Mer 14 Ott 2026

N.d.R. Due settimane fa abbiamo pubblicato su SpeziaMirror una recensione della prof.ssa Vigo dal titolo Puccini, donne e Melodie: Maria Primerano firma un romanzo da standing ovation. L’articolo ha suscitato un vasto eco tra i lettori e generato numerosi commenti lusinghieri. In quell’occasione avevamo annunciato un sequel: un’intervista con l’autrice, Maria Primerano, figura poliedrica e affascinante – scrittrice, giornalista, musicista e, last but not least, medico cardiologo. È arrivato il momento di pubblicarla. Perché? Non voglio anticipare nulla. Lo capirete. Posso solo dire che, nonostante la lunghezza del testo, avrei voluto leggerne ancora. Tanto che sto già pensando a una terza parte. Mettetevi comodi… e buona lettura!

“Medico, musicista, scrittrice e giornalista: Maria Primerano si racconta tra ricordi familiari, passioni coltivate con tenacia e un’infanzia da enfant prodige al pianoforte.”

…In una giornata ormai estiva Maria Primerano arriva da Catanzaro alla Spezia, accolta sulla terrazza di un ristorante con vista golfo. Indossa, con stile, un variopinto outfit abbinato a un estroso cappello di corrispondenti nuances, che mi ricordano verve e gioia di vivere delle salottiere Marta Marzotto e Marina Ripa di Meana. Trovo in lei una Donna capace di osare, aperta al dialogo, al sorriso, alla bellezza dell’arte. Molto comunicativa, mi rivolge ringraziamenti e parole lusinghiere estese a SpeziaMirror. Per capire la brillante persona che oggi ho dinanzi chiedo:

Da primogenita, puoi descrivere la tua formazione e le scelte di vita in una famiglia di quattro donne guidate dalla figura del prof. Martino Primerano, marito e padre di “peso”?
La mia è stata una famiglia tradizionale. Mio padre, Martino Primerano, medico cardiologo, primario di terapia intensiva cardiologica, da lui fondata a Catanzaro, il primo a impiantare i pace-maker in città nel 1980, è stato anche un intellettuale, appassionato di storia, sindaco comunista negli anni ’70 in Soriano Calabro, all’epoca provincia di Catanzaro. Qui fece costruire l’ospedale, portò l’acqua nelle case del paese, aprì gli asili nido, insomma un uomo “dedicato” al bene della gente. Mia madre, Flora Paonessa, insegnante d’arte, pittrice, formatasi al Liceo Artistico e poi all’Accademia di Belle Arti in Roma. Due sorelle: Carmen, avvocato e pittrice,  Cecilia giornalista del TG1. Ma non finisce qui. Ci sono altre due donne da menzionare: mia zia Lia, professoressa di Lettere e grande religiosa, fondatrice di una casa di accoglienza per bambini orfani e figli di carcerati, cui si è dedicata per tutta la vita, mi ha sempre seguita negli studi di latino e greco; mia nonna Carmela Ceravolo. “Antica” donna del 900 – della famiglia dell’avvocato Nicola Ceravolo, fondatore e primo presidente nel 1929 della squadra di calcio della città, il Catanzaro –  era stata educata dalle suore come si faceva nelle famiglie di elevato ceto sociale. Per farmi passare il tempo m’insegnava a lavorare ai ferri, all’uncinetto, a cucinare, cose in cui sono bravissima… In pratica avevo intorno madre e nonna che mi portavano verso la creatività, zia e padre verso la razionalità. Mio padre, poi, scherzava sempre e, visto che zia e nonna si occupavano di noi figlie, diceva che di donne ne aveva sposate tre: mia madre, mia nonna e mia zia.
Che cosa mi racconti sui tuoi studi? 
Mio padre era molto rigido. Dopo la brillante maturità classica al Liceo Galluppi di Catanzaro, mi fece iscrivere alla Facoltà di Medicina e Chirurgia a Firenze e mi permise di continuare lì a fare musica. Aveva le idee chiare: mi sarei laureata in Medicina e Chirurgia e avrei conseguito a Napoli, nella II Facoltà di Medicina e Chirurgia, la specializzazione in cardiologia. Era questa una via inevitabile, mancando un figlio maschio. E anche il fato ci si metteva! All’esame di Anatomia macroscopica all’Università di Firenze, negli anni ’80, il chiarissimo prof. Giovanni Orlandini mi mise tra le mani un organo viscido, estratto dal cadavere poco distante, da descrivere e commentare. Cos’era? Un cuore naturalmente! Mio padre, in aula, dall’alto dell’anfiteatro, sorrideva sornione. Era arrivato da Catanzaro la sera precedente, mi aveva prelevata dal collegio delle Mantellate e portata in albergo a dormire con lui temendo che, da perfezionista, magari avrei potuto non presentarmi all’esame. Sicché, la mattina seguente, mi aveva preso “dal colletto” e scortata a Careggi. Ora appariva soddisfatto di com’era andata: esame  di Anatomia superato alla grande, con un cuore in mano! Mio padre è comunque rimasto la mia guida per tutta la vita, oggi che non c’è più rimane per me un luminoso riferimento.
