Porte chiuse, a chi e perché? A una Donna e a un Uomo che irraggiano bellezza, due giovani travolti, già nei primi incontri, dalla passione e legati da ideali comuni, che percorrono per un buon tratto insieme il cammino dell’amore e dell’impegno politico. Infiammati dal sogno di libertà, antifascisti e partigiani attivi, sono pronti a sfidare i pericoli fino a conoscere i brividi e i pensieri turbinosi che sopraggiungono a un passo dalla morte.
Parliamo di Erminia Romano, figlia di un noto avvocato, gerarca fascista, divenuta staffetta e poi partigiana combattente, la prima donna in Italia a diplomarsi in Direzione d’Orchestra all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, distintasi nel panorama musicale internazionale. Parliamo di Tonino Tatò, giornalista e fine mente politica, per venti anni sindacalista lungimirante, studioso del settore, divenuto poi braccio destro e portavoce di Enrico Berlinguer, quando fu eletto segretario generale del P.C.I.
Nel libro “Porte Chiuse”, pubblicato nel 2023 da Maurizio Vetri Editore, le loro vite sono raccontate attraverso una lettera aperta dalla figlia, la giornalista RAI Giovanna Tatò. L’ Autrice, inviata speciale del TG 3 Nazionale dal 1988 al 1999 nei luoghi “caldi” del mondo, – in Germania, alla caduta del Muro e negli anni successivi per la riunificazione delle due Germanie; in Medio Oriente, durante la guerra del Golfo – ha sentito l’esigenza di ricordare in modo attivo i genitori coetanei nel centenario della nascita (1921- 2021). Giovanna è consapevole e fiera della conquistata libertà di pensiero, favorita dallo studio, guidata da queste vite esemplari e dalle loro scelte irrinunciabili. Se ha patito sulla propria pelle la scoperta, traumatica, che la loro unione si era logorata in modo irreversibile per le incomprese istanze reciproche, non ha mai ridotto la portata d’amore, ammirazione, riconoscenza e rispetto verso entrambi. Ha proceduto con le sue gambe, ha aperto, a favore della madre, la strada a ricerche documentate, analisi critiche di studi, spartiti, composizioni e rari filmati d’archivio. Ha dimostrato il tangibile valore di una Donna che rivendica i suoi giusti diritti e la coerenza con la propria vocazione. Parimenti ha acceso un faro tra le pieghe della Storia del “secolo breve” per ricostruire il profilo politico, i contributi sociali e umani del padre, a difesa e conferma di principi universali intramontabili, riproponibili se opportunamente ricontestualizzati. Giovanna Tatò, anche attraverso il contenuto e le testimonianze presenti nel suo libro, induce ad auspicare una classe dirigente rinnovata, che semini valori di giustizia ed eguaglianza nella società odierna apatica e attendista, assuefatta a formule preconfezionate e a pseudo confronti superficiali, scomposti, urlanti.

Puoi descriverci quei ricordi che, sovente, scorrono come fotogrammi e illuminano la tenerezza, la personalità e il carattere dei tuoi genitori?
La mia infanzia è stata illuminata dalla loro gioia di vivere, dall’armonia che facevano ricadere su noi figli, dalla tenerezza e dalla saggezza che li guidava nell’educarci. Avevano stili diversi nello stare con noi bambini. Mia madre era molto dolce e questa sua dolcezza veniva spesso a compensare la severità di mio padre. Regole e disciplina da parte di mio padre, tenerezza e flessibilità da parte di mia madre. Ma questo solo nei momenti familiari; mentre studiava per progredire nella sua professione, fin da allora mia madre era molto rigida. Davanti a noi questa caratteristica rimaneva fuori dalla porta. Direi che era una suddivisione impulsiva dei comportamenti molto tipica delle famiglie di allora, ma insieme rendevano tutto fantastico come nelle occasioni di festa. Ad esempio, a Natale o a un compleanno, mia madre al pianoforte suonava melodie deliziose per bambini e cantava con la sua voce delicata; mio padre alla chitarra contemporaneamente suonava e cantava con la sua voce alla Frank Sinatra. Erano dei concertini favolosi, tra luci, colori e suoni armoniosi. Ricordi splendidi.
Quali sono state le tappe creative, l’evoluzione, i successi musicali di Erminia Romano?
