Dom 15 Mar 2026

Nel Giorno del Ricordo 2026, La Spezia rinnova la memoria dell’esodo giuliano-dalmata mettendo al centro la storia dei circa 4.000 profughi della frontiera orientale accolti in città, in particolare nel Villaggio Nazario Sauro, nato a Mazzetta come simbolo concreto di solidarietà e rinascita dopo il Trattato di Pace del 1947.

A Parigi il 10 febbraio del 1947 fu firmato il trattato di pace, conclusivo della seconda guerra mondiale, che sancì la perdita della sovranità italiana su Zona B del cosiddetto Territorio Libero di Trieste (Istria e territori a Nord fin quasi al confine austriaco, compresa una parte di Gorizia), Fiume e provincia, possedimenti nostri in Dalmazia.

Villaggio Nazario Sauro Mazzetta Madonna della Rinascita

Sulla costa sud occidentale dell’Istria, nella piazza principale di Pola, in quelle stesse ore Maria Pasquinelli estrasse la sua pistola e freddò con tre proiettili il generale di divisione inglese Robert De Winton (1908), il comandante della guarnigione britannica. Quindi si lasciò arrestare senza opporre resistenza. Gesto eclatante e lungamente meditato.

Maria Pasquinelli (1913-2013) era maestra elementare, fiorentina, fervente patriota. Conquistata da quelle terre orientali, considerava un sopruso la cessione perpetrata a vantaggio della Jugoslavia, un tradimento verso i tanti morti italiani caduti nelle guerre combattute per quelle stesse regioni. Ben consapevole che sarebbe stata arrestata e condannata a morte, non esitò minimamente nel suo proposito. Nell’occasione Maria era avvolta in un cappotto rosso. “Colore “politico” per eccellenza, legato alla Rivoluzione francese e poi alle lotte sociali del XIX secolo europeo, il rosso del cappotto indossato da Maria sembrò farsi simbolo della volontà di ribellione da parte di una donna animata da una passione “estremista”, non priva di pericoli. (1)

Davanti alla Corte Militare Alleata di Trieste Maria Pasquinelli si dichiarò colpevole e spiegò le motivazioni dell’omicidio, precisando poi che mai avrebbe chiesto la grazia agli oppressori della sua terra. La condanna a morte per fucilazione fu commutata in ergastolo da scontare in Italia. Dopo 17 anni di carcere, senza mai ombra di pentimento, su beneplacito di Elisabetta II d’Inghilterra e per gravi motivi familiari, fu graziata il 22 settembre 1964 dal Presidente del Senato della Repubblica, Cesare Merzagora, Capo dello Stato supplente per l’infermità del Presidente Antonio Segni.

La Spezia e il Giorno del Ricordo 2026: il Villaggio Nazario Sauro e l’accoglienza dei profughi istriani

Occorre ricordare che circa 700 profughi, prevalentemente di Pola, nel 1947 trovarono sistemazione in località Ruffino alla caserma “Ugo Botti”, messa a disposizione dalla Marina Militare. Successivamente a Mazzetta furono approntate, grazie al finanziamento UNNRA – CASAS (2) e altri fondi pubblici, nove palazzine per 54 famiglie che vi trovarono accoglienza dalla fine di dicembre del 1954. A questo primo nucleo di polesani si aggiunsero, fra il 1957 e il 1960, 34 famiglie che trovarono ospitalità in alcuni edifici contigui ai precedenti, con ingresso da via Fontevivo, mentre dopo il 1960 nella parte nordorientale della città altre 36 famiglie di profughi trovarono casa in via Proffiano (quartiere di Rebocco), così liberando completamente gli spazi della caserma Botti.

Nell’arco di pochi anni e nel nome dell’eroe istriano Nazario Sauro, ufficiale di rotta della Regia Marina sul sommergibile “Giacinto Pullino” nella prima guerra mondiale, si è così formato a Mazzetta un piccolo quartiere che gravita sulla piazzetta “Martiri delle foibe”, martiri dall’Italia ufficiale onorati solo dopo vari decenni da quegli eventi orribili grazie al Giorno del Ricordo (legge 30 marzo 2004 n. 92).