Per capire l’importanza e i contenuti della tua scrittura è fondamentale partire, invece, dagli studi musicali. Ce ne parli? 
Li avevo iniziati a sei anni, privatamente, a Catanzaro, con Anna Maria De Salazar Sassi, napoletana, proveniente dal Conservatorio  “San Pietro a Maiella” di Napoli, e con Anna Maria Pennella, sua amica, allieva di Arturo Benedetti Michelangeli e di Marguerite Long a Parigi. Le affermazioni in due concorsi, nel 1972 e nel 1974 a Osimo, nelle  Marche, mi rivelarono enfant prodige. Ma, dopo la seconda medaglia d’oro, con giudizi altisonanti dei musicisti Adone Zecchi e Nunzio Montanari, nella scuola De Salazar correvano malumori nei genitori e allievi  risentiti perché non premiati. Mia madre intervenne e mi portò via. Continuai tuttavia a prendere lezioni in sordina, dicendo in città – per non creare altre reazioni – di essermi iscritta al Conservatorio  “Stanislao Giacomantonio” di Cosenza; in realtà andavo di nascosto da Tina Rizzo Longone, proveniente dal Conservatorio di musica “Alessandro Scarlatti” di Palermo, perfezionatasi all’Accademia Chigiana di Siena. Lei, visti i “tafferugli” che avevano provocato il mio abbandono della scuola, per farmi lezione chiese addirittura il permesso al marito! Non credevo di aver suscitato tanto sconquasso e così, poiché ero un’allieva “appetibile”, continuai a studiare sostenendo positivamente gli esami da privatista al Conservatorio di Cosenza. Poi proseguii a Firenze con Giuseppe Fricelli del Conservatorio “Luigi Cherubini”.
Ricordi qualche episodio topico della tua vita dove pianoforte e musica regnano sovrani? 
Stampati in testa ne ho due, legati proprio al conseguimento del diploma di pianoforte. Non ho mai smesso di studiare musica allo spasimo; mi sottraevo alle tintarelle perché  nella casa al mare, finite le scuole, m’impegnavo 7/8/9 ore di fila, dato che a settembre avevo il rito dell’esame in Conservatorio. Il pianoforte per me era ed è il mio grande amore, una presenza costante nella mia vita, con quel suo fascino misterioso e timore reverenziale. Sono stata sempre molto curiosa nei confronti di altre armonie e di altri autori, ho mal sopportato intromissioni e imposizioni di Maestri e ho girato il mondo per mostre e concerti, comprando spartiti e libri di musica in ogni dove, quando ancora non era possibile recuperarli tramite le biblioteche on line. E anche quella mia musicale è una collezione considerevole di spartiti, libri, cd, dvd, vinili. Ma torniamo al diploma di pianoforte. Forte dei successi ottenuti, rivelavo la mia indole ribelle. Dopo aver seguito da più parti lezioni “segrete”, ma non avendo alla fine il docente ufficiale che mi sottoscrivesse la domanda di ammissione al diploma di pianoforte, costrinsi mia zia, che nulla di musica sapeva, a firmarla. In piedi dinanzi alla commissione, mi fu chiesto chi fosse quell’insegnante. Giocai d’astuzia: risposi che ero nipote di Francesco Cilea, il grande compositore nato a Palmi – in verità ne conoscevo a menadito la musica -, l’insegnante era mia zia, a sua volta nipote di Francesco Cilea. La mia famiglia era imparentata con Francesco Cilea e la Romanza di Francesco Cilea, in programma di diploma, era una romanza di famiglia  dedicata proprio a mia zia. Che altro volevano? (Ridiamo tutte e due a crepapelle). Rimasero di stucco e tacquero colpiti dalle mie decise affermazioni. Io uscii con il diploma. Era quello che volevo senza altre interferenze. Avevo studiato tanto e me lo meritavo, di sicuro. Addirittura avevo preparato “Gli Addii” di Beethoven – Sonata op. 81 in mi bemolle – con una cuffia alle orecchie e un lettore cd che ne riproduceva l’esecuzione di Maurizio Pollini, mentre io suonavo appresso a lui in simultanea e ciò per non sbagliare il ritmo nella galoppata finale del terzo tempo, quando l’Arciduca Rodolfo ritorna a cavallo.
