E’ il 13 novembre 2025. Sono passati dieci anni dalla sanguinosa notte parigina del 13 novembre 2015. Ogni volta che giunge questa data mi sento coinvolto. Quella sera non ero a Parigi, non ero al Bataclan: i corpi sui marciapiedi, i bistrot, la sala da concerto li ho visti soltanto in televisione. Eppure quella notte mi riguarda, in prima battuta, per una telefonata.
La telefonata
Ero a casa, tranquillo, quando il cellulare squillò. Era mio figlio, che allora viveva a Parigi per l’Erasmus. Lo avevo sentito poco prima, non mi aspettavo richiamasse. Dall’altra parte la voce era agitata: «Papà, sto bene. Sono al sicuro. Stavo per uscire ma sono rientrato. C’è stata una sparatoria nella zona dove ero diretto.»
Io non sapevo nulla. Per un attimo lui pensò che fossi già informato, che condividessi la sua paura. Accesi la televisione e, davanti alle immagini, la violenza di quella notte mi travolse.
Un clima sospeso
Non era la prima volta che il terrorismo colpiva quella città: pochi mesi prima c’era stata la strage di Charlie Hebdo. Ma quella notte era stato diverso: colpivano alla cieca giovani di varie nazionalità, usciti per la musica, per stare insieme come sempre avviene il venerdì sera, alla vigilia del weekend.
Avevo già prenotato un viaggio a Parigi per i primi giorni del 2016. Molti mi invitarono a rimandare; fioccavano le disdette per le vacanze natalizie. Io non volli. Lì c’era mio figlio, e quella città, per la sua storia, la sua cultura, il suo modo di essere, la sentivo ancora un po’ mia. Non volevo rinunciarvi nel momento in cui era così ferita.
Il ritorno e la scrittura
Arrivai e trovai una città in tensione. Vicino al luogo dove mi trovavo, un uomo armato di coltello fu ucciso davanti a un commissariato: non era il Bataclan, non era un massacro, ma il dispiegamento di forze e la rapidità dell’intervento mi ricordarono che la minaccia non era finita. Tornato in Italia, lasciai che la tastiera del mio pc rielaborasse tutte le sensazioni che avevo vissuto.
Nacque così il racconto Parigi è ancora Parigi? Una città che diventa un personaggio ferito, una convivenza difficile tra paura e necessità di continuare a vivere. Mescolai fiction e osservazioni reali: diedi voce a una soldatessa che avevo visto a un posto di blocco, armata e accigliata, e la lasciai raccontare. Il testo ottenne riconoscimenti, fu premiato, divenne una lettura teatralizzata, tre attrici in tre rappresentazioni diverse si calarono nella parte. Lo pubblicai in self-publishing per non dimenticarlo in un file.
Da Parigi a Gaza
Oggi, in questo decennale, non posso fare a meno di guardare il racconto alla luce degli eventi più recenti. Il 7 ottobre 2023 abbiamo visto ancora un orrore: l’attacco di Hamas, con civili uccisi, rapiti, terrorizzati, alcuni mentre assistevano a un concerto, come al Bataclan.

Allo stesso tempo è importante precisare che le intenzioni iniziali dichiarate dall’offensiva israeliana, liberare gli ostaggi e colpire la rete terrorista di Hamas, potevano avere un fine circoscritto. Ma quel limite è stato rapidamente superato: l’azione militare si è ampliata fino a colpire in misura massiccia la popolazione civile, le donne, i bambini, i malati, le scuole, gli ospedali, i reporter. Una sofferenza prolungata che molti, compreso il sottoscritto, qualificano come genocidio e che porta responsabilità politiche chiare in chi guida quel governo.
Non si tratta di schierarsi in modo ingenuo. Hamas ha provocato e sfruttato la morte dei propri civili in chiave propagandistica, e chi commette attentati è responsabile dei propri crimini. Ma chi governa deve rispondere nel perimetro del diritto e dell’umanità. Quando la risposta statale travalica e distrugge vite civili su scala massiccia, il confine tra difesa e annientamento si assottiglia pericolosamente.
La frase che ritorna

(REUTERS/Khalil Ramzi)
C’è una frase pronunciata dall’unico terrorista sopravvissuto al Bataclan durante il processo: «Abbiamo attaccato la Francia perché bombarda lo Stato Islamico. Nulla di personale.» Non è una giustificazione, ma un monito. La violenza genera altra violenza. E quel circolo vizioso, se non interrotto, continua.
Le domande finali
Se un nuovo Bataclan o un nuovo 7 ottobre dovesse ripetersi, potremmo davvero sorprenderci? Parigi e Gaza sono luoghi diversi, contesti diversi, ma in entrambi i casi le vittime sono persone che volevano vivere. Siamo ancora capaci di riconoscere le ragioni degli altri, senza giustificare chi uccide? Se non lo facciamo, ogni tragedia diventerà il preludio di quella successiva.
Leggi della lettura teatralizzata di Parigi è ancora Parigi?
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