Ai margini della piazzetta, esempio unico in città, il piccolo tabernacolo della Madonna della Rinascita (in foto) vigila e assiste, per chi crede e anche non crede, questo lembo spezzino di Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia.

Ma ben 4.000, come in piazzetta “Martiri delle foibe” si rammenta, furono i profughi della nostra frontiera orientale che in città e provincia trovarono riparo e, soprattutto, una calorosa accoglienza. Doveroso è anche ricordare tre polesani che molto si adoperarono in loco per rendere dignitosa la vita a chi fu costretto dalla inaudita violenza jugoslava a lasciare la terra natia: il dottor Mario Lazzini, già alla Spezia dagli anni Venti, Lino Vivoda ed Ermanno Pavesi.

Sala Dante: commemorazione ufficiale, musica degli studenti e testimonianza sulla strage di Vergarolla

Dopo gli interventi istituzionali (presidente Consiglio Comunale e Sindaco) è seguito quello del presidente ANVGD Andrea Manco. Poi sono stati offerti al pubblico celebri brani musicali da parte degli studenti di alcuni Istituti scolastici cittadini: nell’ordine Liceo Musicale Cardarelli, Istituto Tecnico Capellini – Sauro, Istituto Comprensivo n. 1 – Scuola Secondaria di 1° grado Piaget, Liceo Classico Costa, Istituto Comprensivo n.4 -Scuola Secondaria di 1° grado Pellico – Mazzini.

Il clou emotivo è giunto con la testimonianza di Claudio Bronzin sulla strage di Vergarolla, la spiaggia di Pola. Ecco nel suo racconto la tragica giornata del 18 agosto 1946:

Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia

“C’erano centinaia di persone, bandiere e gente in festa per assistere alle gare natatorie della Coppa Scarioni organizzate dalla Società Canottieri ‘Pietas Julia’. Io ero lì con tutta la famiglia Bronzin. Ero allora undicenne, giocavo con i miei amici su dei cilindri, dei residui bellici abbandonati; per noi era materiale innocuo, nessuno pensava che lì c’erano nove tonnellate di esplosivo. Qualcuno però lo sapeva, lo sapeva certamente il Comando Militare Alleato e lo sapeva l’OZNA, la polizia segreta di Tito, perché la Jugoslavia voleva questo esplosivo come bottino di guerra. Alle 14.10 ho sentito un colpo secco, l’innesco. Ho alzato gli occhi e ho visto un’immensa colonna di fuoco, polvere, fumo. Sembrava una bomba atomica. Mio padre ci ha lasciati dallo zio ed è corso a cercare le sorelle, i nipoti. In quel tempo interminabile io vedevo i soccorsi e ricordo i gabbiani: urlavano, si buttavano sui piedi, sugli alberi, nel mare. Io ragazzo, ingenuo, pensavo fossero impauriti; no, si chiamavano per banchettare, perché i morti sono volati in cielo, da tutte le parti. Per tanti mesi a Pola nessuno ha mangiato pesce, perché anche i pesci hanno banchettato. Una strage di centotrenta morti su trentaduemila abitanti”.

By Pier Paolo Meneghini

(1) da “Valentina Motta, Donne, Eroine, Martiri delle foibe – Storie al femminile sulla frontiera orientale (1943-1945), Passaggio al Bosco editore, Firenze 2025 e seconda edizione 2026.
(2) Il Comitato UNRRA-CASAS (United Nations Relief and Rehabilitation Administration – Comitato Amministrativo Soccorso Ai Senza Tetto) è stato un ente italiano istituito nel dopoguerra (1945-1946) con lo scopo di costruire alloggi per le famiglie rimaste senza casa a causa del conflitto. Il finanziamento delle sue attività proveniva principalmente dagli aiuti internazionali dell’UNRRA, una organizzazione delle Nazioni Unite, integrati successivamente da fondi del Piano ERP (European Recovery Program) e dallo Stato italiano. Caratteristiche del finanziamento e dell’attività – Origine dei fondi: I fondi UNRRA provenivano da un’amministrazione internazionale, con un contributo significativo degli Stati Uniti (quasi la metà del budget totale dell’organizzazione). Scopo: Agevolare la ricostruzione edilizia, in particolare per le fasce povere, e realizzare villaggi residenziali.

Foto di copertina realizzata con AI

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