Dalla presentazione del libro alla Mediateca nasce la riflessione di Adriana Beverini su “Gesù e Cristo”, l’opera monumentale in cui Vito Mancuso rilegge le origini del cristianesimo e la differenza tra il Gesù della storia e il Cristo della fede.
Credo sia la seconda volta che il teologo Vito Mancuso viene alla Spezia , se non fosse così mi scuso. La prima volta, se ben ricordo fu nel 2017 quando al castello di San Giorgio per la XXI sezione del Premio Montale fuori di Casa ebbi la gioia di assegnargli il Premio Montale Fuori di Casa per il quale in quell’anno avevo scelto come tema un verso di Montale:
“Sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto; più in là”.
(Maestrale da “Mediterraneo)

Lo avevo fatto perché penso che siamo tutti viaggiatori nella vita, ma solo alcuni si chiedono dove porti e se abbia o no un senso, questo viaggio. Molti, assai di più, sono “gli uomini che non si voltano”, quelli che si accontentano di credere che “la realtà sia quella che si vede”. Per Montale invece “tutte le immagini portano scritto: più in là”, rimandano cioè ad un mistero più grande, che trascende la realtà che ci circonda. Ricordo la sala del castello di San Giorgio gremita e silenziosa nell’ascolto di quest’uomo dolcissimo e insieme forte nella sua determinazione di andare al cuore della verità a tutti i costi. Anche a costo di abbandonare la propria religione, il Cristianesimo. La seconda volta che Spezia lo accoglie, questa volta in maniera istituzionale, alla presenza anche del sindaco della città, Pierluigi Peracchini è stata il 12 marzo, alla Mediateca Sergio Fregoso per la presentazione del suo ultimo libro “Gesù e Cristo” nell’ambito della rassegna Incontri d’autore alla Spezia – Storie. Ad attenderlo tante persone anche se non so quante di loro si siano confrontate con questo poderoso libro di settecento pagine che, è come una bomba gettata all’interno dell’edificio della religione cattolica e anche del cristianesimo, così almeno come la Chiesa negli ultimi due millenni lo ha plasmato. A dialogare con lui un altro premiato del Premio Montale, il critico letterario e scrittore Alessandro Zaccuri , professore della Università Cattolica di Milano, a cui ho avuto il piacere di assegnare il Premio a Milano tre anni fa, nella sezione Critica letteraria. Lui, a differenza di Mancuso, non è un uomo tormentato, ma un laico che vive la sua vita spirituale serenamente all’interno del recinto di un cattolicesimo profondamente sentito. Li guardavo questi due uomini, che si conoscono da tempo e si rispettano per la vicendevole onestà intellettuale, durante il loro dialogo, ed ero soddisfatta che il mio premio, il Montale Fuori di Casa, fosse stato assegnato a persone di così profondo spessore intellettuale che interloquivano tra di loro amabilmente come solo gli uomini di cultura sanno fare benché da tempo siano ormai lontani per quanto riguarda il modo di intendere e di sentire la religione cristiana cattolica. Da essa Mancuso solo un anno dopo la sua ordinazione nel 1986 da parte del cardinale Carlo Maria Martini nel Duomo di Milano, si è allontanato lasciando il ministero sacerdotale, e ottenuta la dispensa papale dal celibato, è stato dimesso dallo stato clericale e si è sposato.
Il percorso di un teologo inquieto tra fede, coscienza e libertà

