Sala Dante solo a metà per il dibattito promosso dall’Ordine degli avvocati. Pirondini attacca: «Questa riforma è una porcheria». Benifei: «Non risolve i veri problemi della giustizia».
Una platea solo a metà, nonostante il livello dei relatori e il prestigio dei promotori. Alla Sala Dante della Spezia il confronto politico sul referendum sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri si è svolto davanti a un pubblico meno numeroso di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Un dato che potrebbe riflettere anche il limitato coinvolgimento dell’opinione pubblica su un tema complesso come quello della riforma della giustizia e che, a poche settimane dal voto del 21 e 22 marzo, alimenta il timore di una modesta partecipazione alle urne.
L’incontro, promosso dall’Ordine degli avvocati della Spezia insieme alla Camera penale, alla Camera civile e all’Associazione italiana giovani avvocati, è stato moderato dal giornalista del Dubbio Giovanni Maria Jacobazzi e ha visto la partecipazione di rappresentanti di sei diverse forze politiche: l’eurodeputato del Partito democratico Brando Benifei, il senatore del Movimento 5 Stelle Luca Pirondini, il deputato di Più Europa Benedetto Della Vedova, la senatrice della Lega Stefania Pucciarelli, il senatore di Alleanza Verdi e Sinistra Tino Magni e la vicesindaca della Spezia Mariagrazia Frijia per Fratelli d’Italia. Dal confronto sono emerse due letture profondamente diverse della riforma.

Il fronte del no: «Riforma inutile e pericolosa»
Sul fronte del no, le critiche si sono concentrate soprattutto sull’efficacia del provvedimento e sui suoi possibili effetti sugli equilibri istituzionali. L’eurodeputato del Partito democratico Brando Benifei ha sostenuto che la modifica costituzionale non affronta nessuno dei problemi strutturali della giustizia italiana. «I veri nodi del sistema giudiziario – ha osservato – sono la lunghezza dei processi, la carenza di personale, le strutture e le infrastrutture digitali. È su questi aspetti che bisognerebbe intervenire. Cambiare la Costituzione su un tema come questo non risolve nulla e rischia anzi di complicare ulteriormente il funzionamento della giustizia».
Ancora più netto il giudizio del senatore del Movimento 5 Stelle Luca Pirondini, che ha definito la riforma «una porcheria che richiama i disegni di Licio Gelli capo della P2», accusando il governo di intervenire sull’assetto della magistratura senza affrontare le criticità più evidenti del sistema. Secondo Pirondini, il rischio è quello di alterare l’equilibrio tra politica e magistratura senza incidere sui problemi concreti della giustizia: «Non si interviene sui tempi dei processi, non si risolvono le carenze di organico e non si migliora il funzionamento della giustizia. Si cambia invece l’assetto costituzionale della magistratura con il rischio di aprire la strada a un maggiore controllo della politica».

Sulla stessa linea il senatore Tino Magni (Alleanza Verdi e Sinistra), secondo cui la riforma non migliorerebbe l’efficienza della giustizia ma rischierebbe di incidere sugli equilibri tra poteri dello Stato. «La magistratura deve restare autonoma e indipendente dalla politica», ha osservato, invitando a concentrarsi piuttosto sui problemi strutturali del sistema giudiziario.
Il fronte del sì: «Rafforza il giudice terzo»
Tra i sostenitori del sì, invece, il confronto si è concentrato soprattutto sul merito della riforma e sull’idea che la separazione delle carriere possa rafforzare la terzietà del giudice e rendere più chiara la distinzione tra chi accusa e chi giudica ma soprattutto respingendo le affermazioni del no che leggono tra le righe un escalation verso un controllo dell’esecutivo sul potere giudiziario e in particolare sui PM.

Il deputato di Più Europa Benedetto Della Vedova, pur sedendo tra i banchi dell’opposizione, ha dichiarato di sostenere la riforma ritenendola coerente con il principio del giusto processo già introdotto nella Costituzione. Una posizione che lo colloca in modo atipico rispetto al resto dello schieramento di opposizione e che lo stesso parlamentare ha motivato sottolineando come, a suo avviso, la giustizia italiana potrebbe trarre beneficio da un sistema in cui le funzioni di accusa e giudizio siano più nettamente separate.

Sulla stessa linea la senatrice della Lega Stefania Pucciarelli, che ha richiamato anche le distorsioni emerse negli ultimi anni all’interno della magistratura scoperchiate dal caso Palamara, sostenendo: «Oggi il sistema delle correnti incide su nomine e carriere. Con questa riforma si restituisce maggiore serenità ai magistrati e maggiore fiducia ai cittadini».
A favore della riforma anche la vicesindaca della Spezia Mariagrazia Frijia (Fratelli d’Italia), secondo cui il provvedimento non mette in discussione l’indipendenza della magistratura ma punta piuttosto a garantire in modo più netto il principio del giudice terzo e a rendere il sistema giudiziario più equilibrato: «L’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono già garantite dalla Costituzione e questa riforma non le mette in discussione», ha affermato, sostenendo che l’obiettivo è «rafforzare la terzietà del giudice e modernizzare il sistema».
Il dibattito si è concluso con un breve appello finale al voto dei relatori, confermando la netta divisione tra i due schieramenti alla vigilia della consultazione referendaria ma ha anche rivelato che il confronto, lungi da soffermarsi nei tecnicismi e nel merito delle modifiche, è anche una sorta di tagliando al governo in vista del prossimo confronto elettorale del 2027.
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