Separazione delle carriere più che una riforma della giustizia, un tagliando al governo: il Governo ha blindato tutto, il merito delle modifiche è finto e agli elettori resta un quesito tecnico usato come leva politica.
C’è un primo dato, semplice semplice, da cui conviene partire: questo referendum si poteva evitare.
Le leggi costituzionali, se affrontate con un minimo di serietà istituzionale da chi le propone, dovrebbero cercare il massimo della condivisione possibile. Non perché maggioranza e opposizione debbano amarsi, ma perché quando si mette mano agli equilibri tra poteri dello Stato non si dovrebbe procedere come con una legge-bandiera da esibire a reti tv unificate. Invece è successo esattamente questo: la riforma è stata predisposta dal governo, portata in Parlamento con l’intento di approvarla senza accogliere nemmeno un emendamento, né della maggioranza né dell’opposizione. Blindata dall’inizio alla fine in spregio del potere legislativo e quindi del Parlamento costretto a votare un testo precofezionato.

E allora la domanda è inevitabile: se una riforma costituzionale nasce così, può davvero essere raccontata come una riforma “di sistema”? No. Diventa per forza una legge di parte, e infatti il referendum è finito per essere ciò che in realtà è sin dall’inizio: non un confronto sul merito, ma una battaglia politica tra maggioranza e opposizione.
A quel punto tutto il resto viene di conseguenza. Siccome la materia è di una complessità tecnica evidente, è inevitabile che una larga fetta di elettori non voti entrando nel dettaglio di Csm, alta corte disciplinare, funzione requirente e funzione giudicante, ma si affidi alle appartenenze: chi si fida del governo tenderà a votare Sì, chi vede nel governo un problema tenderà a bocciare il quesito con il NO. Altro che libero convincimento sul merito! Si vuole modificare in punti importanti la Costituzione solo per misurare i rapporti di forza tra maggioranza e opposizione in vista delle elezioni del 2027.
Ed è questo il primo trucco politico del referendum: far passare per riforma tecnica ciò che è soprattutto una tagliando o un pit stop al Governo in carica.
Il secondo trucco è ancora più insidioso, perché riguarda il cuore stesso della propaganda sul Sì: la famosa separazione delle carriere. Presentata come svolta epocale, come rivoluzione capace di restituire terzietà ai giudici e ordine al processo. Peccato che, a ben vedere, la separazione delle carriere esista già di fatto.

Oggi il passaggio da giudice a pubblico ministero e viceversa è già fortemente limitato. Lo si può fare una sola volta nella carriera e cambiando distretto o regione. Non siamo davanti a magistrati che al mattino fanno i PM e al pomeriggio si travestono da giudici. Il sistema, di fatto (Cartabia docet) , ha già costruito barriere molto robuste. E se davvero si riteneva necessario alzarle ancora, lo si poteva fare con una legge ordinaria, intervenendo sui residui margini di mobilità senza inscenare una battaglia simbolica.
Per questo il referendum appare, più che inutile, ridondante: pretende di introdurre una frattura che nell’esperienza concreta è già largamente raggiunta. Da qui la sensazione che la vera posta in gioco non sia la giustizia, ma il messaggio politico da incassare il giorno dopo. Un sì varrebbe come investitura al governo; un no come segnale di resistenza. Ma con un dettaglio non secondario: la stessa Meloni ha già annunciato che non si dimetterebbe in caso di vittoria del no. Dunque il cosiddetto tagliando al governo non produrrebbe neppure l’effetto politico più evocato dai suoi avversari. In nessuno dei due casi, comunque, si accorcerebbe di un minuto un processo.
E infatti nemmeno i promotori della riforma sostengono seriamente che questa operazione renderà la giustizia più veloce. Non tocca gli organici, non tocca le scoperture di personale, non tocca l’arretrato, non tocca l’organizzazione materiale degli uffici. Tocca invece gli assetti, i simboli, i rapporti di forza. Che è un altro film.
Poi c’è il terzo trucco, quello venduto come terapia definitiva contro le correnti: il sorteggio. Qui il convitato di pietra è sempre lui, Luca Palamara, con il campionario di relazioni opache emerso nel caso dell’Hotel Champagne, dove comparivano anche due esponenti del Pd. Quello scandalo è stato un colpo durissimo alla credibilità della magistratura associata e del Csm, su questo c’è poco da discutere. Ma da un vulnus reale non discende automaticamente una cura sensata.
Perché la vera domanda è: chi garantisce che il sorteggio produca organismi più indipendenti?
Sorteggiare non è sinonimo di bonificare. Non basta estrarre dei nomi da un’urna per sterilizzare pressioni, influenze, appartenenze, debolezze, ambizioni e rapporti di potere. Anzi: il rischio è opposto. Si smonta un sistema elettivo perché malato di correntismo e lo si sostituisce con un meccanismo che potrebbe consegnare funzioni delicatissime a soggetti scelti dal caso, non dal consenso, non dalla rappresentanza, non da un mandato esplicito.
E non è neppure vero che il sorteggio colpisca tutti allo stesso modo. Per i togati la platea è ampia. Per i laici, invece, il sorteggio avviene dentro una rosa fatta dal Parlamento, quindi dal Governo in carica, non si sa bene con quale maggioranza. Tradotto: la politica continua a entrare dalla porta principale, solo con una confezione diversa. Si denuncia il potere delle correnti e si finisce per rafforzare il sospetto di un riequilibrio in favore della componente politica. Non proprio il massimo, se il punto di partenza era difendere autonomia e indipendenza.
Insomma, si prende uno scandalo vero e lo si usa come grimaldello per riscrivere un pezzo di architettura costituzionale. È un metodo che funziona benissimo in propaganda e molto meno bene nelle riforme serie.
In questo quadro, sostenere che il referendum sia un alto momento di costruzione democratica pare francamente troppo. Sembra piuttosto un tagliando politico al governo, un test di fedeltà travestito da riforma della giustizia. Se vincesse il sì, c’è da scommettere che il ministro Nordio si auto celebrerebbe padre della patria, con curriculum già pronto per salire al Quirinale dopo Mattarella. Se vincesse il no, invece, il governo andrà avanti lo stesso. Quindi tanto rumore per nulla, che serve andare a votare se nulla cambia?