È stato un cammino intenso, una corsa a ostacoli sostenuta dalla sua forte vocazione musicale e dal suo temperamento irriducibile. Fino al diploma in pianoforte il cammino è stato abbastanza semplice…ma non troppo. Successivamente, comunque, accettando il suggerimento del grande Alfredo Casella, suo Maestro di perfezionamento in pianoforte, sono cominciati gli ostacoli veri e propri: Casella le disse che lei era fatta per la direzione d’orchestra. Era il più grande desiderio di mia madre e sentire quelle parole fu determinante. Intraprese la carriera di Direttore d’Orchestra e alla fine, tra lo sbalordimento di molti, ce la fece. Il primo grande successo di Erminia Romano fu dirigere l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia: un’orchestra prestigiosa che non tutti arrivavano a dirigere e nessuna donna lo aveva ancora fatto. Dai 60 agli 80 orchestrali, tutti uomini salvo un paio di donne. Diresse quell’orchestra più volte, un fatto di sicura professionalità e di validità artistica: in quell’epoca le orchestre italiane avevano molto potere e una identità da difendere, possiamo dire. Ancora oggi, vi sono orchestre – non in Italia – che approvano o respingono un direttore stabile.

Nel libro si percepisce che tua madre era una donna così forte da elaborare in silenzio la soluzione agli ostacoli che incontrava. Nei momenti di stanchezza ti ha mai confidato le prove amare occorse nella carriera concertistica e nell’ambito familiare?
Ho assistito di persona al rifiuto di un’orchestra di farsi dirigere da una donna. Con grande fermezza e signorilità, Erminia Romano superò l’ostacolo portando l’orchestra a esibirsi davanti a 400 persone, diretta da lei. Un’altra volta, e fece fatica a confidarsi, si trovò di fronte a un artista del calibro di Arturo Benedetti Michelangeli, già noto per le asperità del suo carattere, che rescisse il contratto appena seppe che il direttore era una donna. Vidi mia madre passare, in tre giorni, da una grande gioia per quella collaborazione a una contenuta tristezza per la rottura. Era molto orgogliosa, quello schiaffo le procurò molto dolore, anche se non lo dette quasi a vedere. Però, lo percepii. Con dolore a mia volta.
Con questo scritto pensi di averLe restituito giustizia e adeguato riconoscimento?
È stato il mio intento principale. Potrei dire che ho solo cominciato, ma qualcosa si sta muovendo. Con questo libro, infatti, già ora mia madre non è più un’artista dimenticata. Del resto, le sue interpretazioni direttoriali suscitavano un grande e approfondito consenso nella critica, anche se alcuni si lasciavano fuorviare dal fatto che era una donna, cosa mai vista prima. Credo che altri esperti vorranno approfondire la traccia lasciata da lei nel mondo musicale.
Racconti che cosa hai scoperto e quali emozioni hai provato durante le partecipate esequie di tuo padre?
Fu un momento drammatico e sorprendente. Ero a Berlino per il Telegiornale quando ho avuto la notizia della morte. Avvertii il direttore che non potevo rimanere, cercai un aereo ma non ce n’erano fino alla mattina. In quegli anni i voli tra Roma e Berlino erano contati. Passai una notte quasi insonne. Finalmente riuscii a partire e arrivai di corsa alla camera ardente. Vidi la mia famiglia intorno alla bara, alcuni volti noti della politica, ma soprattutto rimasi attonita di fronte alla fila che ingrossava l’ingresso e l’esterno. Tutta gente sconosciuta. Chi erano? Mi rivolsi alla prima persona che mi trovai accanto, un uomo maturo con il viso affranto, e mi rispose che erano tutti i “compagni” che lo avevano conosciuto e apprezzato nei comizi di Berlinguer o alle Feste dell’Unità, tutti quelli che erano stati beneficiati da un suo intervento per trovare una casa, un lavoro, un prestito in banca, un posto in ospedale persino. Azioni che lui aveva fatto in silenzio e umiltà, senza chiedere o dire nulla a nessuno, usando per gli altri più bisognosi di lui quel potere che gli veniva dalla sua posizione politica. Aveva sempre aiutato chiunque gli si fosse rivolto e ho ricordo, come è scritto anche nel libro, di esempi eclatanti di cui ero stata testimone. Ma non avrei mai immaginato tutta quella folla. Fu estremamente emozionante.

Enrico Berlinguer e Tonino Tatò erano uomini molto diversi per temperamento, ma si integravano alla perfezione, sodali in politica e in privato. Come e a quale scopo hanno intessuto un nuovo dialogo politico così visionario, futuristico, ma anche discusso e contestato?
