Leggo il Corriere della Sera da decenni. Ne apprezzo spesso gli editorialisti, anche quando non li condivido. Insieme ad Aldo Grasso c’è una firma che ormai mi lascia sempre più perplesso: Ernesto Galli della Loggia. Un tempo considerato un intellettuale di peso, oggi sembra aver esaurito il suo repertorio cercando di far cadere l’attenzione su di lui ormai sopita con “risalite ardite”: confesso che di solito, dopo due o tre righe, chiudo il suo corsivo: non capisco mai da che parte stia né che cosa voglia dire.
Il 7 settembre ci ha regalato un pezzo in prima pagina dal titolo “Quell’uso a sproposito della parola genocidio”. Bersaglio implicito: Gaza. Secondo lui, parlare di genocidio è sbagliato perché? Primo argomento (da lui stesso definito “non serio” ma usato lo stesso): una questione comparativa, quindi di numeri. I nazisti uccisero cinque milioni di persone, Netanyahu “solo” 60.000. Dunque – mi viene da chiedergli – a quale quota di morti dovrà arrivare Israele per meritare il titolo? C’è un tetto minimo, una soglia d’ingresso, una classifica mondiale?

Il secondo argomento, che Galli della Loggia considera invece “serio”, è che usare oggi la parola genocidio banalizza Auschwitz, ridisegna la storia, cancella l’eccezionalità dei drammi del 900. Tradotto: meglio non usare la parola, così nessuno si sente disturbato. Nel frattempo però i morti continuano a crescere, le case a sparire, i bambini a morire. Ma tranquilli, non è genocidio: è solo una strage, un eccidio, un massacro, una carneficina. Il termine giusto lo decideremo a giochi finiti, magari con un altro editoriale dove non classificandolo genocidio il tutto rimarrà ai margini della storia.
Purtroppo, mentre Galli della Loggia si trastulla con il bilancino delle parole, è la realtà ad incaricarsi di scrivere l’editoriale che lui non sa o non vuole firmare: quello fatto di corpi, di bambini morti per la fame, di case distrutte e di un futuro cancellato.
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