Alla Firmafede oltre 70 opere raccontano venticinque anni di provocazioni, censura e icone ribaltate
Sono entrato alla Fortezza Firmafede di Sarzana per la mostra di Renato Guttuso. Sapevo che, negli stessi spazi, era allestita anche Anthology, un’esposizione dedicata a un artista per me sconosciuto: Giuseppe Veneziano. Pensavo a una mostra “di contorno”. Ne sono uscito con una convinzione diversa: quella che immaginavo come un’appendice si è rivelata un’antologia completa, solida e sorprendente, capace di reggere il confronto con il grande maestro del Novecento e di imporre un nome che merita una decisa attenzione.
Dalle didascalie che introducono il percorso emerge con chiarezza la portata del progetto: oltre settanta opere che ripercorrono circa venticinque anni di attività di quello che è oggi considerato il principale esponente italiano della New Pop. Dipinti e sculture di grandi dimensioni attraversano l’intera produzione dell’artista, dalle opere più discusse a quelle più recenti, molte delle quali hanno attirato negli anni l’attenzione di pubblico, media e critica, non senza episodi di censura.
Politica, fiabe e Rinascimento: l’immaginario ribaltato

Il curatore Luca Nannipieri in occasione delll’inaugurazione di Anthology aveva affermato: “Le opere di Giuseppe Veneziano hanno un linguaggio diretto, chiaro e desacralizzante: attraverso le particolarissime e mai scontate riletture di personaggi della politica e della storia come Trump, Putin, Berlusconi, Papa Francesco, delle fiabe e dei cartoni animati come Topolino e Biancaneve, e delle inaspettate riletture di capolavori del Rinascimento che Veneziano ama molto, ci troveremo a fare un viaggio nell’attualità e nella storia dell’arte che è anche un viaggio dentro i nostri pudori, le nostre vergogne, le nostre ossessioni. In fondo, l’arte, anche quando è accerchiata, spalanca geografie della nostra anima che pensavamo di far tacere”.
Dalla Sicilia a Milano: la costruzione di un artista controverso
Giuseppe Veneziano nasce nel 1971 a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. Laureato in Architettura all’Università di Palermo, nel 2002 si trasferisce a Milano per dedicarsi esclusivamente alla pittura.
La notorietà nazionale arriva nel 2004 con la mostra Invisì, dove espone, tra gli altri, un ritratto di Osama Bin Laden e un’immagine di Maurizio Cattelan con un cappio al collo: opere che finiscono in copertina su Flash Art per l’eco mediatica suscitata.
Nel 2006 Occidente, con un’Oriana Fallaci decapitata, genera un acceso dibattito internazionale sul confine tra libertà espressiva e sensibilità pubblica. Nel 2009, con 900, raffigura personaggi del Novecento — da Hitler a Berlusconi — in atteggiamenti erotici accanto a icone pop, tornando al centro dell’attenzione mediatica.
Accanto alle polemiche arrivano anche riconoscimenti istituzionali, come l’invito al Padiglione Italia della 54ª Biennale di Venezia nel 2011, e collaborazioni con il mondo della moda, tra cui Dolce & Gabbana. Nel 2025 è protagonista di nuove esposizioni, tra cui Art Fiction al Lucca Film Festival e Piazze d’Italia alla Antonio Colombo Arte Contemporanea di Milano, confermando una presenza costante e divisiva nel panorama italiano.
Uscendo dalla Fortezza, dopo aver attraversato più volte le sale, la sensazione è netta: il biglietto — pur condiviso con la mostra di Guttuso — è pienamente giustificato anche solo dalla presenza delle opere di Giuseppe Veneziano.
Perché, nel bene o nel male, la sua arte intercetta il nostro tempo con un’ironia dissacratoria che difficilmente lascia indifferenti.
E a conferma di ciò, basta ascoltare i commenti dei visitatori: battute, reazioni istintive, osservazioni ad alta voce. Segno che l’arte, quando punge davvero, riesce ancora a far parlare.
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