
Lo psicoterapeuta Tiziano Apolloni in un’intervista a cura della Prof.ssa Marisa Vigo analizza l’omicidio avvenuto all’Istituto Domenico Chiodo come una tragedia identitaria: non gelosia né raptus, ma una violenza legata all’onore maschile esibito nello spazio pubblico.
“Volevo ucciderlo” Così i giornali del 17 gennaio, in particolare il Corriere della Sera, raccontavano il delitto del Domenico Chiodo che ha impietrito la comunità della Spezia a fronte dell’efferato e assurdo omicidio commesso da Atif Zouhair. La vicinanza unanime ai familiari di Youssef Abanoud implica rispetto, sostegno amorevole e non invadente. In parallelo allarma e pone seri interrogativi il rapido proliferare della violenza che esplode tra adolescenti nelle scuole – per antonomasia luoghi di formazione – nelle strade e nelle famiglie. Dopo aver pubblicato (Omicidio alla Spezia: la violenza non è questione né di etnie né di social, ma è malattia mentale) abbiamo chiesto al Dott. Tiziano Apolloni, psicoterapeuta esperto di giovani attraversati da profondo disagio, una sua interpretazione su quanto accaduto. Ricordiamo che il Dottor Apolloni è più volte intervenuto su Spezia Mirror riscuotendo molta attenzione da parte dei nostri lettori. (Leggi qui e qui).
Scorrendo le cronache sull’accaduto c’è una frase chiave che La colpisce?

Sì: “Volevo ucciderlo, aveva postato una foto con la mia ragazza”. La pubblica dichiarazione di Atif Zouhair, 19 anni, in merito a come regolare i conti con Youssef Abanoud, 18 anni, appare subito essere una questione d’onore. Tra maschi.
Perché ritiene sia una questione d’onore tra maschi?
Atif è un uomo d’onore, gira con il coltello. Un oggetto antico, intimo, attaccato al corpo. Atif deve avere una lama. Perché rafforza, taglia, separa. Distingue. Con un coltello in mano Atif può diventare sé stesso.
Non è assurdo, oggi, per una persona normale, “diventare sé stesso” con l’uso del coltello, arma primordiale precedente ai “duelli di spada per onore”?
Nella rivendicazione di un’identità il coltello appare oggi sempre più spesso nelle mani di adolescenti sperduti, fragili, senza riferimenti valoriali o appartenenze solide. L’intento di apertura con cui Atif si presenta alle cronache è che l’onore si deve lavare con il sangue, formula simbolica arcaica, potente e pericolosa, ancor oggi presente ma sottaciuta. Fatti di coltello sono assai frequenti, ma vengono mimetizzati con la gelosia, l’arroganza, fatti di sangue tra giovani che possono essere innescati da una parola, da uno sguardo di sfida. Ma anche “la difesa dell’onore”, questo arrogante valore tradizionale, appare oggi degenerato perché si spoglia delle formalità del duello, che in passato si misurava con regole rituali. Differenziando il duello al primo sangue, quasi simbolico, dal duello all’ultimo sangue, all’odio per il rivale che deve inevitabilmente finire, come in questo caso, con la morte di uno dei due. Morte che negli intenti di Atif sembra si sia manifestata in curiosità attorno a ciò che si prova quando si uccide.
Si può giustificare questo crimine come malattia mentale?
Sembra che l’avvocato della difesa abbia suggerito al proprio assistito di dichiarare che non era sua intenzione uccidere, che voleva solo “dare una lezione”. Difesa fragile. Per fortuna non gli è stato consigliato di invocare il raptus improvviso, l’irruzione momentanea della sragione. Sarebbe stato fuori luogo, quasi ridicolo. Sragione che avrebbe potuto accampare Atif se dell’anonima ragazza fosse stato geloso, se fosse stato il gesto per esorcizzare la possibilità di un rifiuto, di una perdita d’amore. Ma qui l’amore non c’entra nulla, qui in gioco non c’è una donna, ma una questione maschile. La ragazza assume un valore solo simbolico: territorio di confronto, rimane esclusa. Non oggetto d’amore, bensì oggetto di conferma narcisistica. Sembra che Youssef abbia voluto desistere dal confronto e che si sia avviato verso la classe. Un invito a lasciar perdere. Gesto che Atif non può accettare, perché l’onore richiede la sfida. Lo rincorre e lo accoltella davanti a tutti, guardandolo negli occhi.
