
(NdR) Quando sono esplosi i casi della pagina facebook “Mia moglie” e del sito “Phica.eu” la prof.ssa Maris Vigo aveva appena realizzato una lunga e ricca intervista allo psicoterapeuta Tiziano Apolloni proprio sui temi legati alla violenza sulle donne e a cosa spinga degli uomini a realizzarla. In quel clima abbiamo chiesto al Dottor Apollloni cosa ne pensasse di quegli episodi specifici legati al web. L’intervista, grazie anche alle significative foto di Rossana Zoppi, (leggi qui) ha avuto un seguito di lettori molto importante e anche richieste da altri giornali di pubblicarlo (National Daily Press ha già provveduto). Abbiamo ricevuto molte richieste di notizie sull’intervistato che ci ha fornito la sua “Piccola Biografia” che è anche un racconto di vita. Ve la proponiamo come prologo ad una lunghissima intervista allo psicoterapeuta che pubblicheremo in due puntate ma anche, e soprattutto, alla sua raccolta di racconti “DELITTI DEL DESIDERIO – Quando l’amore diventa perversione” – Maurizio Vetri Editore, Enna 2021 .
TIZIANO APOLLONI: PICCOLA AUTOBIOGRAFIA
Narra una leggenda che ad antichi schiavi- messaggeri venisse tatuato sulla nuca il messaggio da consegnare, in modo che loro non potessero leggerlo. Così ognuno di noi porta nella vita un messaggio sconosciuto, dettato dai desideri, dalle paure e dai sogni dei propri genitori…Sono nato in un paese di montagna. Sono cresciuto guardando il profilo dei monti, correndo nel vento dei prati, vagando nel mistero dei boschi, calpestando distese di neve che toccavano il cielo. Protetto dagli affetti intensi e teneri della mia famiglia. La tenerezza, con vene di rigidità apprensiva di mia madre, e l’idealismo romantico, con vene di misticismo di mio padre.
Affetti di cui, nel bene e nel male, porto i segni. Ancor oggi il sorriso e l’abbraccio sono il mare in cui si placa la mia ansia, e la sensibilità per la bellezza del mondo è il passo emotivo con cui cammino nella vita.
“Sei come tuo padre, troppo idealista, troppo sensibile!” Sentenziava mia madre, tenendomi a prudente distanza da lui. Sia per un accentuato senso di esclusività affettiva, sia perché riteneva, con alcune buone ragioni, poco vantaggioso per me avere come riferimento un poeta romantico. Ma come potevo io non essere affascinato da un autodidatta di origini contadine, che mi raccontava delle tenerezze delle madri, della miseria e della speranza della gente, della bellezza e del dolore del mondo? Che mi portava sulla strada a vedere Coppi e le Mille Miglia? Che mi recitava a memoria pagine dei Promessi Sposi e dei Miserabili? Come dimenticare le sue lettere d’amore a mia madre che io e mia sorella andavamo a leggere di nascosto in solaio?
Per mia madre amarmi significava desiderare il mio bene. E il mio bene era la realizzazione delle sue aspettative. Per cui a dispetto delle mie inclinazioni umanistiche, che mia madre con un po’ di ironia banalizzava e che mio padre per compiacerla ignorava, ha guidato I miei studi verso concreti indirizzi commerciali. A emulazione dei successi dei maschi della sua famiglia, la scelta di un diploma commerciale mi avrebbe permesso di accedere prima al mondo del lavoro rispetto a una maturità liceale che mi avrebbe obbligato a un’iscrizione universitaria… Capitolato sul fronte della scuola mi diedi per vinto su tutto il fronte delle sue aspettative borghesi – che altra possibilità avrei avuto? – a cui accondiscesi in tragica sequenza: diploma, servizio militare, impiego lavorativo, matrimonio. Fatto. Dopo un servizio militare che rianimò i miei entusiasmi infantili per la neve e la montagna e che mi regalò l’orgoglio di aver fatto l’alpino in zone di confine all’epoca degli attentati altoatesini, trovai un impiego – ne provai parecchi in verità – e mi sposai.
