
Un uomo dietro il vetro: il caso che divide
Il “Mostro” chiuso nella scatola di vetro: Robert Maudsley. C’è un confine sottile, quasi invisibile come il vetro antiproiettile di una cella di isolamento a Wakefield, nel Regno Unito, che separa la sicurezza collettiva dall’accanimento punitivo. Oltre quel vetro siede Robert Maudsley. Ha 71 anni, ma per lo Stato britannico è un’individuo ‘congelato’ nel tempo dal 1978. Maudsley sta scontando più ergastoli per l’omicidio di quattro uomini, tutti avvenuti negli anni Settanta. Le sue vittime erano colpevoli di gravi reati, tra cui abusi su minori.
Ben lontano dall’immaginario del criminale colto e manipolatore creato da Thomas Harris con il personaggio di Hannibal Lecter, Maudsley è il prodotto brutale di abusi familiari mai curati e di una psiche precocemente alterata dalle droghe. Non c’è nulla di erudito nel suo male; c’è solo l’eco distorta di un’infanzia violata che ha trovato sfogo in una ferocia cieca.
La scatola di vetro e l’isolamento senza fine
Maudsley è l’unico detenuto del Regno Unito a vivere in una scatola di vetro in totale isolamento nel carcere di Wakefield Prison. Il ronzio dei neon è l’unica colonna sonora della sua esistenza. Recentemente ha chiesto un pappagallo per rompere il silenzio: la risposta è stata un “no” burocratico. Lo Stato non gestisce più un uomo, ma un reperto biologico pericoloso.
Le sue vittime — Farrell, Francis, Darwood, Roberts — erano predatori di bambini. Uomini che avevano inflitto ad altri lo stesso trauma che Maudsley aveva subito da piccolo. In una distorsione tragica della psiche, Maudsley si è trasformato in “una sorta di angelo sterminatore’’, eliminando coloro che incarnavano il suo stesso dolore originario.
Il dilemma etico: sicurezza o accanimento?
Certo, la violenza non è mai giustificabile. Un omicidio resta tale, anche se la vittima è un criminale. Ma qui sorge il dilemma etico che la nostra società civile finge di non vedere:
Che differenza c’è tra la furia di un killer e la fredda, lucida privazione inflitta per cinquant’anni da un sistema democratico?
Se un uomo è troppo pericoloso per stare con gli altri, la psichiatria moderna dovrebbe offrire soluzioni che vadano oltre il semplice isolamento permanente. Negargli persino la compagnia di un pappagallo — un essere vivente da curare, un ponte verso quella responsabilità e quell’affetto che gli sono sempre stati negati — significa ammettere che lo Stato ha rinunciato alla sua funzione. Se la pena deve tendere alla rieducazione, che senso ha sigillare un uomo in una teca per mezzo secolo?
La verità è che Maudsley è diventato lo specchio scomodo dei nostri fallimenti: è il bambino abusato che non abbiamo protetto, è il malato psichico che non abbiamo curato, è l’assassino che ora non sappiamo come guardare negli occhi.

La soluzione adottata finora è stata quella di tenerlo sospeso in un vuoto pneumatico, aspettando che il tempo svolga il lavoro sporco che la legge non può fare: spegnerlo per sempre. Ma finché quel vetro rimarrà intatto, a restare in frantumi sarà la nostra pretesa di chiamarci società civile.
Ma quello che inquieta davvero è che questa non è una storia di fantasia, un intreccio nato dalla penna di un romanziere noir. È la cruda realtà che, come nelle narrazioni più riuscite, colpisce con un pugno nello stomaco. È la storia difficile di un uomo che, chiuso in una prigione di vetro e ammorbato dall’inedia, resta seduto, immobile, a fissare un punto invisibile oltre la teca. Aspetta solo che la morte arrivi a liberarlo da una vita che, in fondo, non è mai iniziata.
By Catia Cidale
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