Mer 14 Ott 2026

Lorenzo, il pellegrino arrivato alla Spezia: «Quello che ti serve, la strada te lo dà»

Lorenzo il pellegrino alla Spezia

Da oltre sei anni Lorenzo attraversa l’Europa, soprattutto a piedi: 27 mila chilometri, 1.470 città e più di 4 mila chiese visitate. Lo abbiamo incontrato al Parco della Rimembranza, accanto al Santuario di Sant’Antonio di Gaggiola. Una vita fuori dagli schemi, tra fede, incontri e libertà..

Lo incontro al Parco della Rimembranza, a pochi passi dal Santuario di Sant’Antonio di Gaggiola. Lorenzo non passa inosservato. Barba e capelli lunghi, cappello, uno zaino che arriva a pesare una trentina di chili e addosso i segni di una vita trascorsa, ormai da anni, prevalentemente sulla strada.

È nato nel 1969. Non ha una casa che lo aspetta alla sera, né una città nella quale debba necessariamente tornare. 

«La mia base è il mio sacco a pelo».

Poi comincia a snocciolare qualche numero. È al settantacinquesimo mese di cammino: più di sei anni. Ha raggiunto 1.470 città, percorso circa 27 mila chilometri, dei quali 16 mila a piedi, dormito in 2.300 posti diversi e visitato oltre 4 mila chiese. Numeri che raccontano soltanto in parte la sua storia. Le tappe raggiunte dai suoi viaggi sono rigorosamente documentate. Ogni parrocchia raggiunta rilascia un timbro che viene impresso in uno speciale libro mastro che si porta dietro. Una sorta di passaporto pieno di visti.

Una promessa a San Giacomo e un viaggio senza una vera fine

Santuario di Gaggiola

Tutto nasce da una promessa.

«Ho fatto una promessa a San Giacomo. Lui mi ha detto: andate a parlare di me fino alla fine della terra. E l’ho fatto».

Lorenzo era arrivato per la terza volta a Santiago de Compostela. Da lì ha cominciato un viaggio che lo ha portato attraverso l’Europa e che adesso dovrebbe ricondurlo, ancora una volta, proprio a Santiago. Ha attraversato le capitali europee, da Atene a Copenaghen, da Praga a Lisbona. Gli mancano ancora alcune mete, tra cui Andorra.

Cammina soprattutto a piedi, ma la sua non è una regola penitenziale. «Se mi posso permettere un treno, prendo un treno. Se non posso permettermi il treno provo un autobus. Se non ho neanche quegli spiccioli, allora vado a piedi. Ma vado sempre avanti».

Per dormire cerca soprattutto chiese e parrocchie. «Mi danno la disponibilità di un oratorio, un salone, un’aula da catechismo. A me basta un pavimento pulito e possibilmente un bagno. Per il resto sono autosufficiente».

Alla Spezia ha già trascorso alcuni giorni. Ha visitato diverse chiese, dalla Madonna della Salute alla Madonna della Neve, fino alla Cattedrale. Per tre giorni è stato ospitato a San Michele e adesso potrebbe trovare accoglienza al Santuario di Sant’Antonio.

Poi ripartirà. Non sa ancora con certezza per dove.

Potrebbe dirigersi verso Pontremoli e Parma – con una deviazione a Busseto per visitare la casa di Giuseppe Verdi – oppure imboccare la strada delle Cinque Terre, raggiungere Genova, Alessandria e quindi Biella. Da lì vorrebbe attraversare nuovamente le Alpi, raggiungere i Pirenei, scendere verso la Spagna e il Portogallo, arrivare a Fatima e infine tornare a Santiago. La strada, per Lorenzo, si decide anche camminando.

«Quello che ti serve, la strada te lo dà»

Lorenzo il pellegrino alla Spezia

Nello zaino porta vestiti, qualcosa da mangiare e tutto ciò che gli permette di essere autonomo. Ma la sua filosofia può essere riassunta in poche parole:

«Quello di cui hai bisogno la strada te lo dà. Se non arriva, vuol dire che non è necessario».

Non significa vivere completamente fuori dalla contemporaneità. Lorenzo ha un cellulare. Usa WhatsApp, controlla il meteo, consulta Google Map. Ed è anche un appassionato di enigmistica: nello zaino trova posto un giornale con i cruciverba, uno dei passatempi che lo accompagnano durante il viaggio. Ma ciò che colpisce è soprattutto la progressiva riduzione dei bisogni. Gli chiedo se non gli manchi una vita più comoda.

«No, perché la vita comoda ti lega a tantissime cose. Questa invece è una vita libera. Libera da ogni schema. A ogni incrocio può cambiare tutto».

L’imprevisto non è qualcosa da evitare. È parte della giornata.

«Non sapere che cosa accadrà e affrontarlo. Andare avanti tranquillo, sereno e in pace».

