Dom 6 Set 2026

Addio a Francesco Bruno, traduttore, poeta e navigante della Contea di Levante

Un ricordo di Francesco Bruno, traduttore e poeta della Contea di Levante
Francesco Bruno

È scomparso a Lerici il 14 luglio scorso.

Il 14 luglio scorso è scomparso a 78 anni Francesco Bruno, scrittore e poeta ma soprattutto prolifico traduttore della Contea di Levante, la zona tra Spezia e le Alpi Apuane che l’amico e poeta Paolo Bertolani ha cantato nei versi e nelle prose del libro omonimo, Racconto della Contea di Levante (Il formichiere, 1979 poi il melangolo, 2001).

Nato a Lerici il 6 maggio del 1948, a maggio del 1992 aveva accompagnato con una nota biografica una delle rare pubblicazioni dei suoi testi poetici, scrivendo: «Capitano di mare per vocazione letteraria, al suo primo imbarco capì subito quanto fosse ingenuo tentare di inseguire Conrad, Melville, Stevenson in un mondo che non sapeva leggere Malcom Lowry, e tornò a cercare la letteratura – sbagliando ancora approdo – alla Facoltà di Lettere di Pisa. Perseguì la sua illusoria ricerca rattoppando trame di libri altrui in una casa editrice milanese, dove rimase incagliato per quasi un decennio. Recidivo, s’è imbarcato – forse non per l’ultima crociera – sul veliero delle traduzioni letterarie, e segue oggi rotte più terrestri. Fra gli altri ha tradotto Louis Aragon. Jacques Prévert, Julien Green, Ismail Kadaré, Nina Berberova, Michel Tournier» («Poesia, a. V, n. 5, maggio 1992, p. 24).

Francesco Bruno è stato veramente “capitano di mare” quando, giovanissimo, si è imbarcato come allievo ufficiale su un mercantile. Ha navigato per un anno sull’«acqua perigliosa» poi, scampato ogni pericolo, ha toccato la riva e ha deciso di dedicarsi interamente alla letteratura. Dopo aver lavorato per un decennio in Longanesi collaborando con l’editore lericino Mario Spagnol, ha iniziato a tradurre – soprattutto dal francese – per Salani, TEA, Marco y Marcos e Ponte alle Grazie. Agli scrittori già nominati, si possono ancora aggiungere le sue traduzioni di Philippe Besson, Louis-Ferdinand Céline, Philippe Claudel, Jean Giono, Jean-Michel Guenassia, Patrick Modiano, Erik Orsenna e Cédric Sapin-Defour. In tutto si contano più di 250 libri tradotti, per lo più romanzi.

La «ruvida dolcezza» della sua prosa (scrive in un ricordo la redazione di Ponte alle Grazie) somigliava molto alla spigolosità del suo carattere, temperato da una grande raffinatezza di stile. La stessa raffinatezza che si riconosce nelle pochissime poesie edite, non più di una quindicina, stampate in due uniche occasioni: un gruppo nel già ricordato numero di «Poesia» con il titolo Storia d’amore in sei tempi, un’altra manciata nel volume della Corrispondenza in versi con l’amico Paolo Bertolani, Itinerari del monte e degli amori (San Marco dei Giustiniani, 2002).

Il legame con Paolo Bertolani e l’attività poetica

Francesco Bruno e Paolo Bertolani

Tra Bruno e Bertolani, racconta Alessio Giannanti di Archivi della Resistenza, c’è stato un rapporto di amicizia quasi simbiotico: «tra il 1973 o 1974 (non è datato) stamparono un fascicoletto, oggi introvabile, dall’unico tipografo lericino, Onesto Losi, di di otto poesie (quattro per uno) non firmate. Il gioco era appunto nel riconoscere chi dei due l’avesse scritta. Lo intitolarono scherzosamente: Identificazione degli uccelli e Francesco ricordava agli amici come quel titolo suscitò negli ambienti retrivi qualche malizioso sospetto. Anche intellettualmente, Francesco Bruno è stato un interprete attento della poesia di Bertolani e un suo interlocutore privilegiato, tanto da essere evocato nel brano proemiale del Custode delle voci (Il Nuovo Melangolo, 2003).

Come poeta-navigante, i versi di Francesco Bruno rivelano mondi stivati nel buio delle carene, scoperti con la meraviglia di chi, tornato bambino, si stupisce di fronte a un campo verde cresciuto nel fondo di una nave:

Oh sì,
la vidi, la grande adunata dei balenotteri
soffianti
in una calma baia di Seven Islands
dove caricavamo grano
(e ne stivammo fino a traboccare,
a insellare il pavé dei doppifondi),
anche se fu più grande meraviglia
il germogliare dei chicchi nelle stive
per il tepore da sottoneve
e le giunture non così stagne
da impedire infiltrazioni d’acqua,
e vita,
pur se nel chiuso buio
dove
alla luce precaria delle torce
scoprimmo un immenso campo verde
per tornarci bambini.