Il punto, allora, è che il referendum non decide il destino dell’esecutivo e non risolve i guasti storici della giustizia. Ecco perché il problema non è essere a favore o contro in astratto. Il problema è avere il coraggio di dire che questa consultazione nasce da una forzatura: una riforma costituzionale trasformata in bandiera di maggioranza, una separazione già sostanzialmente esistente venduta come rivoluzione, uno scandalo reale usato per giustificare un sorteggio di cui nessuno può garantire gli effetti.
Breaking news! Ad aprire la campagna elettorale nel palazzo del Governo della Spezia battezzata “Chi sbaglia paga” dal comitato per il Sì era arrivato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Proprio ieri è finito in un ennesimo tormentone mediatico per presunti affari con personaggi assai poco raccomandabili. Nessun reato gli viene attribuito, certo. Ma se a fare da sponsor alla riforma della Costituzione è un uomo di governo con la reputazione pubblica finita in una grana del genere, qualche dubbio non solo è lecito: è inevitabile.
In ogni caso se quanto sopra può apparire fazioso o superfluo di seguito una ricostruzione delle motivazioni per il Sì e il No di Milena Gabanelli.
Il cuore del referendum sono le modifiche del Consiglio superiore della magistratura, organo che garantisce ai magistrati autonomia e indipendenza da qualunque pressione nei concorsi, nelle nomine dei dirigenti, nei trasferimenti e nella giustizia disciplinare.
Prima modifica: separazione totale delle carriere tra giudici e PM, ognuno con il suo CSM.
Oggi un PM può diventare giudice e viceversa soltanto una volta e cambiando regione. La media dei trasferimenti è una trentina l’anno. Per il sì, o fai il giudice o fai il PM, perché solo in questo modo si avrebbe un giudice non accondiscendente alle richieste del PM. Per il no, i giudici non sono affatto accondiscendenti, tant’è che le assoluzioni sono nel 30% dei casi, con punte del 50%. Per il sì questa separazione serve perché la carriera di un giudice oggi dipende dalle decisioni prese dal Consiglio, composto anche da PM. Per il no, nel Consiglio siedono soltanto 5 pubblici ministeri a fronte di 15 giudici e 10 laici eletti dal Parlamento. Inoltre, per il no, con un Consiglio tutto loro c’è il rischio che venga tenuta in piedi l’accusa a tutti i costi, mentre oggi i PM devono cercare anche le prove a favore dell’imputato. In più, con due CSM i costi passerebbero da 50 a 100 milioni di euro l’anno.Seconda modifica: scelta dei componenti.
Per il sì, i togati saranno sorteggiati da un elenco fra tutti i magistrati, così si eliminano le correnti in quanto centri di potere. Per il no, è la prima volta che a una categoria viene tolto il diritto di scegliersi i propri membri, con l’aggravante che i laici saranno sorteggiati dal Parlamento in un elenco di giuristi scelto dalla maggioranza.Terza modifica: togliere al CSM la sezione disciplinare.
Per il sì, è troppo indulgente con chi sbaglia e occorre creare un’Alta Corte: a sorteggio per i togati e circoscritta per i laici. Per il no, parlano i numeri: in 15 anni, su 1.399 processi disciplinari, ci sono state 644 condanne. Inoltre, secondo il no, il nuovo sistema sarebbe pericoloso perché il sanzionato non potrebbe più, come oggi, fare ricorso in Cassazione ma soltanto davanti alla stessa Alta Corte. Infine, per il sì, non è vero che la separazione delle carriere condurrà i PM sotto il controllo della politica. Per il no, questa sarebbe invece l’intenzione del ministro Nordio, quando ha detto che il riequilibrio dei poteri potrebbe in futuro far comodo anche al Pd qualora andasse al governo.Il dato certo, per voce degli stessi promotori della riforma, è che non c’entra nulla con l’efficienza della giustizia: la separazione delle carriere non renderà i processi più veloci.
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