Con una sonora risata la interrompo: caspita, già agli esordi questo significa avere carattere! Lei prosegue:
… in precedenza un altro episodio strano e inquietante accadde a Osimo, nel 1972, al mio primo concorso pianistico. Arrivai a Palazzo Campana, storico e bellissimo luogo ove si tenevano le audizioni e mi accorsi che tutti i concorrenti che provavano il pianoforte per la mia categoria suonavano un pezzo d’obbligo, come da regolamento, che non era quello che avevo preparato io! Praticamente il Minuetto di Mozart, da portare in concorso prima di eseguire il pezzo a scelta, era stato stampato dalle Edizioni Berben di Ancona in doppia pagina in coppia con un altro Minuetto e io avevo preparato quello sbagliato! Il panico avrebbe preso chiunque ma … conoscendo le mie capacità, ecco che mio padre mi “sistemò” nella vetrina di un negozio di Osimo che esponeva pianoforti per dare la possibilità ai concorrenti di esercitarsi prima della prova. Con l’insegnante accanto imparai in 24 ore il Minuetto di Mozart richiesto dalla commissione. Una bimba in vetrina! Ricordo intorno a me tanti ragazzi, che arrivavano per provare il pianoforte ma che venivano inesorabilmente rimandati indietro spiegando l’accaduto. Beh, l’indomani suonavo a Palazzo Campana il giusto Minuetto di Mozart, cui seguiva il Notturno op. 9 n. 2 di Chopin come pezzo a scelta – non mi aiutavano le dimensioni delle mie mani, ma nonostante tutto lo avevo preparato con passione e mi riusciva benissimo –.
Suonavo nel mio prezioso completo di velluto nero, gilet e pantaloni con camicia bianca, da perfetta concertista, e il Maestro Nunzio Montanari mi assegnava la medaglia d’oro e si congratulava con mio padre. Ho riesumato il gilet di quell’outfit da un vecchio armadio e lo tengo, come un cimelio, accanto a uno dei miei pianoforti, cinque per l’esattezza, ma sto aspettando un Pleyel a coda da Parigi, il pianoforte preferito da Chopin, per suonarci Chopin. Quel gilet mi parla e mi dice, ogni volta che mi siedo al pianoforte per preparare qualcosa, che l’amore tra me e quello strumento è cosa atavica, che viene da molto lontano.
Hai dimostrato che la volontà di farsi valere infrange gli schemi. Come sei diventata anche giornalista di spettacolo? 
Sono giornalista pubblicista regolarmente iscritta all’albo. Mi sono trovata a fare la giornalista di spettacolo per la mia impazienza, per la mia insofferenza. Ero tornata a Catanzaro dopo l’esperienza fiorentina, obbligatoriamente, perché iniziavo a lavorare, e mi sentivo persa. Abituata a Firenze dove a ogni passo trovavo una mostra, una conferenza, un concerto, dovevo invece subire la prigionia della città di origine.
Una sera successe che in città suonava Uto Ughi, nella Basilica dell’Immacolata, e io non ero stata invitata. Si accedeva per inviti e non per biglietti. Di fatto quella sera riuscii a entrare, ma il giorno dopo mandai il mio curriculum artistico a Gazzetta del Sud, chiedendo di fare il critico musicale per il giornale, così non mi sarei persa in futuro nemmeno un concerto. Il caporedattore mi chiamò e mi chiese perché proprio Gazzetta del sud. Non potevo certo dire che avevo rischiato di rimanere fuori dal concerto di Uto Ughi e risposi che volevo dare un contributo al giornale e offrire un servizio alla città.  Mi accolsero benevolmente e via via iniziai a fare la critica di concerti, spettacoli e stagione teatrale.
Nel romanzo la dedica rivolta anche a tua madre, che appelli Butterfly di casa, che cosa significa e quale valore ha? 
Nel libro ho voluto pubblicare una foto  degli anni ’50 – che ritengo molto bella – di mia madre in abito da Butterfly. Un omaggio a mamma, che ha avuto tanto peso nella mia formazione artistica, e che definisco Butterfly di casa in quanto Principessa di casa. Era lei che mi insegnava a dipingere, fare collage, mi spiegava la storia dell’arte, mi accompagnava a lezione di pianoforte e, aspettando che finissi, rimaneva pazientemente in macchina passando interi pomeriggi nel cortile del palazzo della mia insegnante. Poi quest’ultima, Anna Maria De Salazar Sassi, scoccata la prima ora, si affacciava al balconcino e le diceva: Signora, la bambina non è pronta, passi fra un’ora! – E mia madre: “Allora vado a farmi la spesa”; oppure: “Allora vado a ritirare gli abiti in lavanderia!”  E così per due tre volte fino a tarda sera. Che pazienza! Ripagata, però.