La loro collaborazione iniziò in sordina. Si stimavano a vicenda, ma erano due militanti di partito che si preparavano a una battaglia. Poi, a poco a poco, ho visto scaldarsi i loro rapporti, diventare sempre più stretti e amichevoli fino a trasformarsi in un sodalizio indissolubile. È durato 15 anni: parlavano di tutto, partito, politica interna, politica internazionale, in particolare quando erano tranquilli a casa di mio padre che ritenevano un luogo sicuro. Lì anche le critiche e le ipotesi progettuali più ardite potevano essere esternate senza remore. Anni dopo, la clamorosa scoperta: la casa di mio padre era controllata da microspie della CIA, notizia che naturalmente l’ambasciata americana smentì.Tra mio padre e Berlinguer non vi era alcuna reticenza mentre costruivano insieme il lavoro politico giorno dopo giorno. Ho capito che avevano una medesima visione del bene comune, un analogo retroterra culturale a partire da Gramsci e da Togliatti. Insieme erano una grande forza. Cercarono di separarli offrendo a mio padre una candidatura in Parlamento: allontanare Tatò da Berlinguer significava indebolire Berlinguer. Ma mio padre non cadde nel tranello. Mi disse che il suo posto era nel partito, accanto a Enrico, anzi, un po’ dietro di lui: una posizione sociale più in vista, meglio retribuita o altro, non era per lui. Li univa il ritrovarsi in una spinta etica e un rigore morale molto forte, il rifiutare il consumismo e lo spreco. Né Berlinguer né mio padre erano corruttibili. Tutti lo sapevano e ne avevano timore. Mio padre mi mise al corrente di alcuni tentativi di corruzione di cui era stato bersaglio. A quei tempi le “tangenti” erano endemiche, normali, come dimostrarono poi le inchieste giudiziarie degli anni successivi. Ma lui rifiutò tutto. Mi disse che avrebbe potuto diventare miliardario, far stare “meglio” anche noi figli. Lo ammiravo enormemente per questa sua coerenza, ero d’accordo e preferivo mille volte una vita dignitosa e onesta piuttosto che lussuosa e ambigua. Ero anzi felice e orgogliosa di questa pulizia morale, di questa forza d’animo, di questo modo di vivere senza ascoltare falsi canti di sirene. Con il suo esempio mi ha trasmesso questa capacità.
Su richiesta, hai messo a disposizione “Porte chiuse” e altre fonti utili a realizzare il film “Berlinguer – La grande ambizione” del regista Andrea Segre, dove Pierluigi Corallo ha interpretato tuo padre. Quali impressioni hai ricavato?
Ho messo a disposizione molto più di quanto sia stato realizzato. Il film si sforza di centrare tutto sul personaggio Enrico Berlinguer, commuove e apre degli squarci interessanti su quel periodo storico, ma ritengo che, al di là di tutti i meritati riconoscimenti che ha avuto, non abbia reso l’idea della coralità dell’impegno di una squadra, di una compagine politica e delle loro complesse dinamiche che hanno portato avanti – con molti ostacoli anche gravi come l’assassinio di Aldo Moro – un’idea visionaria e futuristica della crescita sociale e culturale del nostro Paese. Ho conosciuto personalmente Pierluigi Corallo, un attore di teatro molto bravo, abbiamo parlato a lungo e mi ha detto che per lui è stato un onore interpretare mio padre. Lo ha scritto anche sui social. Mi ha fatto molto piacere e, vederlo sul grande schermo nei panni di mio padre sebbene in un ruolo ridotto rispetto a quello che è stato veramente, mi ha emozionato.
Intervista a cura della Prof.ssa Marisa Vigo
Offriamo ai lettori questo brano palpitante tratto dal libro “Porte Chiuse” di Giovanna Tatò:
«…Era stato un colpo di fulmine fra di voi: un tuo amico, scrittore dilettante di teatro, antifascista, figlio di un gerarca fascista, ti aveva portato nella sua ricca casa per aiutarti a sfuggire alle ricerche della polizia fascista. Era Vincenzo Romano, il fratello della tua futura moglie …. Offrì riparo alla tua clandestinità, un riparo eccellente, introvabile, in quel grande palazzo dietro Piazza Navona …. Chi poteva mai immaginare un antifascista, militante della Resistenza, nascosto in casa di un noto esponente fascista. Vi innamoraste subito ma dovevate manifestarvi in segreto. I genitori di mamma e chiunque frequentasse quella casa non dovevano sapere nulla. Furono anni drammatici in cui il vostro amore esplose alimentandosi di ribellione e di grandi progetti, gli anni di una doppia vita, delle fughe improvvise, delle riunioni clandestine, della stampa proibita, stampa rivoluzionaria passata in silenzio di mano in mano, ciclostilata in una di quelle stanze …. La caduta di Mussolini il 25 luglio del 1943 ti fece scampare alla morte appena in tempo, papà. Non avevi neanche 22 anni. Eri stato arrestato, imprigionato a Roma e stavi buttato su un tavolaccio in attesa della fucilazione. Mi raccontasti quelle ore terribili. Guardavi il cielo da una grata e sentivi il garrire delle rondini che sfrecciavano libere. I colori del tramonto arrossavano i pensieri e la tua natura passionale inseguiva quelle rondini con una nostalgia lancinante. Quei garriti erano la tua ribellione, il tuo spasimare per una libertà che ti aveva sempre guidato e che ora si presentava fisicamente impossibile, l’immagine-simbolo di una vita che sembrava essere arrivata al capolinea. Mi raccontasti che il tuo cuore quasi non ce la faceva più. Ti abbracciai con tutta me stessa…. Poi, lo sguardo lontano dei ricordi si posò su di me. Mi guardasti e alla commozione seguì il pudore. Calò un velo. Quello squarcio sul tuo essere profondo si era richiuso. Ma da quel momento seppi riconoscerlo ogni volta che lo vidi…».
