
Artista visiva e professionista dello shipping, Alba Rifaat racconta il suo percorso tra pittura materica, porto della Spezia, identità mediterranea e ricerca personale.
Alba Rifaat vive il porto della Spezia da una posizione originale: ci lavora ogni giorno, nel cuore del sistema dello shipping, e allo stesso tempo lo attraversa come artista. Per lei il porto non è uno sfondo né un tema scelto a tavolino, ma una presenza quotidiana che entra naturalmente nella sua pittura. La sua ricerca nasce da questa doppia appartenenza — professionale e artistica — e si sviluppa attraverso una pittura capace di tradurre un paesaggio industriale spesso percepito come ingombrante e in esperienza sensibile e umana. Accanto ai lavori legati al mondo portuale, il suo percorso si articola su altri due filoni centrali: la dimensione emotiva e psicologica e l’attenzione ai temi sociali, in particolare alla condizione femminile, senza mai perdere il legame con le sue radici mediterranee.
Da “1987″ alla serie delle Teste di Moro e alle opere sul cuore, Alba Rifaat racconta una città e un mondo da prospettive originali che raramente riusciamo a guardare fino in fondo. In questa intervista ripercorriamo il suo sguardo, partendo proprio dalla sua visione su un porto spesso visto per i suoi impatti ambientali invasivi.
Partiamo dal quadro “1987”, cosa rappresenta per te?

è un’opera che racconta un’origine che sento anche mia: la nascita dell’azienda in cui lavoro oggi. Non volevo realizzare un quadro celebrativo, ma restituire l’energia, il rischio e la visione che hanno dato vita a quella realtà. Ho scelto un paesaggio portuale perché è lì che tutto è cominciato: tra gru, porta container, strutture metalliche e il porto, che per me non è mai solo sfondo ma matrice. Al centro ho inserito una città che si apre in prospettiva, simbolo di un percorso che cresce e guarda avanti. Il rosso e il giallo che lo caratterizzano rappresentano la spinta iniziale, la forza delle idee che diventano concretezza.
La “Finestra sul porto” diventata anche copertina della rivista The Spezziner appare come un’immagine simbolica del tuo lavoro. Cosa rappresenta per te?
«La “Finestra sul porto” è nata come un gesto quotidiano, ma nel tempo è diventata un varco. Non la vivo come un confine: è un invito a guardare il porto non solo come una presenza ingombrante, ma come un organismo vivo che respira insieme alla città. È un modo per riconoscere la bellezza anche dove non la cerchiamo.»
Entrare nella squadra di The Spezziner cosa ha significato per te?
«The Spezziner ha uno sguardo libero e non convenzionale. Per me è stato naturale entrarci: è un luogo dove l’arte dialoga con la città e con pubblici diversi, senza filtri e senza retorica.»
Che sguardo vorresti che gli spezzini avessero sul porto dopo aver visto le tue opere?
«Non chiedo di amarlo, ma di vederlo. Di coglierne la potenza, la fragilità, la storia. Il porto è parte della nostra identità, nel bene e nel male.»
Quando hai capito che quel paesaggio industriale poteva diventare pittura?
«Non c’è stato un momento preciso. È stato un accumulo di luci viste dalla finestra del mio ufficio mentre lavoravo. Quelle gru e quei container sono diventati metafore perfette: parlano di attesa, di viaggio, di trasformazione.»
Come concili il lavoro nello shipping con la tua ricerca artistica?
«Lo shipping mi dà metodo e disciplina. L’arte mi dà respiro e libertà. Il mio equilibrio sta nella capacità di passare da un mondo all’altro senza perdere me stessa.»
Da qualche tempo lavori anche con i bambini.
È diventata una parte fondamentale. Collaboro con una scuola elementare dove tengo lezioni di arte mirate a costruire storie ed emozioni. I bambini non hanno paura di sentire: hanno solo bisogno di strumenti per esprimersi. Da questa esperienza nasce il percorso” Il colore delle emozioni”, dieci lezioni dedicate a riconoscere e rappresentare ciò che provano. Non insegno a disegnare bene, ma a riconoscersi.»

In molte opere utilizzi il cuore fisico come soggetto. Perché?
«Perché il cuore è un organo, ma anche un luogo. In “DiAstole e SiStole” ed “Emorragia dell’anima” racconto proprio questo: il ritmo emotivo dell’esistenza, l’alternanza tra ciò che tratteniamo e ciò che lasciamo andare. Sono opere che parlano di vulnerabilità e intensità, di quella parte di noi che pulsa anche quando cerchiamo di nasconderla.
E in questo percorso si inserisce anche la tua ultima opera, “Famiglia, il battito della scelta”
In quest’opera il cuore diventa simbolo della famiglia che scegliamo, non quella che ereditiamo. È un cuore materico, vibrante, circondato da oro e luce: rappresenta la lealtà, la presenza quotidiana, la responsabilità emotiva. È un modo per dire che la famiglia è un atto di scelta, non un automatismo.

Affronti spesso temi sociali e legati alla condizione femminile. Che obiettivo ti poni?
Non voglio educare nessuno. Voglio aprire uno spazio: di ascolto, di riconoscimento, di possibilità.
Essere figlia di due sponde del Mediterraneo quanto ha influenzato il tuo lavoro?
«Totalmente. Il Mediterraneo è un mare che unisce e divide, che accoglie e respinge. È un mare di contrasti, proprio come me. Questo si riflette nei colori, nei simboli, nella materia.»
Le Teste di Moro sono centrali nella tua produzione. Cosa rappresentano oggi?
«Non sono oggetti decorativi. Sono archetipi: parlano di amore, gelosia, potere, identità. Sono un modo per riflettere sulle dinamiche tra femminile e maschile, sul bisogno di essere visti davvero..tema veramente purtroppo ancora attuale
Come racconteresti La Spezia a chi non l’ha mai vista?
«È una città che non si concede subito. È riservata, introversa, ma se la ascolti ti regala una bellezza non urlata. È una città di soglie: tra mare e monti, tra industria e poesia.»

Reduce dalla mostra di Guttuso a Sarzana ho colto delle similitudini di colori tra la tua opera e quella del maestro del 900. C’è qualche sua influenza nei tuoi lavori?
«Il paragone mi onora, ma non lo inseguo. Se qualcosa ci accomuna è la capacità di guardare la realtà senza edulcorarla. Le mie influenze sono molte: artisti mediterranei, pittori del colore, fotografie del quotidiano, ma anche scrittori e incontri casuali. Ogni sguardo lascia un segno.
Chi è Alba Rifaat? Artista visiva. Nata a Carpi nel 1982, figlia di padre egiziano del Cairo e madre siciliana di Castellammare del Golfo, vive e lavora alla Spezia. Parallelamente all’attività artistica, lavora nel settore dello shipping come responsabile del ciclo attivo in un’agenzia marittima. La sua ricerca pittorica è influenzata dall’esperienza professionale nel mondo portuale e dalle radici mediterranee. Di recente collabora con The Spezziner che ha pubblicato alcune copertine con sue opere tra cui “Finestra sul porto.” Per saperne di più Alba Rifaat Art su Istagram.
In copertina perticolare di “1987”
(Riproduzione Riservata)