Che cosa mi dici del tuo libro Buon Natale Puccini?  
Ho voluto dedicare a Giacomo Puccini il mio testo nel centenario della morte, avvenuta il 29 novembre del 1924. Mi affascinava questo sciupafemmine tenero e appassionato, divertente, ribelle, focoso, boccaccesco, piccante, osceno. Il Maestro, celebre tombeur de femmes, spunta allora fra le nebbie e i chiaroscuri della palude di Torre del Lago abbattendo le sue prede femminili con la stessa facilità con cui caccia le folàghe. In verità è un seduttore un po’ babbasùn, che in napoletano è un epiteto non offensivo e vuol dire persona buona, ingenua, che rimane dunque invischiato, pure pesantemente, nelle sue vicende sentimentali. Che non sempre son rose e fiori, baci, dolci sorrisi e languide carezze, ma anche ombrellate, piatti rotti, ferite sul capo di oggetti contundenti che dovranno passare per graffi di rovo.
Credo di aver scritto un romanzo esuberante e bizzarro, ove Giacomo Puccini è raccontato, ai cento anni dalla morte, da Antilisca, un animale straordinario che nel suo immaginario abitava le terre intorno a Torre del Lago. Ne viene fuori, a mio avviso, una narrazione raffinata e divertente da parte di detta creatura che, a furia di frequentare il Maestro, di lui aveva conosciuto vita, morte e miracoli e finito per comporre pure opere in musica e in poesia. Una girandola di colori e note nell’universo pucciniano, dunque, tra donne, motori, trofei di caccia, serate di gala e di melodie nei teatri più belli del mondo.
Da fonti scritte Giacomo Puccini appare ora riservato, ora diretto, senza peli sulla lingua e sfrontato. Nella musica, con gli amici, in famiglia, agli incontri pubblici, con le donne che ama, come manifesta il suo linguaggio comunicativo? 
 Intanto il suo dire: io sono innamorato sempre, innamorato come a vent’anni! Il giorno in cui non lo sarò più fatemi il funerale, la dice lunga sulla sua filosofia in quanto a donne!  Era cresciuto in un universo femminile, tra la madre Albina, vedova quando lui aveva solo cinque anni, un fratello più piccolo e le sorelle, sei, che io chiamo Le Sorelle del Buonconsiglio: Nitteti, Ramelde, Tomaide, Iginia, Macrina, Odilia, sempre pronte ad accudirlo, a preoccuparsi di lui e a dare consiglio. In realtà era un timido, una persona che amava più la solitudine di Torre del Lago che le grandi metropoli. Preferiva circolare in terra di Toscana, con le sue macchine, tra le sue case. Il luogo più propizio era Torre del Lago dove frequentava molto la palude per passione della caccia e dove aveva fondato un club con gli amici dotato di statuto fuori dagli schemi, dissacrante, irriverente. In uno stralcio del libro Giacomo Puccini stesso così si racconta:
 “Il mio carattere goliardico fatto di oscenità, coprolalia, bestemmie, trovò alloggio comodamente a Torre de Lago nel Club La Bohème, la cui sede venne fissata nella capanna di tal Gragnani detto Gamba di merlo o Giovanni dalle bande nere. Si trattava di una bettola simpatica che avevo scoperto e dove radunavo artisti, scrittori, pittori per lo più della scuola di Giovanni Fattori, i macchiaioli, per stare briosamente in compagnia. Mi chiamavano il doge, per la risolutezza e l’autorità che mostravo nel sovrintendere l’eccentrico sodalizio. Ricordo con emozione questo luogo privato, ove si giocava, si beveva, si faceva un gran baccano. Ricordo la grande scritta sul tetto, all’esterno, la parete mobile che si alzava, e poi i tavoli, le sedie,  gli scaffali per le bottiglie, i salumi appesi e il lume a petrolio che scendeva dal soffitto. La bettola era insomma un ambiente di grandi gozzoviglie…
Ti puoi soffermare su qualche aspetto originale e curioso di Opere liriche pucciniane che aleggiano e prendono corpo nel libro? 
