rievocare anche un conflitto mondiale. Avrei dovuto supplire ai vuoti eccedendo nell’invenzione e non mi pareva onesto nei confronti della nonna che mi raccontava sempre, quando ero piccola, questa vicenda d’amore avvenuta nel primo ventennio del ‘900. Così l’ho racchiusa in un piccolo scrigno e ho fatto diventare il racconto un lembo di storia del nostro Golfo dei Poeti, illuminato dal faro del Tino e dagli occhi di Francesca, in perenne dialogo con la natura e in paziente attesa del suo dolce amore dal fronte. Ha ricevuto un riconoscimento bellissimo al Premio Letterario Lord Byron 2019.

Manuela Seletti

Nel libro hai raccolto altri 14 racconti, la cui genesi mostra sempre una vicenda importante da recuperare.

Scritti in circa 10 anni, alcuni sono storie vere, altri nascono da una suggestione, una riflessione, una visione, un profumo, un sogno, qualcosa che ha colpito la mia sensibilità e poi si è trasformato in una creatura. Sono riflessiva ed empatica, sempre disposta all’ascolto, con me le persone si confidano e aprono, poiché non giudico, non dispenso consigli, mi limito ad ascoltare e partecipare al dolore o alla gioia altrui. Molte testimonianze, ricevute nel corso di tanti anni di professione, sono diventate racconti. Credo che “la vita spesso si faccia sentire”, con tutta la sua fatica, le tempeste da affrontare, i dubbi, le scelte, le decisioni che essa chiama a prendere. Ogni persona, con un vissuto alle spalle, potrebbe riconoscersi in una di queste storie. La vita si fa sentire anche nel suo stupore, nel miracolo dell’aurora che annuncia il nuovo giorno, negli occhi di qualcuno che silenziosamente ci chiede aiuto, nella magia di un incontro desiderato e sognato da anni, poi finalmente giunto. La vita si sente poiché si ascolta, con le orecchie e con il cuore.

Qual è stato il tuo percorso nella scrittura creativa?

Fin da bambina subisco il fascino delle parole. La potenza e l’energia che sprigionano si raggiungono in base a come vengono scelte e amalgamate. Mi è sempre piaciuto “giocare” con le parole, ricordo ore trascorse a risolvere rebus, cruciverba o cercare sinonimi sul dizionario. Molte letture dell’infanzia e della giovinezza sono state riprese nell’età adulta, perché la rilettura ha fatto emergere qualcosa che prima non avevo notato o capito. Com’era ed è meraviglioso immergersi in un testo coinvolgente, così è altrettanto affascinante capire perché l’autore ha scelto un particolare verbo, un sostantivo, un aggettivo. Le voci dei vari personaggi di una storia, la percezione del non detto, i colori forti e le sfumature delicate, quando emergono dalle pagine di un libro, sono suggestioni che arrivano penetranti come se contemplassimo un dipinto. Nella lettura si attraversano tutte le emozioni e gli stati d’animo. È questa la mia continua, ostinata ricerca nello scrivere, poiché voglio migliorare. Non ho alle spalle alcuna formazione universitaria e liceale, ma un diploma scolastico professionale e un altro di estetista, necessario per la mia professione.

Come cerchi di perfezionare il valore della pagina scritta, così proteggi e curi con lo stesso impegno la bellezza estetica femminile?

Sono estetista da quasi 30 anni e da 20 conduco  insieme a mio marito, che è parrucchiere, un’attività in proprio. Il settore del benessere mi ha sempre affascinato e la cura della persona a 360° è il mio obiettivo. Credo fermamente che la bellezza sia espressione d’interiorità e salute psicofisica. Sono contraria agli interventi invasivi alla ricerca, assurda, di una giovinezza che ormai è svanita per cedere il passo alla maturità e infine alla vecchiaia. Ciclo che non possiamo evitare, ma possiamo sempre vivere bene  modificando stile di vita e immagine, avendo cura e rispetto della nostra pelle. Sono favorevole alla chirurgia estetica se possa correggere o ricostruire, ridare armonia e dignità a un corpo femminile che ha subito traumi, ferite o mutilazioni. Come estetista sono consapevole di questo “viaggio”, che percorro vicino alle mie affezionate clienti, che seguo dall’inizio della mia carriera, insieme alle loro figlie e spesso alle nipoti. Ascoltano i miei consigli, si fidano delle nuove tecnologie che propongo loro con risultati spesso sorprendenti. L’estetica del corpo è in continua espansione, c’è molto da studiare per rimanere al passo e l’aggiornamento rende ancor più stimolante questo lavoro, che apre anche a tante relazioni.

Sono proprio queste persone – le osservo, le tocco con le mani, le ascolto – la mia fonte d’ispirazione. Ci vuole però esperienza, dopo tanti anni ne ho acquisita a sufficienza e capisco subito lo stato d’animo di una persona appena si sdraia sul mio lettino: il respiro, il movimento degli occhi, il timbro della voce, la reazione al mio tocco. Il corpo parla più della voce, lancia segnali di continuo e sta a noi, operatori del benessere, saperli decifrare e impostare il nostro lavoro per donargli equilibrio, benessere e autostima. Tanti anni fa si è presentata una cliente anoressica che mi chiedeva massaggi “forti”. Voleva sentire la pressione decisa delle mie mani sul suo corpo fragile e minuto che stava scomparendo. Mi domandavo il motivo di tale desiderio. Ho capito in fretta. Era una ragazza bellissima e molto intelligente. Non parlammo mai del suo problema, non le feci domande e nemmeno le praticai un massaggio “forte”: la sua muscolatura troppo debole non avrebbe potuto sopportarlo. Le feci invece dei massaggi pieni di amore, calore e rispetto per un corpo e un’anima fragili. Dopo qualche seduta si aprì completamente, mi raccontò di sé e cominciò un percorso  con un’esperta psicoterapeuta. Mi colpirono profondamente la sua storia e il perché, secondo lei, era arrivata alla scelta di non mangiare più. Dopo molte riflessioni e tormento, scrissi un racconto, “@libellula2000”, che pone al centro di una donna il desiderio vitale d’amore e libertà dal peso del giudizio altrui.

Il tempo non scalfisce la freschezza di  Manuela e oggi, a distanza di tanti anni, mi lascio andare a una confessione. È stata mia allieva: indiscusso l’acume, vivace l’intelligenza, la migliore nella sua classe a svolgere temi. Le consigliai gli studi universitari, ma la vita ha i suoi percorsi e le offrì opportunità diverse. Alla prova di italiano della Maturità emerse, ancora una volta, la sua vigorosa personalità. Dopo aver riflettuto e scritto per 4 ore, non soddisfatta, d’istinto accartocciò i fogli timbrati e firmati dal presidente di Commissione. Li gettò nel cestino dei rifiuti per iniziare da capo lo svolgimento, scegliendo un’altra traccia di tema. Il risultato delle ultime due ore, con scrittura di getto e senza brutta copia per mancanza di tempo, fu superlativo; ma io, membro interno presente in aula, sudai freddo quando  recuperai “di straforo” i fogli protocollo per impedire che la prova fosse invalidata. Serafica, lei cercò di stirarli al meglio con le mani. Da allora Manuela Seletti continua a dimostrare che la vita s’impara vivendo. Proprio le esperienze più assurde, terribili e inenarrabili, vissute in terra d’origine o in contesti lontani dai protagonisti dei suoi racconti, testimoniano coraggio estremo e insospettabile.

By Marisa Vigo

(Riproduzione riservata)

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