Poi rovescia uno dei meccanismi sui quali abbiamo costruito la nostra quotidianità:

«Perché dovrei andare a lavorare per comprarmi la macchina per andare al lavoro? Perché dovrei lavorare per trovare una casa e pagare le bollette? È tutto legittimo, tutto bene. Però, una volta ogni tanto, si può anche staccare e vivere con semplicità le piccole cose, i piccoli piaceri del giorno».

Quando qualcuno gli fa osservare che in questo modo non paga bollette o tasse, Lorenzo risponde ricordando anche l’altra faccia della medaglia.

«Io non ho un interruttore da accendere quando fa buio. Non ho un bagno a disposizione quando ne ho bisogno, non ho il gas per cucinare. Non ho niente».

Prima della strada, i ristoranti e la fotografia

Lorenzo il pellegrino alla Spezia

Questa vita non è sempre stata la sua. Originario di Lecce, Lorenzo è emigrato da giovane. Ha vissuto e lavorato in Francia, Germania e Svizzera. È stato ristoratore e ha raggiunto la direzione di un ristorante a Grado. Ma è stato anche fotografo. Racconta di aver lavorato come reporter nell’ex Jugoslavia durante la guerra, nel 1994, e di essere stato successivamente in Kosovo nel 1998. Viaggiare, dunque, faceva già parte della sua vita. Poi qualcosa è cambiato.

«Un giorno ho incontrato la fede che mi ha detto: molla tutto e seguimi».

Prima?

«Ero un ateo convinto, agnostico, areligioso».

Sulle ragioni profonde della conversione preferisce non soffermarsi troppo.

«È una cosa un po’ lunga da spiegare, un po’ personale».

Oggi dice di affrontare la strada con «fede, forza e coraggio».

Il barbone e il pellegrino

Lorenzo tiene molto a una distinzione: quella tra il barbone e il pellegrino. È una distinzione sua, maturata in anni trascorsi sulla strada e negli incontri con persone che vivono ai margini. Il barbone, nella sua visione, tende a diventare stanziale e a costruirsi intorno una rete che gli consenta di sopravvivere. Il pellegrino invece deve continuamente ripartire. Ogni giorno cambia luogo e ogni giorno deve ricostruire da zero il rapporto con le persone che incontra. Lorenzo non nasconde, peraltro, la simpatia che spesso prova proprio verso chi vive ai margini.

«Tante volte trovo più buoni magari i mendicanti o i clochard di tante altre persone, magari benestanti, che ho incontrato. C’è meno ipocrisia».

La strada gli ha insegnato anche le lingue. Dice di essere riuscito a dialogare, nel corso degli anni, in una decina di lingue diverse.

«La strada è la migliore scuola. Insegna innanzitutto a dire grazie e a imparare come si chiamano l’acqua, il pane, tutto quello che serve».

Quando la strada fa paura

Lorenzo il pellegrino alla Spezia

Sei anni sulla strada non significano soltanto incontri, accoglienza e porte che si aprono. Gli chiedo se gli sia mai capitato di avere paura.

Lorenzo ricorda soprattutto una notte in Portogallo.

«Mi hanno svegliato alle tre del mattino tre ragazzacci. Li ho sentiti parlare tra loro e dire: “Lo ammazziamo, lo ammazziamo”».

Non sa che cosa avessero realmente intenzione di fare. Non ci fu bisogno di scoprirlo.

«Hanno cambiato idea e sono spariti. Però mi sono detto: se tornano? Appena ho visto l’alba ho preso le mie cose e sono sparito anch’io».

Un episodio che avrebbe potuto lasciare il segno, ma che Lorenzo non utilizza per costruire un giudizio sugli altri.

«Per il resto, sempre brava gente».

Anche con le forze dell’ordine, racconta, non ha mai avuto particolari problemi.

«Sono a posto, sono incensurato, ho i documenti in regola. Mi vedono come pellegrino e mi rispettano. Ma mi rispettano un po’ tutti».

Le cattive notizie e le brave persone

C’è un altro aspetto curioso della sua vita. Lorenzo possiede uno smartphone, ma non vive immerso nel flusso continuo delle notizie. Mi racconta un episodio. Era la fine di ottobre e stava aspettando un parroco davanti a una chiesa quando alcuni ragazzi gli chiesero che cosa avrebbe fatto dopo essere tornato a Santiago. La sua idea era scendere verso il Marocco, attraversare il Nord Africa e arrivare fino a Gerusalemme. Uno dei ragazzi reagì duramente quando sentì nominare Israele.

Lorenzo, in quel momento, non capiva il perché. Viveva sulla strada e non era al corrente di quanto stava accadendo a Gaza. Lo avrebbe scoperto nei giorni successivi. Vivere sulla strada significa anche questo: essere dentro il mondo e, contemporaneamente, fuori da quella corrente permanente di informazioni nella quale siamo immersi. Ma Lorenzo non sostiene che il mondo vada ignorato. Semmai mette in discussione il modo nel quale viene raccontato.

