
Il No prevale con circa il 54% in Italia e anche alla Spezia e si è raggiunta un’affluenza molto elevata, prossima al 60%. Un dato che conferisce al risultato un peso politico difficilmente ridimensionabile: il Paese si è mobilitato e si è diviso quasi a metà su una riforma costituzionale che avrebbe dovuto modificate l’attuale assetto della magistratura separando le carriere tra Pm e Giudici.
Il verdetto delle urne segnala una diffidenza diffusa verso una modifica della Costituzione percepita da una parte consistente dell’elettorato come poco convincente nel merito e troppo connotata politicamente nel metodo.
I punti qualificanti della riforma – separazione costituzionale delle carriere, duplicazione del Consiglio superiore della magistratura e introduzione del sorteggio per la selezione dei componenti togati – non hanno raggiunto il consenso necessario per giustificare una revisione dell’assetto costituzionale.
Il risultato appare coerente con le criticità già evidenziate nell’analisi pubblicata nei giorni scorsi da Spezia Mirror, dove si sottolineava come il referendum rischiasse di intervenire su aspetti in larga parte già regolati, lasciando invece sullo sfondo i problemi strutturali della giustizia.

La separazione delle carriere, presentata come passaggio decisivo per garantire maggiore equilibrio tra accusa e difesa, è stata percepita da molti come la formalizzazione di una distinzione già ampiamente esistente. Il passaggio tra funzione requirente e funzione giudicante è infatti già fortemente limitato e soggetto a vincoli stringenti.
In altre parole, la riforma proponeva di separare sul piano costituzionale ciò che nella pratica è già largamente separato.
Anche la previsione di due distinti Consigli superiori della magistratura non è stata interpretata come una risposta diretta ai problemi strutturali della giustizia, ma come una modifica ordinamentale con impatto organizzativo e costi aggiuntivi senza effetti immediati sull’efficienza del sistema.
Il meccanismo del sorteggio, indicato come strumento per ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura dopo il caso Palamara, non è apparso a una parte significativa dell’elettorato una garanzia sufficiente di maggiore indipendenza o qualità delle decisioni.
Il voto sembra quindi indicare che i pilastri della riforma non sono stati ritenuti sufficientemente solidi da giustificare una modifica della Costituzione.
La spaccatura del Paese riflette anche il percorso politico della riforma, approvata in Parlamento senza modifiche sostanziali e senza un confronto preventivo ampio con le opposizioni. Una scelta che ha contribuito a rafforzare la percezione di una riforma sostenuta principalmente dalla maggioranza e che ha finito per trasformare il referendum in una competizione politica.

L’esito rappresenta la prima battuta d’arresto significativa per il governo guidato da Giorgia Meloni su una riforma istituzionale considerata identitaria da una parte della maggioranza.
Non si tratta di un passaggio che incide sulla stabilità dell’esecutivo, ma il risultato segnala la difficoltà di modificare la Costituzione senza un consenso parlamentare più largo, soprattutto su materie tecnicamente complesse come l’ordinamento giudiziario.
Nel corso della campagna referendaria il dibattito è stato inoltre influenzato da elementi esterni al merito della riforma, tra cui il caso legato al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, protagonista di un caso mediatico che ha sollevato interrogativi di credibilità politica proprio mentre promuoveva persino alla Spezia pubblicamente la riforma.
Un contesto che ha probabilmente contribuito a delegittimare le ragioni del Sì come molti esponenti della destra tra cui lo stresso ministro della Giustizia Nordio.

Resta infine una considerazione più generale: l’intensità dello scontro politico e l’impegno istituzionale dedicato a questa riforma mostrano quanto il tema fosse ritenuto strategico dal governo. Proprio per questo, il risultato riapre una domanda di fondo: se uno sforzo politico così rilevante fosse stato indirizzato verso i fattori che incidono direttamente sul funzionamento della giustizia – durata dei processi, carenza di personale, organizzazione degli uffici, digitalizzazione – il dibattito avrebbe probabilmente assunto un carattere meno divisivo e più concreto.
Il referendum non modifica l’assetto della magistratura ma lascia un’indicazione chiara: su temi che incidono sull’equilibrio tra poteri dello Stato, una parte rilevante dell’elettorato chiede riforme percepite come necessarie e condivise, non interventi letti come simbolici o divisivi.
La consultazione si chiude quindi con un Paese diviso e con una riforma che non ha superato la prova del consenso, lasciando aperta la questione principale: come intervenire davvero sui nodi storici della giustizia senza trasformare ogni modifica dell’ordinamento in uno scontro politico ma soprattutto la Costituzione in primis va attuata e non modificata.
(Riproduzione riservata)
