Dom 12 Lug 2026

La poetessa Roberta Dapunt riceverà a Milano il 16 giugno il Premio Montale per la poesia nella Biblioteca Sormani. La cura della terra, la memoria e l’attenzione all’altro nella sua opera diventano strumenti per opporsi all’indifferenza che segna il nostro tempo.

Il Premio Montale Fuori di Casa si prepara a rendere omaggio a una delle voci più autentiche e riconoscibili della poesia italiana contemporanea. A ricevere il riconoscimento sarà Roberta Dapunt, poetessa nata e residente in Val Badia, autrice di un’opera che negli ultimi anni ha saputo conquistare un posto centrale nel panorama letterario italiano grazie a una scrittura rigorosa, essenziale e profondamente radicata nell’esperienza della vita.

Roberta Dapunt è nata nel 1970 a Badia, dove risiede. Pubblica con Giulio Einaudi Editore, Folio Verlag e Il Ponte del Sale, e ha curato una pagina di poesia per il mensile di arte e cultura Luoghi dell’infinito. Presente in numerose antologie e riviste letterarie, la sua produzione in versi ha stabilito un profondo dialogo con altre arti, dando vita a composizioni musicali, tre pellicole cinematografiche e alla trasposizione teatrale di Die Krankheit Wunder. Le beatitudini della malattia (Folio, 2020). Insignita del Premio Letterario Viareggio-Rèpaci nel 2018, è un’autrice tradotta e pubblicata a livello internazionale.

Si legge nella motivazione del Premio Montale: «C’è in Roberta Dapunt una coincidenza tra la sua poetica e la sua vita, in un dialogo serrato che sempre si rinnova e sempre più va nel profondo. I versi trovano la loro sorgente negli spazi e nel tempo dell’esistenza: la natura, il maso, il proprio sguardo, lo sguardo altrui, il corpo, il dolore, la guerra… In questo nostro tempo dove la dignità dell’umano sembra ignorata e i valori morali sono spesso sbeffeggiati, il suo è un canto dove ragione ed etica si elevano, nel segno della testimonianza, spoglia di ogni retorica. Dapunt è profondamente presente al presente, e proprio per questa ragione, per questo suo essere essenziale e radicale, la sua poetica supera il tempo ed è destinata a durare.

La centralità del corpo – con il suo vigore e la sua bellezza, ma anche con il limite, la malattia, il decadimento – dà espressione alla forza della realtà, che spesso può sembrare quasi un nulla, eppure è infinitamente più grande e vera rispetto a qualsiasi universo, o prigione, virtuale.  Nessuna mitizzazione, ma la certezza di una materia che è anche respiro dello spirito.

Rispetto a una globalizzazione nemica delle differenze, anche la scelta di esprimersi nella lingua madre, il ladino, non è soltanto una vocazione espressiva o identitaria, ma costituisce il nucleo stesso della sua ricerca poetica, di una parola tesa solo all’essenziale, alla percezione primaria del reale. Idioma minoritario della Val Badia, il ladino assume nella sua opera una funzione originaria: è lingua della terra, del corpo, della memoria. L’essenzialità linguistica si apre a una dimensione sacrale. Il lessico asciutto e antiretorico è il ventre fecondo per accogliere e generare immagini bibliche, la liturgia del Creato, i vasti orizzonti dell’umano. E nel suo farsi prossimo alle cose, alla natura, all’uomo e all’Oltre, Dapunt ci offre il suo universo come un abbraccio, un abbraccio in un luogo e in un tempo che non possiamo non sentire come profondamente nostro».

Roberta Dapunt, in una recente intervista, così racconta la sua vocazione poetica: «Non faccio differenza tra vita e poesia, nel tempo sono diventate per me un accordo, un’affinità per comprensione l’una dell’altra. Ciò che pongo su carta è l’astrazione ineludibile della concretezza che mi circonda. Non c’è contraddizione in questo, è piuttosto un ovvio procedere di ciò che il pensiero isola e con cui si trova in rapporto. La scrittura è l’atto che può renderlo innanzitutto visibile, se poi riuscirà anche nella sua espressione è incerto ogni volta che l’inchiostro tocca il foglio bianco. Credo però di poter dire che sentii anni fa il passaggio ad una laica consacrazione poetica, come a passare per un luogo della mente che da lì in poi non avrei abbandonato».

In occasione del Premio Montale, Roberta Dapunt ha affidato una riflessione intensa sul ruolo della poesia di fronte alle guerre e al dolore del mondo. Un testo che ruota attorno a una semplice richiesta: «Fate sapere».

Se si vuole comprendere fino in fondo il senso della scelta del Premio Montale, è utile leggere alcune riflessioni che Roberta Dapunt ha affidato alla Presidente Adriana Beverini in occasione del riconoscimento. Più che un ringraziamento, è una meditazione sul ruolo della poesia di fronte alle tragedie del nostro tempo.