I testi inediti e il valore della sua opera

La poesia, inedita, è stata donata dall’autore ad Alessio Giannanti (che ci ha gentilmente permesso di pubblicarla in questa sede) in occasione del suo intervento al Convegno dell’Associazione degli Italianisti, Rotte mediterranee. Migrazioni e ibridazioni nella Letteratura italiana, svoltosi a Palermo nel 2024. I versi avrebbero dovuto far parte di un poemetto rimasto incompiuto, Un anno a prora, il cui titolo ricalca un classico della letteratura di navigazione: Two Years Before the Mast. A Personal Narrative of Life at Sea, romanzo del 1840 dell’americano Richard Henry Dana. Purtroppo, solo due testi del poemetto si sono salvati dalla furia distruttrice dell’autore: quello che avete appena letto e un altro, pubblicato nel già citato libro del 2002 scritto a quattro mani con Paolo Bertolani. Nei versi di Francesco Bruno – spiega Giannanti – «troviamo una forte compenetrazione tra l’esperienza diretta del lavoro di navigante (restituita anche con un preciso linguaggio marinaresco) e un senso di meraviglia, pienamente lirico, per il mare: “pensa l’ombra di scafo che percorre/ le grandi distese di acqua e sale/ sopra branchi sparuti d’individui/ che guizzano a raggiera e si disperdono/ per luccicare poi di nuovo argentei”. Nel finale di questa poesia Bruno sembra associare l’impossibilità di rimettersi in mare col riconnettersi al mondo avventuroso della giovinezza: “Ma non fissare gli occhi al tagliamare/ o al fasto di luci a poppavia” e invita l’amico Bertolani ad abbandonare ormai ogni illusione, facendo trapelare nella chiosa anche un certo modo di schermirsi: “E non chiamarmi Ismaele”. Un’evidente parafrasi del celebre incipit del Moby Dick: “Chiamatemi Ismaele”, ma che sembra qui persino una sentenza inappellabile, la manifestation della diffidenza del mondo della letteratura verso il mare e il navigare, con un’aggiunta di irrevocabilità data dal fatto che tale affermazione proviene dal più letterato dei naviganti, ma forse anche dal più navigato tra i letterati della Contea di Levante».

Ora che il viaggio di Francesco Bruno è terminato, resta il rammarico di non essere riusciti a vincere la sua nota ritrosia, per non essere riusciti a salvare qualche riga in più dei suoi versi, a cogliere quell’«ultima rosa» di poesia che aveva deciso – con elegante ironia – di lasciare al suo posto, «na-tu-ral-men-te»:

L’ultima rosa

Non coglierò per te l’ultima rosa:
la vedrai anche tu dalla finestra,
ne toccherai il profumo con le dita,
si sfalderà nel tempo lentamente
come ha già fatto chino il girasole
e più umilmente ancora margherita.
Che resti patrimonio del passante.
Guarda, nel viale cadono le foglie,
fanno felpato il passo della gente.
La rosa non è grata a chi la coglie,
vuol finire da sé
na-tu-ral-men-te.

By Monica Schettino

Chi è Monica Schettino:  laureata in Lettere moderne all’Università di Torino con una tesi in Letteratura greca, ha ottenuto il titolo di Dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” con una ricerca sulla Scapigliatura piemontese, in seguito pubblicata nel volume Achille Giovanni Cagna – Giovanni Faldella, Un incontro scapigliato: carteggio 1876-1927 (Interlinea, 2008). Ha collaborato come docente a contratto con l’Università del Piemonte orientale e poi con l’Università di Torino. Per l’Istituto storico per la storia della Resistenza di Varallo Sesia ha curato l’edizione dell’autobiografia di Anna Marengo, Una storia non ancora finita, (2014) mentre nel 2023 ha pubblicato sulla rivista «l’impegno» uno studio sul giovane poeta e resistente Ferdinando Giolli e la sua collaborazione con l’editore milanese Rosa e Ballo. Nel 2021 e nel 2023 ha partecipato alla Biennale “Piemonte e Letteratura” organizzata dalla Fondazione Palmisano di S. Salvatore M.to occupandosi di Achille Giovanni Cagna e dell’editoria vercellese nel Novecento. Dal 2022, presso l’Università di Friburgo (CH) e con la direzione del prof. Genetelli, si dedica allo studio dello scrittore e drammaturgo Cesare Lodovici sul quale ha pubblicato due saggi e un capitolo introduttivo nel volume: Cesare Vico Lodovici: un anglista del Novecento (2023). Nel 2025 ha pubblicato un piccolo inedito di Giovanni Faldella nella collana diretta e illustrata da Lino di Lallo, “Quaderni di stretta brevità”, intitolato Clelia o il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX). Romanzo storico politico di Giuseppe Garibaldi. Per l’editore Metilene di Pistoia ha curato il volume di Gino Patroni, Ed è subito pera e altri epigrammi, che nel 2024 ha inaugurato la collana di scritture anomale “Aritmie” diretta da Paolo Albani, facendo poi parte del comitato di lettura. Dal 2021 è docente di materie letterarie presso il Liceo “Parentucelli” di Sarzana, collabora con la casa editrice Loescher di Torino e con le pagine culturali della «Gazzetta di Parma».
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