Sulla scena della tragedia la ragazza oggetto del contendere dove si colloca e che cosa rappresenta?

La ragazza, oggetto della contesa non presente all’aggressione, riferisce di essere venuta a conoscenza del dissidio tra i due e di averli implorati di desistere. Inutilmente. Anche la questione del consenso o meno della ragazza alla pubblicazione di quella foto, che sembra risalga peraltro a quando lei e Youssef erano piccoli, rimane sottaciuta. Nelle cronache il nome della ragazza non compare, perché il nome è irrilevante. Sembra un dramma della gelosia, un dramma tra un uomo e una donna. Ma qui la donna rimane oggetto marginale, simbolico, non interlocutore del conflitto, non destinatario dell’aggressività. È un dramma tra uomini, ostentato in pubblico, che concorre seriamente a convalidare un’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione. Quella di Atif non è una tragedia passionale, ma una tragedia identitaria. Identità messa in crisi non da un’umiliazione interna, da un timore dentro di sé. Ma dal timore di un’umiliazione che appare negli occhi degli altri. L’offesa non è privata, ma pubblica e intollerabile. In questa vicenda d’onore chi ha meno attenzione di cronaca non è la vittima, che in quanto tale assume un’identità precisa. Chi non riceve considerazione di cronaca è invece la ragazza, che non ha un nome, la cui voce disperata non assume nessun potere e nessun rilievo. Citata anonimamente, non emerge come quel soggetto prioritario che la vicenda richiederebbe, ma emerge come capitale simbolico dell’uomo, segno di un onore maschile, dove “avere” una donna è una prova di valore e perderla è un’umiliazione. Forse, in queste questioni, più che all’onore, decadente e pretestuoso di cui rimangono vittime gli uomini, bisognerebbe guardare al disonore dell’esclusione e della marginalità di cui rimangono vittime le donne.
Pensiero di chiusura. Il disagio giovanile e i disvalori che ne conseguono rivendicano interventi urgenti, non procrastinabili. Coloro che operano con impegno, competenza e dedizione, nella scuola e nelle istituzioni, sono chiamati ad affrontare anche queste dinamiche dirompenti. Ogni singolo caso ha la sua genesi e la necessità d’intervento ad personam che solo un lavoro di squadra può indirizzare al recupero e al cambiamento: far proprio il bene sacro della Vita significa rispettarlo senza pregiudizi, senza ostili contrapposizioni.
By Marisa Vigo
Dottor Tiziano Apolloni, dal 1998 al 2004, incarico a rapporto libero professionale in qualità di psicoterapeuta, per la diagnosi e cura della famiglia presso il Servizio Centralizzato contro il Maltrattamento del Comune di Vicenza. Dal 2004 al 2012 incarico a rapporto professionale in qualità di psicoterapeuta presso il Centro ARCA di Vicenza, Centro Regionale per la diagnosi e il trattamento dei minori e delle famiglie per i casi di abuso e violenza. Autore di numerose pubblicazioni tra cui Delitti del Desiderio (2021Maurizio Vetri Editore)
Prof.ssa MARISA VIGO nasce e risiede alla Spezia, frequenta il Liceo classico Lorenzo Costa, si laurea nel 1971 in Lettere classiche all’Università di Pisa con tesi in epigrafia greca, discussa con l’esimio prof. Giuseppe Nenci, ordinario di Storia greca e romana, poi titolare della cattedra di Storia greca alla Scuola Normale. Avvia lacarriera di docente nelle scuole medie superiori, ricoprendo per anni la funzione di vicepreside e poi di preside. Come docente sostiene e inaugura una progettualità che unisce conoscenze e competenze, mettendo in contatto gli studenti con le attività produttive del territorio e la sua storia. Prepara convegni e corsi di aggiornamento per docenti, programma l’alternanza scuola-lavoro, riceve l’approvazione della Regione Liguria al corso post-diploma che consente occupazione a un numero selezionato di giovani meritevoli. Consigliere Comunale nel 1993 nella lista civica Democrazia e Solidarietà del dott. Renzo Tonelli, fondatore del Centro Vita per la prevenzione e la cura dei tumori. Dal 2013 – 2024: per tre anni giurata e per nove presidente di giuria del Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana. Critica letteraria, redige prefazioni e recensioni a opere di poesia, narrativa e saggistica.