VOCE DEL VERBO ESSERE UMANO

Nella primavera del 2022 fu trovato un tragico foglio di carta, affidato alla fortuna e alla speranza che qualcuno riuscisse a consegnarlo a Dimitry. Sul foglio era stata disegnata anche la mappa del luogo di una sepoltura. Il messaggio diceva:

«La mamma è caduta il 9 marzo, veloce quasi senza accorgersene. La casa è stata distrutta e bruciata. Dima, scusami se non ho salvato la mamma, l’ho seppellita nel cortile vicino all’asilo. Fate sapere». Questo tragico messaggio scosse gli animi di quanti ne appresero la notizia. Segnava l’inizio della guerra in Ucraina, un conflitto che continua ancora oggi il suo drammatico percorso.

Poco tempo dopo, l’odio e la violenza sono divampati anche a Gaza, dando inizio a una tragedia che si sta consumando sotto i nostri occhi. E poi ci sono le guerre dimenticate dai media occidentali: in Sudan, nello Yemen, in Birmania e in Afghanistan, conflitti avvolti da un silenzio complice e dall’indifferenza di una storia che preferisce volgere lo sguardo altrove.

Ecco:

«La mamma è caduta, veloce quasi senza accorgersene. La casa è stata distrutta e bruciata. Scusami se non ho salvato la mamma, l’ho seppellita nel cortile vicino all’asilo. Fate sapere».

Nessun commento. Nessun verso, nessuna poesia riuscirà a toccare la drammaticità e la condizione di questo messaggio.

Eppure, in questa tragedia emerge un forte senso poetico proprio nella richiesta finale: «Fate sapere».

Non è forse questo il compito della poesia?

Sono una persona che usa i versi per raccontare l’esistenza. Leggendo la poesia scritta nei periodi di guerra ho imparato i sentimenti e la coscienza di coloro che hanno sofferto, di coloro che sono morti o sopravvissuti. Ci hanno consegnato il loro dolore, le loro solitudini, i loro pianti scritti su strappi di carta e sui muri; così la poesia si è assunta l’impegno di farsi ultimo baluardo a difesa e sostegno di chi è vittima di una guerra.

Mi chiedo dunque: la storia sarebbe inafferrabile senza i suoi poeti?

Intendo il volume del sentimento nella parola, il riverbero della coscienza nel racconto, senza i quali nessun cambiamento, nessuna epoca e nessuna guerra si sarebbero sedimentati nella memoria.

Sia dunque parola depositaria l’indifferenza.

Che non passi sotto silenzio l’indifferenza che livella ogni memoria, l’indifferenza che uniforma la morte.

I fiori degli altri

Sui pascoli di Palestina un fiore
e un morto, e un fiore e un morto,

da dietro i Monti della Giudea
i profeti non si alzano a guardare.

Immagine di esistenza antica,
che al limite dell’orazione impallidisce,
poiché tutto si è ormai sciolto
in un unico peccato.

Si muove la morte per una terra promessa,
sui pascoli di Palestina cadono i miseri sacrificabili,
il profumo delle arance raccolte,
i limoni e le olive.

Sfioriture a seminare altri fiori
in un prossimo tempo, dicono i profeti dei libri.

Che nei libri prossimi le scritture
volgeranno lo sguardo sul cammino percorso,

tra le pagine l’esposizione
di un morto, e un fiore e un morto.

Dice Qohèlet che tutto è come un soffio di vento,
tutto ciò che è già avvenuto accadrà ancora,
e che non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Ma gli uomini del mondo, gli uomini del mondo,

vanità è spargere sangue
e disconoscere la storia e le storie,

e i fiori degli altri,
che crescono e sfioriscono,

e il pianto che bagna i loro pascoli,

e un fiore e un morto,
e un fiore e un morto.

(Riproduzione Riservata)

PREMIO MONTALE A ROBERTA DAPUNT

Biblioteca Sormani Martedì 16 giugno 2026 ore 18

Corso di Porta Vittoria 6, Milano

Saluti di Giuseppina Sansica, direttrice Biblioteca Sormani

Intervengono con Adriana Beverini, presidente del Premio Montale, e Giovanni Gazzaneo, Presidente di Fondazione Crocevia:

Guido Oldani, poeta e fondatore del realismo terminale

Vincenzo Quagliotti, direttore delle collane di poesia, teatro e classici di Einaudi

Giovanni Tesio, filologo, critico letterario e storico della letteratura italiana

Alma Vallazza, traduttrice letteraria, cofondatrice e curatrice di ZeLT – Centro europeo di letteratura e traduzione

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