Quale profondo tormento e quali domande irrisolte lo abbiamo portato a questa decisione senza dubbio assai sofferta posso solo immaginarlo. Da allora svolge l’attività di teologo laico e filosofo, scrittore e docente e negli anni nei suoi numerosi e importanti libri ha portato avanti una critica lucida e pacata benchè definitiva nei confronti di alcuni dogmi cattolici. Riesco a citare solo due di questi libri per motivi di spazio, “L’anima e il suo destino “(Raffaello Cortina, 2007): Il libro che lo ha reso noto al grande pubblico, con la prefazione del cardinale Martini, in cui affronta il tema dell’immortalità dell’anima da una prospettiva laica e il suo ultimo “Gesù e Cristo” (Garzanti editore) su cui cerco di soffermarmi anche se è impossibile riassumere un pensiero che si snoda in settecento pagine senza banalizzarlo. Cosa posso dire senza timore di sbagliare di questo libro che credo produrrà un terremoto nel mondo cattolico? Che in esso dopo tanti anni di riflessioni finalmente Mancuso ha fatto i conti con il cristianesimo, quindi con le radici dell’Occidente, perché per la nostra generazione vale ancora quel che diceva Benedetto Croce, nel 1942 “Non possiamo non dirci cristiani”.
La tesi del libro: il Gesù storico e il Cristo della fede
Perché dico che “ha fatto i conti?” Perché ha approfondito ulteriormente quello che già altri grandi studiosi prima di lui avevano scritto, per esempio Reimarus nel 1778 ed altri dopo di lui ma che poi era rimasto quasi ignorato. Una verità semplice ma sconvolgente: Gesù e Cristo sono due personaggi diversi che nulla hanno a che fare tra di loro. Cito l’incipit del libro: “ Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terreno, Cristo era il figlio unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle, Cristo era figlio unico. Gesù ebbe come maestro Giovanni il Battista, Cristo era cugino del Battista e non aveva bisogno di nessun Maestro. Gesù non si capisce senza il Battista, Cristo non si capisce senza Pietro e senza Paolo .
Già perché il Gesù storico era un ebreo escatologico apocalittico, e cioè aspettava la fine dei tempi e l’arrivo del Giudizio di Dio, del regno dei cieli, e non ha nulla in comune con il Cristo, il Messia inventato da San Pietro e poi completamente trasformato nel Cristo Unigenito figlio di Dio da Paolo di Tarso, San Paolo, il vero grande artefice della religione cristiana per il quale Cristo ha vinto la morte, è risorto e grazie a lui noi tutti risorgeremo. Il Gesù storico invece è morto sulla croce probabilmente senza desiderarlo e ha visto fallire la sua profezie di un incipiente regno di Dio che sarebbe arrivato a breve e per il quale bisognava prepararsi e convertirsi. Ma a ribaltare la verità ci pensarono dapprima San Pietro che, non potendo accettare la sconfitta del suo Maestro, del suo Rabbi, trovò nella Bibbia, nelle pagine del profeta Isaia la spiegazione di ciò che era accaduto. Isaia profetizza infatti che una “vergine concepirà e partorirà un figlio” che sarà chiamato Emmanuele, ovvero “Dio con noi.” Descrive la nascita di un bambino che porterà sulle spalle il potere regale e sarà chiamato “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace.” Nel notissimo capitolo 53 Isaia descrive dettagliatamente le sofferenze del Cristo: disprezzato e abbandonato, sarà un uomo dei dolori che ben conosce il patire. Si caricherà dei nostri peccati e delle nostre sofferenze; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Morirà come un agnello condotto al macello, ma dopo il suo tormento “vedrà la luce” e giustificherà molti. Questo fu il messaggio che Pietro diede agli altri apostoli e anche a Paolo di Tarso che operò la terza parte della trasformazione di Gesù in Cristo facendo del Yeshua storico il Cristo, il Messia che vince la morte e grazie al quale tutti risorgeremo. Una scommessa su cui si è costruita la Chiesa Cattolica e che si basa sulla frase più celebre e radicale di San Paolo sulla risurrezione di Cristo della Prima Lettera ai Corinzi (capitolo 15, versetto 14):
«Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.»

na bomba gettata nel recinto della Chiesa cattolica, lo abbiamo detto all’inizio, questo libro di Mancuso . Ma a mio parere una bomba disinnescata grazie all’ignoranza e alla superficialità dei cattolici la maggior parte dei quali mai hanno aperto il Nuovo Testamento e la Bibbia poi, è sconosciuta come il Corano. Tuttavia ciò che ho scritto non vi faccia pensare che Mancuso non sia uomo di profonda fede. La sua fede è nell’amore, quell’amore che a volte spinge gli esseri umani a fare dei gesti talmente grandi che sembrano impossibili, sino ad immolare se stessi per gli altri, l’amore che in quanto forza profonda tiene unito il cosmo, e che dimostra dall’atomo all’universo infinito la sua libertà di amare.
Vito Mancuso, crede nell’ etica e nella coscienza, crede in un Dio inteso come energia intelligente, amore e “forza del bene”, rifiutando dogmi cattolici come il peccato originale, la creazione divina dell’anima, l’inferno e la risurrezione dei corpi.
Non crede nel Dio tradizionale onnipotente, ma in un Dio che è Logos, principio di ordine, energia immateriale intelligente che attraversa il cosmo e spinge verso la giustizia e la verità. La fede per lui è un “sì” al mistero del bene.
By Adriana Beverini
Immagine di copertina creata con AI
