Mar 21 Apr 2026

Due sondaggi demoscopici indicano un lieve vantaggio del No alla riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati. Un segnale che riflette un progressivo raffreddamento dell’entusiasmo iniziale e un dibattito sempre più concentrato sugli effetti reali della riforma.

A poco più di due settimane dal referendum costituzionale sulla giustizia del 21 e 22 marzo, i sondaggi registrano un progressivo riequilibrio del confronto tra i due schieramenti, con un lieve ma significativo vantaggio del No.

Secondo un sondaggio Ipsos Doxa pubblicato dal Corriere della Sera, l’esito della consultazione dipenderebbe in modo sensibile dall’affluenza. Con una partecipazione al voto del 42%, il No prevarrebbe con il 52,4%, contro il 47,6% del Sì. In uno scenario con affluenza più alta, intorno al 49%, il risultato sarebbe invece molto più incerto: il risulterebbe ancora in vantaggio, ma di pochissimo, con il 50,2% contro il 49,8% del No. La quota di indecisi rimane significativa, pari al 9,2%. 

Il confronto con un sondaggio analogo pubblicato il 12 febbraio mostra però un trend chiaro: il No sta crescendo. Nel caso dell’affluenza al 42%, il No passerebbe dal 50,6% al 52,4%, mentre il Sì scenderebbe dal 49,4% al 47,6%. Anche nello scenario con affluenza al 49% il Sì arretra, dal 52,6% al 50,2%, mentre il No sale dal 47,4% al 49,8%.

Indicazioni simili arrivano anche dall’ultimo sondaggio diffuso dal TG La7 diretto da Enrico Mentana, realizzato dall’istituto SWG. Secondo questa rilevazione il No alla riforma sarebbe al 52%, mentre il si fermerebbe al 48%, con una quota molto elevata di indecisi, pari al 17%. L’affluenza stimata si collocherebbe tra il 46% e il 51%.

Il dato più interessante riguarda l’evoluzione delle intenzioni di voto nel tempo. Nei primi sondaggi dello scorso novembre il Sì appariva largamente favorito, con un netto 62% contro il 38%. Con l’avvicinarsi del voto, però, il vantaggio si è progressivamente ridotto: prima 51% a 49%, poi una sostanziale parità, fino all’attuale sorpasso del No.

Il referendum chiama gli elettori a esprimersi sulla riforma che introduce la separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pubblici ministeri) e giudicanti. Una riforma che divide nettamente il quadro politico: il centrodestra sostiene il Sì, mentre il centrosinistra si è schierato prevalentemente per il No.

Perché il No sta crescendo

Il progressivo raffreddamento dell’entusiasmo iniziale per la riforma può avere diverse spiegazioni. In primo luogo, molti osservatori sottolineano come l’impatto concreto della separazione delle carriere sul funzionamento della giustizia possa essere limitato. Di fatto, le funzioni tra magistratura requirente e giudicante sono già separate nella pratica processuale, e i passaggi da una funzione all’altra sono numericamente molto ridotti. La riforma stabilirebbe soprattutto un principio formale: chi entra in magistratura come pubblico ministero resterebbe tale per tutta la carriera, e lo stesso varrebbe per i giudici.

In altre parole, secondo diversi analisti, la riforma difficilmente inciderebbe sui problemi che più direttamente toccano i cittadini: la lentezza dei processi, la complessità delle procedure e l’arretrato giudiziario che si frontaggiano con maggiori investimenti, aumenti di organici e digitalizzazione delle procedure.

Il nodo del governo della magistratura

Un altro elemento che ha alimentato il dibattito riguarda il cosiddetto “back office” istituzionale della magistratura, cioè il sistema di governo autonomo delle toghe.

La riforma prevede infatti il superamento dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura unico e la creazione di due organi distinti, uno per i magistrati requirenti e uno per quelli giudicanti, oltre a un nuovo organo disciplinare.

Domenico Gallo

Il punto più discusso riguarda il sistema di selezione dei membri dei nuovi consigli. Come oggi, due terzi sarebbero magistrati e un terzo membri laici indicati dal Parlamento. Tuttavia la scelta avverrebbe tramite sorteggio: nel caso dei magistrati su tutto il corpo della categoria, mentre per i membri laici su una rosa di nomi indicata dal Parlamento.

È proprio questo meccanismo a suscitare le maggiori perplessità tra i critici della riforma, che temono una possibile ingerenza della politica nel governo della magistratura. L’obiettivo dichiarato è quello di superare il sistema delle correnti interne alle toghe; secondo alcuni osservatori, però, il rischio è quello di creare un equilibrio diverso, potenzialmente più esposto all’influenza politica minando nella sostanza l’indipendenza della magistratura.

Il tema della separazione delle carriere

Un altro aspetto del dibattito riguarda il divieto di passaggio tra le due funzioni che la riforma introdurrebbe. Attualmente i cambi tra magistratura requirente e giudicante sono possibili, anche se nella pratica piuttosto rari. Proprio per questo alcuni osservatori ritengono che impedirli del tutto non rappresenti necessariamente un miglioramento.

In molti contesti professionali, infatti, la rotazione degli incarichi è considerata un fattore di crescita e di formazione. Nelle grandi aziende private, ad esempio, è prassi diffusa che i neo assunti maturino esperienze in settori diversi proprio per sviluppare una visione più ampia dei problemi e delle dinamiche organizzative. Anche nella magistratura, una conoscenza diretta delle diverse funzioni può contribuire a una maggiore consapevolezza del funzionamento del processo.

Del resto, nella storia della magistratura italiana non sono pochi gli esempi di grandi magistrati che hanno svolto ruoli diversi nel corso della loro carriera. È il caso, tra gli altri, di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Giancarlo Caselli e di Rosario Livatino, che hanno ricoperto incarichi differenti tra funzioni giudicanti e requirenti. La loro esperienza dimostra come ciò che realmente caratterizza un magistrato non sia tanto la funzione esercitata in un determinato momento, quanto piuttosto l’indipendenza di giudizio, la coscienza professionale e la rigorosa applicazione della legge.

I tempi e i costi della riforma

Corte di Cassazione Roma

Un altro aspetto riguarda le conseguenze organizzative e finanziarie della riforma nel caso in cui il dovesse prevalere. La modifica costituzionale, infatti, non sarebbe immediatamente operativa. Sarebbe necessario un complesso iter legislativo di attuazione per disciplinare nel dettaglio il funzionamento dei nuovi organi previsti dalla riforma: i due Consigli superiori della magistratura e il nuovo organo disciplinare incaricato di giudicare eventuali illeciti dei magistrati. Si passerebbe dunque dall’attuale CSM unico a tre organismi distinti. Questo comporterebbe la definizione delle regole di funzionamento, dei sistemi di elezione e sorteggio, delle competenze e dei rapporti tra i vari organi. Non solo un passaggio normativo ma anche nuove sedi, personale amministrativo e dotazioni organizzative, oltre ai compensi per i componenti degli organi di autogoverno e del personale di supporto. traducendosi in costi aggiuntivi, la cui entità dovrebbe essere definita nelle successive leggi di attuazione dispiegando gli effetti nel corso degli anni successivi alla mera approvazione referendaria.

Un referendum senza quorum

A differenza dei referendum abrogativi, il referendum costituzionale è confermativo e non prevede quorum: la riforma sarà approvata o respinta sulla base della maggioranza dei voti validi.

Se vuoi saperne di più leggi  le ragioni del NO e quelle del SI su speziamirror.

(Riproduzione Riservata)

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