«Dicono che stiamo vivendo in un mondo molto brutto. Io non lo ignoro, perché le cose comunque vengo a saperle. Però ho una prerogativa: in ogni città dove arrivo non vado via se prima non incontro una brava persona».

Dopo 1.470 città, dice di esserci sempre riuscito.

«Posso dire che nel mondo c’è ancora gente buona. Il mondo non è cattivo come lo dipingono. Siamo martellati dalle cattive notizie, ma non ci dicono quelle buone. E le buone sono ovunque, a ogni angolo».

I Balcani e quella critica a chi «mette ordine facendo disordine»

Eppure Lorenzo la parte più dura del mondo l’ha vista da vicino. Quando gli ricordo la sua esperienza da reporter nei Balcani, il tono cambia.

«Non ho dei bei ricordi».

Richiama la Jugoslavia e il Kosovo e manifesta un giudizio fortemente critico sull’azione internazionale di quegli anni, compreso l’operato delle Nazioni Unite e di alcune delle potenze intervenute nel conflitto. È il suo giudizio, maturato anche sulla base di ciò che sostiene di aver visto direttamente.

Lo sintetizza con una frase:

«Non mi è piaciuto il comportamento di alcune potenze che hanno messo ordine facendo disordine».

Ma subito dopo aggiunge una cautela che vale forse più della critica stessa:

«È difficile parlare di geopolitica. Bisognerebbe conoscere la storia e molti non la conoscono. Vengono confusi dalle notizie che gli vengono martellate. Analizzate la storia».

Il bicchiere d’acqua

Anche con la Chiesa Lorenzo mantiene un rapporto personale. In questi anni, racconta, ha incontrato più di 1.600 parroci. E non ne fa un ritratto idealizzato.

«Ho incontrato degli emeriti individui e delle persone eccezionali. C’è questo e quello».

Poi racconta una storia. Una donna si presenta dal parroco e gli dice di voler lasciare la parrocchia. Non sopporta più quello che vede: persone vestite male, gente al cellulare, pettegolezzi. Il parroco non cerca di trattenerla. Le chiede soltanto di fare una cosa: riempire un bicchiere d’acqua fino all’orlo e compiere tre giri della chiesa senza versarne una goccia. La donna lo fa. Quando torna, il parroco le domanda se durante quei tre giri abbia notato qualcuno vestito male, qualcuno al cellulare o qualcuno che parlava degli altri.

No, risponde lei. Stava pensando al bicchiere.

«Ecco – racconta Lorenzo – quando vai in chiesa pensa al tuo bicchiere d’acqua. Entri per parlare con Dio, non per guardare quello che fanno gli altri».

Sant’Antonio e il pane

Lorenzo il pellegrino alla Spezia

Siamo a pochi passi dal Santuario di Gaggiola e forse non è casuale che il discorso finisca proprio su Sant’Antonio. Tra i santi, Lorenzo gli riserva un rapporto particolare.

«Ogni volta che incontro Sant’Antonio di Padova lo ringrazio per il pane che mi ha dato ieri».

Poi sorride e racconta il suo personale meccanismo. Entra in una chiesa, trova Sant’Antonio e lo ringrazia. Esce e, magari mezz’ora o due ore dopo, qualcuno gli offre qualcosa da mangiare. Allora entra in un’altra chiesa.

«Trovo di nuovo Sant’Antonio e gli dico grazie. Esco e mi danno ancora del pane. Non mi manca il pane tutti i giorni e ogni giorno incontro Sant’Antonio».

La definisce, scherzando, «la mia catena di Sant’Antonio».

Prima di salutarci gli chiedo che cosa vorrebbe dire agli spezzini. La risposta è perfettamente coerente con tutto quello che mi ha raccontato.

«Non abbiate paura. Ogni tanto entrate in una chiesa e dite grazie. Non chiedete: Signore, ho bisogno di questo. Ringraziate. Voi non sapete perché, ma lui lo sa benissimo».

Poi Lorenzo riprende il suo zaino. Domani, probabilmente, riprenderà anche la strada. La direzione precisa si vedrà. In fondo, sapere esattamente dove andare non sembra essere la cosa più importante. 

Mentre trascrivo le risposte alle mie domande, ripenso a quanto possa essere affascinante incontrare una persona così fuori dagli schemi. Lorenzo ha rotto con molte delle convenzioni sulle quali costruiamo le nostre vite e sembra aver trovato nella semplicità, nella strada e nella fede la propria dimensione. Gli ho posto molte domande. Eppure, dopo esserci salutati, rileggendo quello che mi ha raccontato, mi accorgo che avrei potuto fargliene molte di più. Prima di lasciarci mi svela un ultimo suo segreto: tiene un diario dei suoi viaggi. E’ giunto al 150° taccuino.

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