Chi è Giovanna Tatò: giornalista professionista e scrittrice, nata a Roma, vive in Umbria a San Gemini. Ha pubblicato nel 2018 il romanzo «Gerusalemme-La Verità delle stelle» per le edizioni de “Il seme bianco”. Nel 2023 ha pubblicato un nuovo libro, Porte chiuse – Lettera ai genitori, Maurizio Vetri editore, per non far passare sotto silenzio il centenario della nascita dei suoi genitori. Nel libro, Giovanna Tatò mette in luce la figura dimenticata di sua madre, la direttrice d’orchestra Erminia Romano, ostacolata e non compresa perché colpevole di essere in anticipo sui tempi, e approfondisce con particolari inediti la figura politica e culturale di suo padre, Tonino Tatò, conosciuto principalmente come “segretario” di Enrico Berlinguer. Conosce quattro lingue moderne oltre il latino classico e il greco antico. Nel 2016 ha seguito un corso di sanscrito con il linguista Jacopo Nuti. Nel suo percorso giornalistico ha iniziato con Il Gazzettino di Venezia, città in cui frequentava la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Ca’ Foscari e poi, trasferitasi a Milano, ha proseguito scrivendo per l’Ufficio Stampa della Rizzoli Editore. Chiamata a Roma dall’Agenzia Giornalistica Italia per l’Agenzia Giornalistica Italia (dove è diventata professionista), ha scritto per quotidiani e settimanali nazionali, tra cui L’Espresso di Livio Zanetti e La Repubblica di Eugenio Scalfari. Ha trascorso 22 anni della sua carriera giornalistica alla RAI di Roma (RadioRai, TG3 Nazionale, RaiNews24) sia come Inviato Speciale facendo reportages, in particolare dalla Germania durante la Caduta del Muro di Berlino e il successivo processo di unificazione, sia stando alla “macchina” del telegiornale producendo e conducendo edizioni e rubriche, tra cui, a notte fonda e in diretta, la Rassegna della Stampa Internazionale con le prime pagine dei quotidiani esteri appena usciti. Ha sempre coltivato in privato lo studio di testi sacri antichi.

Prof.ssa MARISA VIGO nasce e risiede alla Spezia, frequenta il Liceo classico Lorenzo Costa, si laurea nel 1971 in Lettere classiche all’Università di Pisa con una tesi in epigrafia greca, discussa con l’esimio prof. Giuseppe Nenci, ordinario di Storia greca e romana, poi titolare della cattedra di Storia greca alla Scuola Normale. Avvia la sua carriera di docente nelle scuole medie superiori, ricoprendo per anni la funzione di vicepreside e poi di preside. Come docente sostiene e inaugura una progettualità che unisce conoscenze e competenze, mettendo in contatto gli studenti con le attività produttive del territorio e la sua storia. Prepara convegni e corsi di aggiornamento per docenti, programma l’alternanza scuola-lavoro, riceve l’approvazione della Regione Liguria al corso post-diploma che consente occupazione a un numero selezionato di giovani meritevoli. Consigliere Comunale nel 1993 nella lista civica Democrazia e Solidarietà del dott. Renzo Tonelli, fondatore del Centro Vita per la prevenzione e la cura dei tumori. Dal 2013 – 2024: per tre anni giurata e per nove presidente di giuria del Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana. Critica letteraria, redige prefazioni e recensioni a opere di poesia, narrativa e saggistica.