Seguirono anni bui. La mia carriera lavorativa era partita con il piede sbagliato, un piede che non voleva fare passi in avanti. Il matrimonio, pur nato da un amore promettente, stava sprofondando nel buio della mia anima morente, della mia esistenza senza senso. Il mio sguardo spento si accendeva ormai solo davanti alla vetrata che dalla mia scrivania dell’ufficio commerciale della Lanerossi di Schio, apriva la vista alle montagne innevate. Alle montagne che mi avevano promesso un’altra vita, alle pietre muschiose su cui mi ero arrampicato, ai bastioni di ghiaccio davanti ai quali mi ero stupito, alle misteriose, ambigue profondità di tenebra e luce dove mi ero addentrato, ai regni di forze oscure, di magie, di opacità soffocanti, di fiocchi danzanti, di folletti e campanelli dove la mia fantasia era nata. Mentre da lontano, dai confini del tempo, mi arrivava l’eco dei racconti di un contrabbandiere dagli occhi di stelle che mi diceva che avevo ancora uno scrigno di luccicante bellezza da aprire.
Ho fatto terra bruciata attorno, ho distrutto il mio matrimonio e la mia carriera lavorativa. Nel bene e nel male ho ricominciato d’accapo.
Ho buttato il copione che fino ad allora aveva guidato la mia vita e mi sono ritirato lassù, in quel vecchio locale all’ultimo piano a ridosso delle antiche mura della città, per riscrivere la mia storia.
Tra i libri, la musica e le bianche braccia della mia compagna di viaggio ho imparato ad amare e gioire, soffrire e morire. E poi risorgere.
Sono stato fortunato una seconda volta. Sul mio percorso ho incontrato bravi maestri. Nella mia seconda vita ho fatto lo psicologo. Non sono cambiato. L’affettività rimane il mio punto fragile e la bellezza della vita mi fa ancora inumidire gli occhi. I miei tre figli affettuosamente mi prendono in giro, ma hanno accettato la mia eredità.
Tra la felicità e il dolore, tra il canto e il pianto sono arrivato qui, all’avamposto della vita. Sono il Tenente Drogo sulle mura della Fortezza Bastiani. Scruto l’orizzonte del Deserto dei Tartari. Qualcosa brulica laggiù, e prima o poi mi raggiungerà. Non chiedetemi come, ma ho riscritto il messaggio tatuato sulla mia nuca. Non chiedetemi quando ma nel bene e nel male, lo consegnerò. Non tradirò la mia consegna, non tradirò il mio desiderio.Di questa lucida analisi introspettiva, con picchi lirici, attendo dai lettori giudizi e, se volete, anche testimonianze personali su cambi di rotta impressi al vivere attraverso scelte soggettive. Da parte mia, gentile dottor Tiziano, commossa dalla tua confessione, sento l’esigenza di aggiungere qualche parola. Tu appartieni a una generazione avvezza a sbucciarsi le ginocchia che, intraprendente e coraggiosa, ha continuato e saputo camminare. Libera di pensare, decidere, sbagliare, ama scrivere, e lo fa pure bene, non attraverso parole di circostanza, ma piene dell’anima. La pacatezza, che trasmetti con l’affabile cadenza vicentina, infonde fiducia anche quando ripercorri il passato e osservi il mondo con una tua prospettiva letteraria. “La prospettiva del poeta a cui, come disse [il tuo Maestro] Freud, spetta dire l’ultima parola, quella che non può essere detta dalla psicoanalisi”.
By Marisa Vigo
(Riproduzione riservata)


Sono stato fortunato una seconda volta. Sul mio percorso ho incontrato bravi maestri. Nella mia seconda vita ho fatto lo psicologo. Non sono cambiato. L’affettività rimane il mio punto fragile e la bellezza della vita mi fa ancora inumidire gli occhi. I miei tre figli affettuosamente mi prendono in giro, ma hanno accettato la mia eredità.