La prima cosa simpatica che mi balza alla mente è il tormento del Maestro durante la stesura di Turandot. Io sono colla mia puttana di principessa e mi diverto e m’arrabbio. È una tiranna che tortura anche me, ma spero di svergognarla per bene nelle note, scriveva, infatti, il Puccini a quel tempo e ciò dimostra lo spasmo di quei momenti compositivi e l’apprensione. La stesura di una nuova opera era sempre un periodo di grande concitazione, per la ricerca del testo, della novità, dell’originalità e un continuum la corrispondenza con editore e librettisti.
Dettaglio originale e anch’esso fuori dagli schemi è l’amicizia di Puccini con il suo “Pretino”, come lo chiamava. Costui era Don Panichelli, un prete incontrato a Roma nella libreria Ricordi in via del Corso a Roma, un domenicano, all’epoca direttore della piccola Cappella di Canto Gregoriano a Santa Maria in via Lata al Corso, poco distante, appunto,  dal negozio Ricordi, il quartier generale di Puccini, ove confluivano musicisti, giornalisti, scrittori, editori, cantanti. Don Panichelli divenne  suo grande amico e a lui il Puccini chiese lumi per allestire senza sbagliare la processione nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle al primo atto di Tosca e avere lumi circa il suono delle campane, nell’alba romana, in cima a Castel Sant’Angelo, per il terzo atto. Don Panichelli era un prete sui generis. Era sempre a Teatro, sognante, innamorato, troppo preso dalle opere del Maestro, di cui sarebbe diventato amico e confidente, tant’è che, all’epoca, finanche il Vescovo di Massa, Monsignor Miniati, un giorno, ebbe a chiedergli: O come le conosce lei queste opere di cui lo sento così aggiornato? –
– Eccellenza, le ho viste. –
– Come le ha viste?! E il suo vescovo non lo ha mai sospeso a Divinis? –
– No, Eccellenza, perché vede: la presenza di un prete a Teatro prende la sua specificazione morale dallo spettacolo che si dà. E poi la musica di Puccini è di sua natura innocente. In quanto poi alla trama dell’Opera, tanto per me che per vostra Eccellenza, deve passare in sott’ordine.
Maria Primerano

Perché anche in questo romanzo ti piace unire i piaceri della musica e della carne a quelli della gola,  zuccherini, pastosi piccanti, specchio di tradizioni culinarie secolari, germinate dai luoghi e dalla terra? 

 La cucina, come accennato, fa parte dei miei piaceri quotidiani. Ho una sterminata biblioteca culinaria, ricette sopra ricette, libri di cucina, riviste, annali di Cucina Italiana, Sale e Pepe, enciclopedie, libri antichi di arte culinaria. Viaggiando per il mondo ho sempre fotografato i menù delle grandi cene ai Congressi medici, da Nizza a Washington, New York, Manila, San Francisco, Atlanta, Parigi, Amsterdam, Siviglia, Vienna, Salisburgo… E ne ho fatto album di fotografie bellissimi.
A ciò si accompagna una passione smodata per tutto ciò che concerne l’allestimento della tavola. Ho una grande collezione di porcellane tutte firmate, dai servizi da tavola antichi Ginori a quelli Villeroy & Boch, porcellane tedesche, austriache, polacche, americane, spagnole, bicchieri di cristallo, posate d’argento.
Ed ecco perché mi piace riproporre qualche ricetta nei miei libri, ricette che, comunque, o sono inventate da me perché ispirate ai personaggi del libro, o sono proprie dei personaggi stessi, o ancora, tratte dai ricettari di grandi cuochi.

Nel mio libro BUON NATALE PUCCINI, HELICON EDIZIONI, a esempio, i suggerimenti di cucina sono ispirati ai gusti del Maestro che amava la caccia e la praticava a Torre del Lago. Ripropongo, tra i tanti spunti, una ricetta di Puccini stesso, le folaghe alla Puccini, e quella del suo dolce preferito, il latte alla portoghese, che gli preparava la sua cuoca, la signora Isola Nencetti Vallini.
Dove tratteggi quadretti realistici e movimentati il ritmo narrativo si lancia al galoppo. Vieni influenzata dalla vita frenetica del Maestro o da altro? 
No, sono io così. Devo spaccare il minuto. Odio perdere tempo. Lo sanno anche Byron e Brando, i miei due cani di casa. I miei cuoricini. Dico sempre anche a loro: “E ora che dobbiamo fare, che dobbiamo fare noi?” E loro mi seguono.
Progetti? 
Si. Certo, come non averne! Sto finendo un nuovo libro. Si tratta di un lavoro su di un compositore che amo, ma non posso spoilerare!
Per maggiori informazioni su Maria Primerano, Marisa Vigo e su Buon Natale Puccini leggi qui
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Spezia Mirror

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