Una commedia che vorrebbe raccontare l’amore moderno ma si perde tra stereotipi, buonismo e provocazioni vuote.
Ci sono film brutti. E poi ci sono film inutili. Scuola di Seduzione riesce nell’impresa di rappresentare entrambe le cose.
La trama più che esile è proprio inconsistente. Tratta di vari personaggi messi insieme a forza dentro un corso di seduzione guidato da una coach improbabile interpretata da Karla Sofía Gascón — l’attrice di Emilia Pérez. E da lì il nulla. Situazioni che si susseguono senza peso, senza conseguenze, senza verità.
Il cinema di Verdone ha sempre flirtato con il grottesco. Ma in questa commedia manca completamente la verosimiglianza emotiva. Una volta i suoi personaggi erano caricature, sì, ma vive. Qui sono bozzetti vuoti. Costruiti a tavolino per riempire un album di figurine da far scorrere per un tempo pari alla lunghezza del lungometraggio.
E nel tentativo di sembrare “attuale”, il film finisce per scivolare in un terreno già visto altrove, quasi scopiazzato. Sembra il plagio di un film altrettanto brutto: Una terapia di gruppo – una commedia italiana del 2024 diretta da Paolo Costella con Claudio Bisio – anch’esso giocava sulle dinamiche di un gruppo di pazienti con diversi disturbi ossessivo-compulsivi e anche lì finiva tutto a tarallucci e vino.
Il mammone bellissimo, colto ed elegante oppresso dalla madre? Già visto, ma qui è ridotto a macchietta senza anima. Il giovane riccone con il complesso del pene piccolo? Finalmente si libera di questo inconfessabile segreto e lo urla ai quattro venti. La bella infermiera intrappolata in un matrimonio senza stimoli che vuole ri-sedurre il marito? Stereotipo. La libraia “porta sfortuna”? Idea interessante ma buttata via alla ricerca di una risata così rara in tutto il film.

E poi c’è lui, il solito Verdone. Che continua, imperterrito, a considerarsi un figo a prescindere dalla veneranda età. Anche quando la storia non lo sostiene. Anche quando il contesto non regge.
Qui addirittura immerso in una sottotrama che vorrebbe dare spessore ma ottiene l’effetto opposto: si iscrive al corso perché sa che tra i partecipanti c’è una figlia mai riconosciuta, nata da una relazione adulterina. Un elemento potenzialmente forte, che potrebbe portare conflitto, dolore, verità. Invece resta abbozzato, trattato con un buonismo superficiale che non scava mai davvero nel disagio, soprattutto quello della ragazza, cresciuta orfana del padre ufficiale ignorando l’esistenza del padre naturale.
La coach, che dovrebbe essere il perno del film, è il fallimento più grande. Povera Karla Sofía Gascón: non è credibile né quando guida, né quando vacilla, né quando cambia mestiere. È un personaggio scritto male e recitato dentro una gabbia che non le permette di esistere davvero. Una scelta commerciale utile per dare al film un passaporto internazionale per un’intensa diffusione sulle varie piattaforme streaming.
Il film prova a parlare di amore moderno, di relazioni nell’epoca digitale, di sesso virtuale. Ma sono tutte suggestioni buttate lì, senza sviluppo. Temi accennati e subito abbandonati, una miscellanea riempitiva.
E poi c’è il lato più fastidioso: l’operazione commerciale. La crociera super sponsorizzata è talmente evidente da risultare imbarazzante.

Che dire della vicina di casa del personaggio di Verdone, trasformata in star di OnlyFans: introdotta con scene sopra le righe — compreso il momento in cui umilia un uomo consenziente trattandolo come un cagnolino — ma senza alcuna funzione narrativa reale. Non è satira, non è critica, l’intento è solo didascalico: “c’è gente che fa sta roba”. Una storia presa di peso dalla trasmissione radiofonica La Zanzara che almeno ha il merito di esibire personaggi veri che fanno per davvero ciò che Verdone scimmiotta.
Infine, la scena degli spinelli. Messa lì come fosse normale, quotidiana, quasi leggera, per un professore di scuola superiore e poi per tutta l’improvvida compagnia rilassarsi con una canna. Non viene aggiunto nulla alla storia, si allunga il brodino, si banalizza una realtà che è molto più complessa; dietro un innocuo spinello per uso personale c’è un indotto criminale di spacciatori e trafficanti. E’ proprio il caso che il cinema italiano tratti questo argomento senza consapevolezza, solo come riempitivo?
Il risultato è un film che non fa ridere, non emoziona, non racconta. Scivola via senza lasciare traccia, se non un senso di occasione sprecata. Proprio un film ambizioso forse, ma decisamente vuoto.
Il film è visibile sulle piattaforme Paramount+ e Prime
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